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I documenti Epstein rivelano legami con i Rothschild, testimoniati da email, contratti e deposizioni ufficiali. Non teorie, ma atti giudiziari. Eppure il tema resta marginale nei media, sollevando interrogativi sul rapporto tra informazione e potere.
Il caso Epstein arriva ai Rothschild: perquisiti i locali della Banca a Parigi
Martedi 24 marzo è scattata la perquisizione a Parigi della banca Edmond de Rothschild nell’ambito dell’inchiesta finanziaria connessa al caso Epstein, che coinvolgerebbe un ex dipendente dell’istituto, il diplomatico francese Fabrice Aidan. L’operazione si è svolta nella sede parigina della banca, alla presenza dell’amministratrice delegata Ariane de Rothschild. Tra le ipotesi di reato contestate ad Aidan figura la «corruzione passiva di un agente pubblico straniero». Più volte menzionato nei dossier legati a Epstein, Aidan ha lavorato presso Rothschild tra il 2014 e il 2016, per poi passare al gruppo energetico Engie, che lo ha recentemente licenziato. Quest’atto non giunge a sorpresa. La vera anomalia è il silenzio su tutto quello che la vicenda sta muovendo.
Epstein Files: il potere che non si racconta
Nel gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso pubblici milioni di documenti legati al caso Jeffrey Epstein. Un archivio monumentale — circa 3,8 milioni di file — che avrebbe dovuto ridefinire il dibattito pubblico su uno dei più gravi scandali della storia recente. E invece no. È rimasto confinato ai margini, come un fastidio da rimuovere.
Tra le migliaia di elementi emersi, uno in particolare avrebbe meritato ben altra attenzione. Nel febbraio 2016, Epstein scrive a Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Palantir: «Come probabilmente sapete, rappresento i Rothschild». Non una voce, non una teoria: una comunicazione diretta, documentata, archiviata.
Eppure, il nome Rothschild — che compare quasi 12.000 volte nei file — è stato trattato con una cautela quasi rituale. In confronto, altri nomi molto più mediatici risultano meno presenti. Ma qui il punto non è la quantità. È la qualità del silenzio.
Testimonianze, contratti e relazioni: il quadro documentale
Il 18 febbraio 2026, davanti al Congresso degli Stati Uniti, Les Wexner — fondatore di Victoria’s Secret e storico finanziatore di Epstein — ha offerto una dichiarazione che dovrebbe essere studiata nei corsi di giornalismo. Alla domanda su come avesse deciso di affidare a Epstein il controllo delle sue finanze, ha risposto: «Il suo lavoro personale per la famiglia Rothschild in Francia». Non una deduzione, ma una deposizione sotto giuramento.
Wexner ha aggiunto di aver parlato direttamente con Élie de Rothschild, indicando una legittimazione di alto livello. E mentre pronunciava queste parole, il suo stesso avvocato — microfono aperto — lo ammoniva: «Ti uccido se continui a parlare». Una scena che, se fosse fiction, verrebbe giudicata forzata. Ma era reale.
I documenti supportano queste connessioni. Nell’ottobre 2015, la Southern Trust Company Inc., presieduta da Epstein nelle Isole Vergini, ha firmato un contratto da 25 milioni di dollari con Edmond de Rothschild Holding S.A. per attività di “analisi dei rischi” e applicazioni algoritmiche. Una cifra considerevole. Un incarico sofisticato. E un protagonista già condannato per reati sessuali.
Ancora più rilevante è la relazione con Ariane de Rothschild, oggi alla guida del gruppo. Scambi di email frequenti, incontri documentati — almeno una dozzina dopo la condanna di Epstein, come riportato dal Wall Street Journal. Inizialmente negati. Poi ridimensionati. Infine normalizzati come parte delle “attività ordinarie”.
Nel 2014, Epstein scrive ad Ariane: «Il colpo di stato in Ucraina dovrebbe fornire molte opportunità». Un passaggio che apre interrogativi non solo finanziari.
La rete: politica, finanza e silenzio
Il sistema non si ferma qui. Le email pubblicate da WikiLeaks mostrano rapporti tra Hillary Clinton e Lynn Forester de Rothschild. Nel 2010, Clinton si scusa per aver sottratto Tony Blair a un evento privato con i Rothschild, chiedendo: «Fammi sapere che penitenza ti devo».
Nel 2015, Lynn contribuiva già alla costruzione del messaggio economico per la futura campagna presidenziale. Non ufficialmente, certo. Ma in modo documentato.
A collegare ulteriormente i nodi interviene Alan Dershowitz, ex legale di Epstein, che nel 2019 dichiarò pubblicamente: «Sono stato presentato a Epstein da Lady Lynn Rothschild. Ha presentato Epstein a Bill Clinton e al principe Andrea». Una catena di relazioni che unisce finanza, politica e monarchia. E poi c’è la frase di Cindy McCain: «Lo sapevamo tutti». Non un sospetto. Una constatazione.
Nel febbraio 2026, le Nazioni Unite hanno definito la rete Epstein una “impresa criminale globale” con possibili implicazioni di crimini contro l’umanità. Dodicimila citazioni. Milioni di documenti. Testimonianze giurate ma un’attenzione mediatica sorprendentemente limitata.
La questione non è cospirativa. È documentale. Ma entra in una zona grigia dove informazione e narrazione si separano. Dove alcuni nomi diventano automaticamente “indicibili” per evitare di essere associati a letture complottiste. E così il problema si sposta: non più cosa è vero, ma cosa è raccontabile.
Il risultato è un paradosso moderno. Più le prove aumentano, più il discorso pubblico si restringe. Non per censura esplicita, ma per autoregolazione preventiva. Perché esistono storie che possono essere raccontate e altre che devono essere archiviate con discrezione.

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