Fanon e i nuovi demoni del colonialismo: tra sovranità, resistenza e frammentazione globale

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A cent’anni dalla nascita di Frantz Fanon, il suo pensiero resta attuale: il colonialismo non è finito, ha solo cambiato forma. Dalla Palestina all’Africa post-golpe, la lotta per la sovranità nazionale e popolare è ancora l’unico antidoto contro l’imperialismo globale.

Del colonialismo e di altri demoni

Giuseppe Imperatore

Nel centenario della nascita, le parole di Frantz Fanon appaiono quanto mai contemporanee in tema di colonialismo e lotte di decolonizzazione, superando una lettura banalmente internazionalizzante o peggio globalizzante dei processi di liberazione dei popoli africani.

Infatti, seppure non potesse non tener conto di fenomeni di larga scala che riguardavano tanto i neri quanto gli arabi, dunque interi continenti e pur ritenendo necessaria una rete oltre la nazione, il suo pensiero è andato oltre legami di soft power che la globalizzazione pretende e impone.

La lotta di liberazione è lotta nazionale, lo insegna la militanza attiva nel FNL algerino e si riscontra nei meandri del suo testo più famoso ed iconico “I dannati della terra” che risulta essere molto più di un trattato di psichiatria.

È un trattato di psicopatologia politica nel quale l’epopea di decolonizzazione è vista con realismo per quello che essa è, una lotta politica e nazionale che necessita di un processo pedagogico di adesione alla realtà e alla razionalità dello stato come idea e come apparato, ma che va molto oltre una borghesia nazionale burocratizzata e appiattente.

Dall’altro lato l’unità a livello transnazionale, almeno in prima battuta, è utopia kantiana, non esiste né a livello politico né a livello culturale.

Una letteratura, ad esempio, che è letteratura “nera” non attecchisce nel profondo perché riguarda situazioni completamente diverse le une dalle altre e che vanno dall’apartheid americana al settarismo di alcune sperdute tribù del corno d’Africa, per questo presta il fianco al pensiero coloniale che tende ad unificare e ad imbarbarire il passato, ma anche la ricerca di un’età dell’oro inesistente rischia di far perdere di vista il qui ed ora che la lotta impone.

Questo discorso vale a maggior ragione per l’eterogeneità politica, culturale, commerciale e religiosa dei popoli arabi, in quanto la nota riscoperta del pensiero filosofico arabo del XVI secolo (Corbin) può riguardare una sparuta minoranza sciita in un mondo dominato dal rigorismo legalitario sunnita.

E questo è a tutt’oggi un problema, l’assenza di unità del mondo arabo, diviso non solo religiosamente, ma anche politicamente in deleteri regionalismi e tribalismi che negano l’unità all’interno dello stato prima ancora che in una improbabile lega transnazionale.

Ed infatti, la storia di quei paesi si fonda non sullo Stato come prodotto del moderno secolarizzato, ma sul potere dei califfi come guide morali e politiche supreme.

Un esempio di questa frammentazione ne è la Libia post Gheddafi o, in ultimo, la Siria post Assad, non che queste figure fossero prive di ambiguità e contraddizioni; tuttavia, erano in grado di attenuare le conflittualità esistenti, provocando la nascita di uno Stato, sì debole ma pur sempre tale.

E appare evidente come gli Stati occidentali coloniali utilizzino ancora quegli strumenti di destabilizzazione che Fanon descrive nel suo libro, volti ad indebolire la lotta verso l’esterno e rispedire i Paesi colonizzati nei loro eterni conflitti civili.

Questo è un trucco che ancora molti Paesi non hanno capito e la presa del potere di Al Jolani ne è un esempio lampante.

Dunque, tutte queste entità territoriali sembrano mancare di due dei presupposti fondamentali dello Stato moderno, ovvero il popolo e la sua sovranità.

Tuttavia, il popolo palestinese mostra di essere tale, resistendo, passivamente certo, non potendo fare altrimenti, ma facendolo ormai da decenni di occupazione coloniale da parte dello stato genocida di Israele, che dapprima si è manifestata sotto forma di dominazione economica e securitaria, poi, soprattutto negli ultimi due anni nella devastazione dei bombardamenti sui civili inermi e nella carestia imposta alla popolazione locale.

Eppure, dopo tanto tempo e centinaia di migliaia di vittime, Israele è ancora ben lontana dai tanto declamati obiettivi di allargamento (almeno nell’avanzata via terra), mostrando l’assenza di strategia nei propri movimenti ed ugualmente anche la guida Occidentale impegnata in una guerra globale che non è minimamente in grado di reggere, appare piuttosto priva di direzione.

Pertanto, appare chiaro come lo status di Stato possa appartenere più ad un popolo martirizzato che a chi viola costantemente e ripetutamente il diritto internazionale, anche se spesso questo risulta essere debole, poiché carente di strumenti di coercitività e se li detiene questi sono ad appannaggio dell’egemonia statunitense.

Lo spirito colonialista, dunque, non è mai venuto meno nell’imperialismo anglo-americano, ma ha conosciuto un periodo di sua attenuazione, proprio sotto lo ius publicum americano, si è rifatto il look, ha utilizzato strumenti di soft law fatti di concessioni man mano crescenti senza rinunciare indirettamente alla sottomissione di popoli e Stati a sovranità limitata per finalità di sfruttamento tali da mantenere in vita politiche di sopruso e dominazione a favore del modello economico liberal-capitalistico che in questo modo si regge e si autoalimenta (il board proposto per una nuova governance a Gaza ne è una manifestazione tardiva e poco credibile).

Però oggi si torna ad un colonialismo nella forma più cruda quale quella dei primi conquistadores, fatta di guerre e di aggressioni territoriali, di carestie e di distruzione e non lo si fa più esportando fuori il modello dei lager, ma lo si accetta al proprio interno come lo stesso nazismo ha fatto.

Dunque, l’unico antidoto è creare una barriera statuale in grado di reggere alle pressioni esterne, come in parte hanno fatto i paesi latinoamericani, tra rivoluzioni e contro golpe, con le loro vene ancora aperte, e del sud-sudest asiatico, ovvero come molti dei paesi facenti parte dei BRICS, che in un secondo tempo sono riusciti ad organizzarsi anche a livello transnazionale in settori limitati.

Mentre per gli altri non c’è altra possibilità se non ti soccombere e diventare dependance di quei pochi Stati sovrani.

Ma per diventare Stati non basta il popolo, occorre una sovranità vera che non ti renda ricattabile, ovvero occorre un’economia non solo nazionalizzata (o di comando), ma che guardi in varie direzioni che abbia il coraggio di diventare indipendente e che non sia solo una sostituzione del nuovo Stato nelle produzioni antecedenti imposte dalla finanza globalizzata.

E poi c’è un altro elemento necessario per esistere e questo è la soggettività che non sparisce più come in Hobbes nel corpo autorappresentativo del sovrano, ma permane non solo come individualità spirituale, ma anche e soprattutto come collettività nel popolo.

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