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Ad Aquisgrana l’establishment europeo celebra ancora Mario Draghi, simbolo della tecnocrazia atlantista. Nel suo discorso: Russia nemico, Cina minaccia, riarmo necessario e nessuna vera autonomia europea. Il vassallaggio diventa progetto politico permanente.
Aquisgrana premia Draghi: l’eterno commissario del vassallaggio europeo
Ad Aquisgrana, il rituale annuale si è consumato con la prevedibilità delle cerimonie imperiali in decadenza. Mario Draghi ha ricevuto il Premio Internazionale Carlo Magno davanti alla grande aristocrazia tecnocratica europea: Ursula von der Leyen in spirito, Christine Lagarde in carne e ossa, Friedrich Merz, Mitsotakis e l’intero campionario del centrismo continentale che da quindici anni governa l’Europa come un consiglio d’amministrazione incaricato di liquidarne lentamente il patrimonio industriale, sociale e politico.
Il problema non è il premio in sé. L’Europa delle oligarchie finanziarie vive di premi reciproci, medaglie, fondazioni, think tank, forum e standing ovation tra persone che hanno contribuito allo stesso disastro e continuano a celebrarlo come un capolavoro di governance. Il problema è che ogni apparizione pubblica di Draghi viene ormai trattata come una sorta di epifania post-politica, una discesa del Verbo contabile tra i popoli smarriti.
L’ex presidente della BCE continua a essere descritto come “salvatore dell’euro”, “grande europeista”, “visionario”. Curioso lessico per un uomo che rappresenta invece la perfetta continuità del modello europeo più fallimentare: austerità interna, dipendenza esterna, demolizione della sovranità politica e trasformazione dell’Unione in una periferia strategica dell’impero americano.
Ad ascoltare il suo discorso di Aquisgrana sembrava di assistere alla conferenza motivazionale di un amministratore fallimentare che, dopo aver portato l’azienda quasi in bancarotta, invita i dipendenti a fare ulteriori sacrifici “per diventare più competitivi”.
Draghi ha descritto un’Europa “sola”, travolta da shock successivi dal 2020 in avanti, schiacciata tra crisi energetiche, guerra in Medio Oriente, inflazione, dipendenza tecnologica e rallentamento economico. Fin qui, nulla di falso. Il problema è ciò che manca nel quadro: le responsabilità storiche dell’élite europeista stessa.
Il sacerdote dell’atlantismo terminale
Nel suo intervento, Draghi ha ribadito che la Russia resta il nemico strategico e che la Cina non rappresenta un’alternativa, perché “sostiene il nostro avversario”. È il passaggio più rivelatore dell’intero discorso. Anche davanti all’evidenza di un ordine globale multipolare ormai irreversibile, il sacerdote dell’euro continua a officiare la messa dell’atlantismo terminale.
L’Europa, secondo questa visione, dovrebbe emanciparsi dagli Stati Uniti… restando però perfettamente dentro il perimetro geopolitico americano. Una sorta di autonomia telecomandata. Un’indipendenza con supervisore. Un vassallo che sogna di diventare adulto senza mai lasciare il castello del feudatario.
È qui che il discorso assume tratti quasi surreali. Draghi ammette che Washington non garantisce più la sicurezza europea “alle condizioni date per scontate dal 1949”, riconosce la dipendenza energetica, finanziaria e tecnologica del continente, denuncia la frammentazione industriale europea, ma la conclusione è, testuale, che dovremmoe ssere più “assertivi”.
Non c’è alcuna riflessione sul rapporto patologico con la NATO, sulle sanzioni suicide contro Mosca, sulla subordinazione commerciale agli interessi americani o sul ruolo destabilizzante di Israele in Medio Oriente. No. La soluzione proposta è semplicemente questa: più integrazione europea per servire meglio lo stesso blocco geopolitico.
In pratica, l’Europa dovrebbe armarsi, spendere 1.200 miliardi l’anno, coordinare la difesa, sviluppare l’intelligenza artificiale, centralizzare il mercato interno e rafforzare la propria industria… per continuare comunque a stare dentro l’asse strategico americano-israeliano. Il tutto mentre gli Stati Uniti stessi scaricano progressivamente sull’Europa i costi economici e militari del confronto globale.
Il ragioniere dell’Impero
Draghi non è mai stato un grande statista, ribadiamolo. E nemmeno un visionario, un pensatore politico. Cossiga lo definì un “vile affarista” e “liquidatore dell’industria pubblica italiana” in una celebre telefonata in diretta su Rai nel 2008. Draghi è un esecutore di compatibilità sistemiche. Uno che compila i fogli Excel mentre il continente perde peso industriale, energia a basso costo, autonomia diplomatica e coesione sociale.
La Grecia conosce bene quel metodo. Anche l’Italia lo ha sperimentato durante il suo governo “tecnico”, quando ogni misura veniva presentata come inevitabile, neutrale, necessaria. La tecnocrazia ama definirsi apolitica proprio mentre applica le decisioni più profondamente ideologiche.
Ora Draghi torna a proporre il suo catechismo: mercato unico, politica industriale europea, riarmo, difesa comune, investimenti tecnologici. Tutto formalmente logico. Ma manca una domanda decisiva: per quale progetto di civiltà?
Perché se il risultato finale è soltanto un’Europa militarizzata, iper-tecnocratica, disciplinata fiscalmente e subordinata geopoliticamente agli Stati Uniti, allora non siamo davanti a un rilancio europeo. Siamo davanti alla razionalizzazione del declino.
La scena di Aquisgrana, in fondo, aveva qualcosa di grottesco. Un continente economicamente stagnante, demograficamente esausto e diplomaticamente irrilevante celebrava sé stesso premiando uno degli uomini che più hanno contribuito a trasformarlo in ciò che è oggi: una grande area di regolamentazione senza sovranità, senza energia autonoma, senza politica estera indipendente e senza immaginazione storica.
Eppure la platea applaudiva con fervore quasi religioso. Come certi aristocratici austro-ungarici che continuavano a organizzare valzer mentre l’Impero si dissolveva pezzo dopo pezzo. Solo che oggi, al posto dell’orchestra, ci sono i data center sull’intelligenza artificiale. E al posto della corte imperiale, i manager della NATO.

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