Fidel Castro e l’omaggio di Cuba a John Lennon

Fidel Castro: “Condivido completamente i sogni di Lennon“. E nel 2000 inaugurò a L’Avana una statua di bronzo dedicata all’ex Beatles sotto le note di “All You Need Is Love”.

Fidel Castro e l’omaggio a John Lennon

L’8 dicembre del 1980 è una delle date impresse nella nostra memoria: è il giorno in cui Mark David Chapman sparò e uccise John Lennon.

Ogni anno ricordiamo l’anniversario di quel tragico assassinio. Negli anni scorsi i fascioleghisti si sono lanciati in una polemica maccartista contro la sua Imagine giustamente biasimata come “comunista” e “marxista”. Per una volta avevano detto la verità anche se il loro intento era censorio.

Invece uno che dichiarò “condivido completamente i sogni di Lennon” fu Fidel Castro inaugurando nel 2000 a L’Avana una statua di bronzo dedicata al rocker pacifista. Lo accompagnavano le note di All You Need Is Love e il cantante Silvio Rodriguez.

Negli anni ’60 e ’70 il poeta beat Allen Ginsberg e poi l’attivista Abbie Hoffman avevano suggerito di bombardare gli stati meridionali degli USA, notoriamente razzisti e reazionari (quelli dove i padri degli elettori di Trump bruciavano i dischi dei Beatles), con musica rock e rnb. In primis Beatles e Dylan.

Allora Fidel Castro, come sull’ omosessualità, non colse i suggerimenti che venivano dai sostenitori psichedelici della rivoluzione. A dirla tutta Ginsberg fu espulso e messo su un’aereo per Praga nel 1965 dove fu incoronato dagli studenti Re di Maggio nel clima che preparava la Primavera del ’68. Allen Ginsberg comunque continuò a difendere la rivoluzione pur criticandola. Si tolse il sassolino cantando con i Clash Capitol Air nel 1981.

Ma in seguito Fidel Castro ha avuto l’intelligenza di rivedere posizione sul rock come sui diritti lgbtqi. Oggi Cuba ha il codice di famiglia più avanzato del mondo.

Vi ripropongo il discorso pronunciato da Ricardo Alarcon Quesada, Presidente dell’Assemblea Nazionale Cubana in quella storica giornata.

Fidel Castro e l'omaggio di Cuba a John Lennon

 

Caro John, sei sempre stato tra noi

Di Ricardo Alarcón Quesada

“Compagne e compagni:

Qui, davanti all’eccellente opera d’arte di José Villa, torniamo ad ascoltare ciò che alcuni dicevano in questa giornata vent’anni fa: “Di quest’uomo si può credere a tutto tranne che sia morto”.

La nostalgia non ci unisce. Non inauguriamo un monumento al passato, né un luogo per commemorare qualcosa che è scomparso.

Questo luogo sarà sempre una testimonianza di lotta, un richiamo all’umanesimo. Sarà anche un omaggio permanente a una generazione che ha voluto trasformare il mondo, e allo spirito ribelle e innovativo dell’artista che ha contribuito a forgiare quella generazione e allo stesso tempo ne è uno dei simboli più autentici.

Gli anni Sessanta sono stati molto più di un periodo in un secolo che sta finendo. Erano prima di tutto un atteggiamento nei confronti della vita, che toccava profondamente la cultura, la società e la politica, e superava tutti i confini. Il loro slancio rinnovatore si levò, vittorioso, travolgendo il decennio, ma era nato prima di allora e non si è fermato nemmeno fino ad oggi.

A questi anni rivolgiamo lo sguardo con la tenerezza del primo amore, con la lealtà che custodisce tutti i combattenti per la loro prima e più lontana battaglia. Alcuni li denigrano ancora, con ostinato antagonismo, coloro che sanno che per uccidere la storia devono prima strapparne il momento più luminoso e pieno di speranza.

È così, ed è sempre stato a favore o contro “gli anni Sessanta”.

In quel periodo caddero le antiche colonie imperiali, sorsero popoli prima ignorati e la loro arte, la loro letteratura, le loro idee cominciarono a penetrare nelle nazioni opulente.

