www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Epstein non è un’anomalia, ma il prodotto di una società che premia spietatezza e assenza di empatia. In certi sistemi, i predatori non vengono isolati: vengono selezionati e protetti, perché funzionali al potere.
Epstein non è un mostro isolato: è un sintomo
Ogni volta che il nome di Jeffrey Epstein riemerge, il dibattito si incaglia in un riflesso comodo: l’orrore viene spiegato come eccezione, deviazione, aberrazione individuale. Un “mostro” che nulla avrebbe a che fare con noi, con le nostre istituzioni, con la normalità sociale. Eppure, i primi documenti emersi dal rilascio ufficiale degli Epstein files raccontano una storia diversa: non un corpo estraneo, ma una figura perfettamente compatibile con l’ecosistema che lo ha prodotto e protetto.
Per capire davvero ciò che rappresenta Epstein, occorre spostare lo sguardo dalla cronaca giudiziaria a un piano più scomodo: quello antropologico e morale. Le spiegazioni che oscillano tra la presunta bontà naturale dell’uomo e la sua intrinseca malvagità sono ugualmente fuorvianti. La realtà è più semplice e, per questo, più inquietante: in ogni società esiste una quota stabile di individui incapaci di empatia, dominati da impulsi predatori, privi di freni morali. Non sono una rarità, ma una costante.
La differenza la fa l’ambiente. In alcuni sistemi sociali queste personalità restano marginali, in altri vengono selezionate, valorizzate, premiate. È lì che il “caso Epstein” smette di essere un incidente e diventa un prodotto coerente di una cultura che ha normalizzato la spietatezza come virtù competitiva.
Quando la crudeltà diventa un titolo di merito
Una società entra in una fase patologica quando comportamenti un tempo stigmatizzati diventano strumenti di carriera. Manipolare, mentire, schiacciare, umiliare: ciò che un tempo sarebbe stato considerato segno di disonore oggi viene spesso letto come “determinazione”. Non è una mutazione genetica dell’umanità, ma una mutazione dei criteri di successo.
Non sorprende che in alcuni ambienti – dalla finanza speculativa ai contesti bellici – si registri una maggiore concentrazione di personalità psicopatiche. Non perché quei settori “creino” mostri, ma perché li attraggono e li legittimano. In questi spazi, non provare rimorso non è un limite: è un vantaggio competitivo. Non vedere le conseguenze delle proprie azioni consente di operare senza freni, senza esitazioni, senza domande.
Epstein si muoveva proprio in questo universo. Non come un’anomalia, ma come un operatore perfettamente adattato a un sistema in cui la prossimità al potere e al denaro garantisce immunità morale prima ancora che giudiziaria. Le sue relazioni, oggi documentate, non raccontano solo un crimine, ma una rete di protezione costruita su complicità, silenzi, ricatti. Un sistema che non ha fallito: ha funzionato esattamente come doveva.
Lo stesso meccanismo si riproduce in altri ambiti. Durante le fasi di demonizzazione collettiva – come accaduto nel periodo pandemico – una parte della società ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere trasformati in “nemici” interni. Chi non era nel mirino spesso non se n’è accorto. Ma il processo era identico: creare un bersaglio legittimo su cui proiettare paura e frustrazione.
In questi contesti, le personalità più spietate emergono perché sanno cavalcare l’onda. Dove la violenza simbolica o materiale viene tollerata, chi è privo di scrupoli sale più in fretta. Non per errore, ma per coerenza con il sistema di valori implicito.
Il “caso Epstein”, allora, non ci parla solo di abusi sessuali e di traffici indicibili. Ci costringe a interrogarci sul tipo di società che rende possibile, anzi conveniente, questo genere di potere. Finché continueremo a trattare questi individui come eccezioni, non faremo che assolvere il contesto che li ha prodotti.

* Quest’articolo riprende e sviluppa una considerazione del professor Andrea Zhok
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













