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giovedì 19 Maggio 2022
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Ripassiamo Gramsci: il ruolo fondamentale delle masse popolari

Come osserva Gramsci, l’assenza della fase storica europea segnata dalla Rivoluzione francese ha lasciato le masse popolari americane allo stato grezzo, tanto che la lotta di classe ricalca ancora quella svoltasi in Europa nel secolo XVIII.

Di Renato Caputo per La Città Futura

Gramsci e il ruolo delle masse popolari

A parere di Antonio Gramsci, la decisiva “volontà collettiva nazionale-popolare, contro cui – non a caso – si battono sino al 1815 le classi dominanti” può sorgere unicamente nel momento in cui le grandi masse – allora composte principalmente da agricoltori – “irrompono simultaneamente nella vita politica”. Tale irruzione ha un effetto dirompente tanto che proprio tra il 1789 e il 1848, anno della primavera dei popoli, “sorge e si sviluppa il fatto e il concetto di nazione e di patria che diventa l’elemento ordinatore – intellettualmente e moralmente – delle grandi masse popolari in concorrenza vittoriosa con la Chiesa e la religione cattolica” (20, 1: 2081).

Al punto che Gramsci ritiene, per esempio, che “l’assenza della fase storica europea (…) segnata dalla Rivoluzione francese” abbia “lasciato le masse popolari americane allo stato grezzo” (22, 2: 2146-147) tanto che la lotta di classe ricalca ancora quella “svoltasi in Europa nel secolo XVIII (…): il sindacato operaio americano è più l’espressione corporativa della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto «progressivo»” (ivi: 2146).

Allo stesso modo “tutta la vita intellettuale italiana fino al 1900 (…) in quanto ha tendenze democratiche, cioè in quanto vuole (…) prendere contatto con le masse popolari è semplicemente un riflesso francese, dell’ondata democratica francese che ha avuto origine dalla Rivoluzione del 1789” (14, 37: 1693-694): “l’artificiosità di questa vita – osserva Gramsci – è nel fatto che in Italia essa non aveva avuto le premesse storiche che invece erano state in Francia” (ivi: 1694).

Tanto che le forze conservatrici italiane accusano lo stesso sistema parlamentare di essere un che di alogeno, di importato dalla Francia. Tale “vuota recriminazione senza costrutto”, non fa che nascondere, come denuncia Gramsci, “il panico per un anche piccolo intervento delle masse popolari nella vita dello Stato” (19, 5: 1977).

Anzi, la “«classe politica» conservatrice-moderata” si caratterizza da allora proprio per la sua “avversione a ogni intervento delle masse popolari nella vita statale, a ogni riforma organica che sostituisse un’«egemonia» al crudo «dominio» dittatoriale” (8, 36: 962).

L’intera storiografia reazionaria e conservatrice sino a Benedetto Croce è caratterizzata per Gramsci da un vero e proprio “timor panico dei movimenti giacobini, di ogni intervento attivo delle grandi masse popolari come fattore di progresso storico” (10, 6, 1220) [3].

D’altra parte, da quel momento, le classi dominanti debbono tener conto del protagonismo delle masse: anche in fasi di Restaurazione, esercizio della forza e consenso debbono trovare un consono equilibrio “senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica – giornali e associazioni” (13, 37: 1637).

In altri termini, il governo della classe dominante non potrà più reggersi sulla sola coercizione, ma dovrà ricorrere all’egemonia, ovvero a un “governo col consenso permanentemente organizzato (ma l’organizzazione del consenso è lasciata all’iniziativa privata, è quindi di carattere morale o etico, perché consenso «volontariamente» dato in un modo o nell’altro)” (ivi: 1636).

Il ruolo sempre più attivo delle masse fa sì che la stessa forza militare, componente decisiva del precedente potere, sia sempre più sottoposta al dominio della politica e della capacità egemonica: “si può affermare che quanto più un esercito è numeroso, in senso assoluto, come massa reclutata, o in senso relativo, come proporzioni di uomini reclutati sulla popolazione totale, tanto più aumenta l’importanza della direzione politica su quella meramente tecnico-militare (…).”

“La questione diventa ancora più complessa e difficile nelle guerre di posizione, fatte da masse enormi che solo con grandi riserve di forze morali possono resistere al grande logorio muscolare, nervoso, psichico: solo un’abilissima direzione politica, che sappia tener conto delle aspirazioni e dei sentimenti più profondi delle masse umane, ne impedisce la disgregazione e lo sfacelo. La direzione militare deve essere sempre subordinata alla direzione politica, ossia il piano strategico deve essere l’espressione militare di una determinata politica generale” (19, 28: 2050-052).

Del resto, la dimensione sempre più di massa trasforma in profondità la stessa vita politica non più dominio privato delle classi dominanti, ma attività pubblica. Perciò, come osserva acutamente Gramsci, “in politica si potrà parlare di riservatezza, non di menzogna nel senso meschino che molti pensano: nella politica di massa dire la verità è una necessità politica, precisamente” (6, 19: 699-700). Più in generale, crescente importanza assumono gli istituti destinati a formare l’opinione pubblica, che garantisce l’adesione “spontanea e libera” (6, 84: 757) degli individui alle norme necessarie alla salvaguardia dell’insieme sociale “che il diritto impone in forma coattiva” (ibidem).

In tal modo, diviene determinante la funzione etica dello Stato che mira a “elevare la grande massa della popolazione a un determinato livello culturale e morale, livello (o tipo) che corrisponde alle necessità di sviluppo delle forze produttive e quindi agli interessi delle classi dominanti” (8, 179: 1049). Questo è il fondamento della democrazia moderna (borghese).

Scopo dello Stato è di “adeguare la «civiltà» e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione” (13, 7: 1566) e, dunque, formare una tipologia umana corrispondente. Tale fine sarà raggiungibile quanto più la necessaria costrizione si trasformerà nel singolo in libera adesione all’uomo sociale collettivo. I poteri legislativi ed esecutivi dello Stato saranno tanto più efficaci, quanto più sarà stato approntato il “consenso «spontaneo» delle masse che devono «vivere» quelle direttive” adeguando a esse “le proprie abitudini, la propria volontà, le proprie convinzioni” (14, 13: 1669) .

Note all’articolo su La Città Futura 

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