Nacque il Terzo Mondo e la solidarietà tricontinentale, e alcuni scoprirono che lì, nel ricco nord, esisteva un altro Terzo Mondo che anch’esso si risvegliò.

Negli Stati Uniti, un secolo dopo la guerra civile, i neri lottavano per il diritto ad essere trattati come persone e con loro marciavano molti studenti bianchi. In Europa i giovani ripudiavano la violenza imperiale e si identificavano con i dannati della terra. Nessuno parlava ancora di globalizzazione ma, per tutti, la Terra si fece più piccola, il mondo intero divenne più vicino.

Poi, finalmente liberata, apparve Cuba, veramente scoperta nel 1959 come parte inscindibile, pienamente votata alla libertà, alla vita e alla verità.

La vittoria sembrava immediata. Per ottenerla, le persone lottarono senza sosta. In montagna e in città, con pietre e pugni, con armi strappate agli oppressori e anche con discorsi, poesie e canti. Cercarono di assalire il cielo, di conquistare, in un solo atto, ogni giustizia, per il nero e la donna, per il lavoratore e il povero, per il malato, l’ignorante e l’emarginato. Credevano di poter arrivare a un orizzonte di pace tra le nazioni e di uguaglianza tra gli uomini.

Fu più che altro la ribellione dei giovani. Prima che il loro slancio abbattesse dogmi e feticci, rompesse gli schemi del fariseo e della banalità, rispedissero l’ottusa mediocrità di una società ingiusta e falsa che riduce l’uomo a merce e trasforma tutto in falso oro.

Anni dopo, e affermando la continuità del movimento, Lennon lo descrisse con queste parole:
“Gli anni Sessanta hanno visto una rivoluzione tra i giovani… una rivoluzione completa nel modo di pensare. I giovani l’hanno intrapresa per primi, e poi la generazione successiva. I Beatles erano una parte della rivoluzione. Eravamo tutti su quella barca negli anni Sessanta. La nostra generazione: una barca che è andata alla scoperta del Nuovo Mondo. E i Beatles erano le vedette su quella barca. Ne facevamo parte”.

Tumultuoso fu il passaggio da quel memorabile concerto del 1963, quando Lennon chiese alle persone che occupavano i posti più costosi del teatro, invece di applaudire, di far tintinnare i loro gioielli, a sei novembre dopo, quando tornò all’Ordine dell’Impero Britannico per protestare contro il l’aggressione in Vietnam e l’intervento colonialista in Africa.

Il rifiuto di esibirsi davanti a un pubblico esclusivamente bianco in Florida, nel 1966; il rifiuto di esibirsi nel Sudafrica dell’apartheid; la denuncia del razzismo negli Stati Uniti quando vi arrivò per partecipare a concerti che erano stati boicottati dal Ku Klux Klan; gli appelli alla pace in Medio Oriente; il sostegno ai giovani che hanno disertato l’esercito aggressore yankee e il sostegno costante alla resistenza vietnamita e alla lotta del popolo irlandese; la ricerca incessante di nuove forme espressive, senza mai abbandonare le radici e il linguaggio autentico della gente; il ripudio del sistema borghese, dei suoi codici e meccanismi mercantili; la creazione di una corporazione per combatterli e difendere la libertà artistica, entità a cui si attribuiva, anche, una certa ispirazione comunista.

Il contributo personale di John Lennon si distinse singolarmente e perdurò oltre lo scioglimento del gruppo. Le sue canzoni costituiscono l’inventario più completo della lotta collettiva dei giovani per la pace, la rivoluzione, il potere popolare, l’emancipazione della classe operaia e delle donne, i diritti dei popoli indigeni e l’uguaglianza razziale, nonché la liberazione di Angela Davis e John Sinclair e altri prigionieri politici, la denuncia della strage di Attica e la situazione nelle carceri nordamericane, in un elenco interminabile. Al di là della musica, in interviste e dichiarazioni pubbliche, ha espresso apertamente la sua identificazione con l’ideale socialista.

