Il Giappone si arma fino ai denti, ma non trova più chi la guerra dovrebbe farla

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Il governo Takaichi accelera sul riarmo: 2% del PIL, missili a lungo raggio, export di armi letali. Ma il Giappone invecchia, non trova reclute e usa i dati degli studenti per arruolare. La sicurezza promessa rischia di produrre solo più fragilità sociale e dipendenza da Washington.

Il Giappone si riarma, ma nessuno ha chiesto il permesso alla società che dovrebbe difendere

Il governo Takaichi, insediato lo scorso ottobre, ha scelto la strada più semplice per giustificare la più profonda trasformazione militare del Giappone dal dopoguerra: presentarla come destino ineluttabile. Deterrenza, sicurezza regionale, tensioni nell’Asia-Pacifico — il lessico è quello standard di ogni potenza che si riarma dicendo di non volerlo fare.

Peccato che dietro la cornice difensiva si stia costruendo qualcosa di diverso: una macchina militare sempre più offensiva, sempre più integrata con quella statunitense, innestata su una società che invecchia a ritmi vertiginosi e che non ha mai avuto, in nessuna sede realmente democratica, l’occasione di discutere cosa comporti questa svolta.

Il dato politico da cui partire è che il riarmo giapponese non nasce da un’emergenza improvvisa, ma dalla lenta erosione di un pacifismo costituzionale che per decenni aveva vincolato Tokyo. L’articolo 9 della Costituzione, nato per impedire esattamente questo tipo di deriva, è stato reinterpretato pezzo per pezzo fino a diventare compatibile con capacità militari sempre più aggressive.

I tre documenti di sicurezza adottati nel 2022 avevano già segnato una rottura; il governo Takaichi ha semplicemente pigiato sull’acceleratore, anticipando l’aumento della spesa militare al 2% del PIL, distribuendo missili a lungo raggio sul territorio nazionale, rivedendo i principi sull’export di armamenti e valutando persino di rimettere in discussione i Tre principi non nucleari — l’ultimo argine simbolico rimasto.

Rispetto ai limiti che i governi precedenti avevano almeno formalmente rispettato (difesa esclusivamente difensiva, tetto dell’1% del PIL, divieto di esportazione bellica, rifiuto del nucleare), la distanza percorsa è enorme, e nessuno a Tokyo sembra avere fretta di spiegarla ai cittadini.

Sicurezza a debito: chi paga il conto della “Stato di guerra”

Il processo in corso ha una definizione che rende bene l’idea della sua ampiezza: la costruzione di uno Stato orientato alla guerra, in cui bilancio, industria, politica estera, informazione, tecnologia e persino il sistema scolastico vengono progressivamente riorientati verso la logica militare.

Non è un’esagerazione retorica: è la descrizione di un processo che trasforma il Giappone in un avamposto avanzato della cosiddetta prima catena di isole, l’arco strategico che da Kyūshū e Okinawa arriva fino a Taiwan e alle Filippine, funzionale prima di tutto alla postura strategica statunitense nella regione.

La prima contraddizione di questo impianto è squisitamente sociale. Si chiedono sacrifici per finanziare missili e capacità offensive a una popolazione alle prese con salari reali stagnanti, costo della vita in aumento, precarietà diffusa e servizi pubblici sotto pressione. Un aumento illimitato della spesa per la difesa comporta inevitabilmente tasse più alte, tagli al welfare o nuovo debito: la sicurezza militare, in altre parole, si finanzia erodendo la sicurezza materiale delle persone.

Il paradosso è servito: un Paese che comprime sanità, istruzione e assistenza per armarsi non diventa più sicuro, diventa semplicemente più fragile su un fronte diverso.

La seconda contraddizione riguarda l’autonomia sbandierata da Tokyo. Il governo racconta il riarmo come rafforzamento dell’indipendenza strategica giapponese; la realtà operativa dice l’esatto contrario. Esercitazioni congiunte, acquisto di missili Tomahawk, integrazione nella rete missilistica regionale, allineamento sistematico alle priorità di Washington: più che una difesa autonoma, si sta costruendo un ingranaggio sempre più subordinato alla strategia americana, con il rischio concreto che il Giappone venga trascinato in conflitti decisi altrove, anche senza che il proprio territorio sia mai stato attaccato direttamente.

Missili sì, reclute no: il riarmo che la demografia non può sostenere

La terza contraddizione è costituzionale e riguarda la coerenza tra proclami pacifisti e strumenti accumulati: missili a lungo raggio capaci di colpire basi straniere, sistemi di comando integrati, capacità cyber e spaziali, nuove infrastrutture per munizioni, liberalizzazione dell’export di armi letali. Un Paese che vende missili e contribuisce alle scorte belliche altrui smette, per definizione, di potersi definire una nazione pacifica: diventa un attore dell’economia di guerra internazionale, con tutte le implicazioni morali e commerciali che questo comporta.

La quarta contraddizione, forse la più difficile da aggirare con annunci e budget, è demografica. Si possono comprare sistemi d’arma, ma non si possono fabbricare artificialmente ventenni disposti ad arruolarsi. Nell’anno fiscale 2025 le Forze di autodifesa hanno reclutato 11.177 persone, in crescita del 14,9% sull’anno precedente, ma il Ministero della Difesa ammette che il calo della popolazione reclutabile e la concorrenza del mercato del lavoro rendono il problema strutturale, non congiunturale. Nel 2023 si era toccato il minimo storico, con appena il 51% dell’obiettivo di reclutamento raggiunto e solo 3.221 reclute a tempo determinato su un target di 10.628. La fascia 18-26 anni, bacino primario per l’arruolamento, si è ridotta di circa il 40% in trent’anni, da 17,4 milioni nel 1994 a 10,2 milioni nel 2024.

Di fronte a questo collo di bottiglia, le amministrazioni locali sono state trasformate in strumento surrettizio di reclutamento: nel 2024, circa il 66% dei comuni giapponesi ha fornito alle Forze di autodifesa elenchi con dati personali di studenti delle superiori e universitari — nome, indirizzo, data di nascita, sesso — sollevando questioni di privacy tutt’altro che marginali.

Il quadro complessivo racconta una crisi di modello più che una scelta di politica estera: un Giappone che punta a diventare potenza militare maggiore proprio mentre la sua società non dispone né della base demografica, né del consenso informato, né della disponibilità umana necessaria a sostenere fino in fondo il progetto. Pretendere di garantire la pace preparandosi sistematicamente alla guerra è un esercizio che, prima o poi, consuma esattamente le basi — sociali, democratiche, costituzionali — su cui quella sicurezza dovrebbe reggersi.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Sira Beker
Sira Beker
Leggetemi sulla fiducia.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli