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giovedì, Agosto 11, 2022

“Entusiasmo”, o sulla visita di Chiara Ferragni al Memoriale della Shoah

Nell’arruolare personaggi molto popolari quali testimonial, come Chiara Ferragni, che garantiscono con il loro corpo di un’esperienza vissuta, rischiamo di modificare l’esperienza testimoniata, convertendola in una fiction.

Sulla visita di Chiara Ferragni al Memoriale della Shoah

Chiara Ferragni, nei giorni scorsi e come suo diritto, azzarderei perfino merito, ha fatto visita al Memoriale della Shoah. Ciò che invece continuo a non comprendere è perché Liliana Segre l’abbia invitata, accolta, accompagnata, e perché ci fossero fotografi, perché il personale della virtuosa associazione fosse ugualmente presente: tutti eleganti e ricomposti nell’inquadratura come i bambini di una celebre canzone di Giorgio Gaber, che non sapendo se ridere o piangere battono le mani, fanno finta di essere sani.

Tra questi una mia amica di lunga data, che così commenta l’episodio su Facebook: “Chiara Ferragni ha accettato l’invito di Liliana Segre ed ha visitato per la sua prima volta il Memoriale della Shoah, ne siamo stati entusiasti…”

Mi sono permesso di farle notare che il termine entusiasmo significa ‘dio dentro di me’ (en theos), e che anche a cercare bene, immaginando di sprofondare fin dentro alle cellule del mio corpo, fatico a scorgere un dio, anche piccolo piccolo, che so Manitù, da associare alla visita di Chiara Ferragni al memoriale della Shoah. No, nessun dio a suggerirmi quale sia l’outfit più adatto all’estate 2022.

Ne è nato un breve scambio di reciproca e spigolosa incomprensione, ma che forse possiede degli spunti di interesse generale, a rilanciare (più che a risolvere) le ambiguità del termine ‘civile’, di cui una volta alle scuole medie era presente un’ora di lezione.

Provo a sintetizzare i due termini del dilemma:

1) fosse pure Belzebù, tutto fa brodo per indirizzare l’attenzione dei distratti sulla memoria della Shoah, secondo le dinamiche consolidate dell’emulazione (posizione semplificata, da me, della mia amica);

2) la soggettività dell’osservatore, non solo nella fisica quantistica ma nelle cose di tutti i giorni, contribuisce a determinare la natura dell’oggetto osservato. Così non è lo stesso se viene replicata la pupilla di Chiara Ferragni o, che so, quella di Pasolini (mia posizione).

Continuo a questo punto a titolo personale, già che lo scambio su Facebook si è bruscamente interrotto.

Qual è il carattere peculiare che riconosciamo allo sguardo di Chiara Ferragni?

A parte una meravigliosa azzurrità, io direi la tautologia: Ferragni, come il marito, si lascia guardare, e nel farlo noi guardiamo loro in una circolarità infinita che per analogia possiamo accostare ai video in slow motion del crollo delle Twin Towers; solo che qui a implodere è la semantica: non c’è niente da capire, tutto esiste solo come superficie sensibile in cui la quantità (dei follower) ha preso il posto del pregiudizio novecentesco della qualità, da rinvenire quale polpa sotto la scorza del frutto.

Non fraintendetemi, non voglio biasimarla o fare dell’ironia. In fondo quando diciamo che i Ferragnez sono degli influencer li prendiamo come giusto sul serio: influenzare significa contribuire alla determinazione del proprio tempo, in senso nemmeno troppo lato fare della filosofia.

Poco importa se lui, Fedez, sentendo pronunciare il nome di Giorgio Strehler, risponda “e chi cazzo è?”, mentre se i nomi fossero stati quelli Chanel, Cristian e Isabel, la coppia più celebre d’Italia avrebbe esclamato all’unisono: “Ma sono i figli di Ilary e Francesco (Totti), salutameli se li vedi?” Spuma dell’onda in luogo dei coralli che vede solo il palombaro. Immagine che si fa cosa. La filosofia pop-moderna è servita.

Ma se questo è il modello di riferimento – del tutto legittimo, sia chiaro -, perché applicarlo alla vicenda chiave del Novecento, vicenda abissale che ancora ci inabissa e confonde, perché proiettare sulla Shoah l’orizzontalità dello sguardo di Chiara Ferragni, sperando così di fare da apripista a una più diffusa visione, poco importa se solamente ornamentale?

Mi è allora venuto in mente il bravo scrittore ceco Jachym Topol, che in ‘L’officina del diavolo’ (Zandonai, 2012) metteva in scena un immaginario parco giochi dei crimini del secolo scorso, lo sterminio nazi-stalinista ricostruito come Disneyland.

Nell’arruolare personaggi eccentrici ma molto popolari quali testimonial, ossia testimoni, colui o colei che garantiscono con il loro corpo di un’esperienza vissuta, rischiamo di modificare l’esperienza testimoniata, convertendola in una fiction.

Magari anziché ridere mettiamo l’emoticon con la lacrimuccia, ma la disposizione adulterata non cambia.

Ovviamente non penso che queste siano state le intenzioni di Liliana Segre, né quelle di Chiara Ferragni nell’accogliere l’invito. Ma avrei gradito più discrezione, molto meglio una visita privata, senza assurgere alla condizione inflazionata di evento, per altro dubbia; se un evento è ciò che infrange, inatteso, l’ordine dei giorni, la sua moltiplicazione ne vanifica la possibilità.

Solo a questo modo possiamo sperare di ritrovare un entusiasmo autentico, un dio dentro di noi o una stellina danzante, direbbe Nietzsche. Diversamente, le stelle finiscono col ridursi a quelle esposte nelle vetrine dei negozi nel periodo di Natale, dove tutto si compra e tutto si vende.

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Guido Hauser
Guido Hauser
Giornalista e scrittore

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