Lennon fu oggetto di intense e ostinate persecuzioni da parte delle autorità yankee [governo USA]. L’FBI, la CIA e il Servizio Immigrazione, istigati direttamente da Richard Nixon, l’inquilino più scaltro che la Casa Bianca abbia mai avuto, lo hanno spiato e molestato e si sono adoperati per espellerlo dagli Stati Uniti. Nonostante ciò che dicono le loro leggi e le innumerevoli misure attuate durante un quarto di secolo, queste agenzie mantengono ancora segreti i documenti che provano le tenaci vessazioni che hanno scatenato contro di lui. Il poco che hanno rivelato dimostra che in un solo anno, tra il 1971 e il 1972, gli informatori segreti delle loro spie hanno accumulato 300 pagine e un dossier che pesa 26 chili.

Senza altre armi se non il suo talento e la solidarietà di tanti nordamericani, fu costretto a confrontarsi per diversi anni con il potente impero guidato dalla macchina politica più sordida e arrogante. Questo capitolo rimarrà nella storia come esempio di forza morale e forza delle idee, e da esso Lennon è emerso come paradigma dell’intellettuale del tutto libero e creativo, appunto impegnato con il suo tempo.

Caro John, non pochi hanno detto, vent’anni fa, che l’8 dicembre è stata la fine di un’era. In tanti lo temevano tra i milioni che vi hanno offerto dieci minuti di silenzio e la moltitudine che il 14 si è radunata a Central Park a New York per esprimere un dolore che il tempo non placa.

Fu Yoko a consigliare: “il messaggio non dovrebbe finire”. E il piccolo Sean, sappe esprimere la verità più grande: ti ha immaginato più grande, dopo la morte, “perché ora sei ovunque”.

Sei sempre stato tra noi. Ora, in aggiunta, ti offriamo questa panchina dove riposare e questo parco per ricevere i tuoi compagni e amici.

Il tuo messaggio non poteva scomparire perché l’amore ha avuto, e ha ancora, molte battaglie da combattere. Perché hai avuto il privilegio di ascoltarlo in milioni di voci che sono diventate tue e hanno continuato a innalzarlo come un inno.

Non era un sottomarino giallo quello che emerse quel pomeriggio del 1966 nel porto di New York e marciò davanti a migliaia di giovani che condannavano la guerra? Quante centinaia di migliaia di persone hanno chiesto che fosse data una possibilità alla pace, e sono state solidali con il popolo del Vietnam, lì a Washington, davanti al monumento, quell’indimenticabile 15 novembrenel 1969?

Quel giorno la tua arte non raggiunse la sua massima realizzazione? Quante volte non si è moltiplicata da Berkeley al New England e da un continente all’altro, quella generazione che ha creduto che l’amore potesse prevalere sulla guerra? John, sono sicuro che ricordi i martiri della Kent State University che volevano seguirti, per essere anche eroi della classe operaia. Si sa che erano i tuoi versi il loro unico scudo davanti ai proiettili di Nixon.

Erano altri, molti di più, quelli che si incontrarono per celebrare il ventesimo anniversario di Imagine, nel 1991, quando altri dissero che la storia era già finita. Alcuni credono che tu sia apparso in una finestra del Dakota. Tutti noi, anche tu, eravamo felici. Abbiamo visto, attoniti, i volti di vecchi compagni, confusi di essere tra innumerevoli giovani che non erano nemmeno nati quando tu, laggiù a Liverpool, intonavi ballate d’amore con parole proletarie e noi qui sfidavamo il mostro.

La nostra barca continuerà a navigare. Niente la fermerà. È guidata da “un vento che non muore mai”. Ci chiameranno sognatori ma i nostri ranghi cresceranno. Difenderemo il sogno vinto e lotteremo per rendere reali tutti i sogni. Né le tempeste né i pirati ci tratterranno. Continueremo a navigare fino a raggiungere il nuovo mondo che sapremo costruire.

Ci ritroveremo, stasera, al concerto. Andremo avanti insieme, sempre.”

 

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Maurizio Acerbo
Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelico.

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