Una generazione cresciuta a capo chino a fissare lo schermo degli smartphone, senza conflitti generazionali: i genitori, l’insegnante, il preside, l’autorità costituita, il mondo che non li capisce… Hanno solo amici, veri o finti, stretti in un rapporto di patologica comprensione forzata.
I ragazzi a capo chino sugli smartphone
La vicenda dei “The Borderline”, YouTuber seguitissimi, influencer di sfide stupide ed “estreme” con un giro di affari di quasi 200 mila euro all’anno, protagonisti della tragedia costata la vita a un bimbo di 5 anni, ci appare come inspiegabile ma forse non lo è.
La prima lettura del fenomeno, la più superficiale, mi pone immediatamente tra i cosiddetti ‘boomer’: una generazione cresciuta a capo chino a fissare lo schermo degli smartphone, figli della generazione precedente, la nostra, incapace di valutare il danno, perché a nostra volta spiazzati dalla rivoluzione del web.
Noi cresciuti con un occhio che guardava avanti – internet, il futuro, i social, e uno dietro, il 900, la collettività, le idee.
Figli costantemente a capo chino, persi altrove, ma un altrove popolato solo di “Io”, senza basi, senza curiosità, senza il tempo costruttivo della noia.
Come detto, leggo che il gruppo di YouTuber protagonisti del tragico incidente costato la vita a un bimbo di 5 anni, con i loro video idioti aveva messo su un fatturato di 200mila euro annui.
Una cosa inimmaginabile per la stragrande maggioranza di noi. Inconcepibile. L’urlo populista ci dice che ci sono 50enni che dopo 30anni di teatro, ancora non riescono – non dico a camparci – ma nemmeno a non spendere di tasca loro per mantenersi preparati, visibili. Il talento si costruisce con fatica e fortuna.
L’intrattenimento di mercato, perché di questo si tratta, occupa solo ogni spazio disponibile sfruttando l’onda umana che genera i “fenomeni”, di qualsiasi genere siano. Se le autoamputazioni divenissero fenomeni remunerativi, fioccherebbero le “challenge” come dicono oggi.
Questi nostri figli a capo chino sugli smartphone, lasciati soli con gli influencer, la dad, senza nemici da odiare, senza conflitti generazionali: i genitori, l’insegnante, il preside, l’autorità costituita, il mondo che non li capisce… Hanno solo amici, veri o finti, stretti in un rapporto di patologica comprensione forzata.
Sono le vittime principali di questo tritacarne eppure è difficile per noi novecenteschi avere empatia con loro. Sono condannati per le colpe dei padri, scriveva Pasolini trent’anni fa.
Un profetico articolo che l’intellettuale scrisse per il Corriere della Sera, e in seguito racchiuso nelle “Lettere Luterane”. Si intitolava “I giovani infelici”, termine col quale Pasolini accomunava sia i figli della borghesia sia, soprattutto, i poveri figli del proletariato che non era più tale, i figli “che non sarebbero mai nati” in un’epoca senza assistenza medica ( quelli “che non dovevano nascere” e si porteranno sempre questa oscura consapevolezza dentro), non più contadini e non più operai, ora tutti assemblati in orde e bande anonime, senza sorriso, tenuti insieme solo dal consumismo.
Il consumismo era riuscito a fare quello che non era mai avvenuto sociologicamente nel passato del mondo occidentale: aveva reso uguali, piattamente uguali i figli della borghesia e i figli del popolo e aveva levato ad entrambi la possibilità della felicità, che non può che sperimentarsi attraverso l’esercizio della cultura (“….e’ il possesso culturale del mondo che da’ la felicità…” scriveva Pasolini).
Sono ragazzi “senza cuore”: che non è un’espressione patetica. Significa che in te non si è formato quel sentimento di appartenenza alla comunità umana già presente nel mondo animale, dove tendenzialmente il simile non attacca il simile.
Dovremmo meditare su una società che da anni parla di diritti, possesso e competitività tagliando sul nascere la possibilità di correre alla pari per quasi tutti, generando alla radice la scorciatoia della sopraffazione.

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