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lunedì, Luglio 4, 2022

Reddito di cittadinanza e salari, immaginario e alienazione

Tutta la discussione su reddito di cittadinanza e salari bassi è venata da un moralismo che, per quanto più o meno anticapitalista, è ben poco “comunista”: il falso problema del pane e delle rose.

Reddito di cittadinanza e salari: comunisti o moralisti?

La discussione sui salari bassi e sul reddito di cittadinanza è venata da un moralismo che, per quanto più o meno anticapitalista, è ben poco comunista.

Si tratta di moralismo perché perlopiù si attaccano i padroni cattivi che pagano poco i lavoratori come se ce ne potessero essere di buoni. Inoltre, tutta la critica delle condizioni di lavoro si scarica sul capitalista e non prende mai di mira il capitalismo in quanto tale e neppure la tecnica (bisognerebbe infatti non dimenticare che le macchine che alienano ci sono comunque, sia in presenza di salari alti sia addirittura nei sistemi socialisti o pienamente socialdemocratici).

Inoltre, praticamente nessuno dice che la stragrande maggioranza delle persone fa lavori brutti, senza senso, noiosi e alienanti che spesso devono essere raggiunti con treni sporchi, sovraffollati o in automobile in città superinquinate perdendo ore e ore nel traffico cittadino.

Boom di inattivi in Italia: "Non studio, non lavoro, non guardo la tv..."

Nessuno dice che perlopiù la vita è fatta di lavoro-divano-lavoro e di un tempo libero praticamente inesistente o comunque inserito all’interno del lavoro stesso: si passa sempre più tempo con i colleghi in aperitivi vari e all’interno di occasioni di divertimento costruite tramite gli stessi oggetti che si producono nei luoghi di lavoro.

La TV e il divano fanno il resto: producono un immaginario che ruota attorno alle cose che si producono di giorno.

Io ho grande simpatia per chi dichiara di non avere voglia di lavorare perché il lavoro anche ben retribuito è fonte di sofferenza ed è una prigione che inchioda i lavoratori all’interno di un sistema di valori e di consumi prodotti dallo stesso capitale, soprattutto nel momento in cui sono scomparsi tutti luoghi di produzione alternativa di pensieri, visioni del mondo, solidarietà ecc…

Il lavoro è però necessario e probabilmente non tutti possono farne uno creativo e soddisfacente.

Quando il lavoro rende poveri

Ebbene, a fronte di tutto questo, e a fronte dell’impossibilità di liberare il lavoro perché forse non esiste una macchina a misura di operaio e per questo la proprietà dei mezzi di produzione non è evidentemente la soluzione, invece di perdere tempo in polemiche moralistiche contro i padroni bisognerebbe tornare in campo da comunisti con alcuni punti fondamentali:

1) riduzione generalizzata dell’orario di lavoro da finanziare con tutte le varie misure di welfare ora esistenti, reddito di cittadinanza compreso;
2) riapertura di un grande dibattito sulla tecnica e sul rapporto tra uomo e natura;
3) ripresa della critica dell’immaginario consumista per una nuova idea di social catena democratica;
4) ripresa del dialogo tra credenti e non credenti non tanto sui diritti civili, non tanto per qualche coalizione elettorale, ma per proporre un’idea di uomo e di donna proprio a partire dai punti 1, 2 e 3.

Lo so che solo il primo punto è concreto. Però so anche che senza gli altri tre non ci sarebbe fascino, appeal, attrazione nemmeno per il primo.

Il problema non è quello del pane e delle rose. Pane e rose sono la stessa cosa perché l’essere umano diventa tale solo rispondendo all’insensatezza del vivere e non dopo avere mangiato.

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Claudio Bazzocchi
Claudio Bazzocchi
Studioso di filosofia politica

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