La denuncia a chef Rubio come “odiatore” nei confronti della senatrice Segre, pone il problema che parlare male di personaggi politici o in vista, va configurandosi come un reato interpretabile a seconda di chi parla e contro chi si rivolge.
Caso chef Rubio, una denuncia pericolosa
Fa discutere il caso “chef Rubio“: la Procura di Milano ha aperto una indagine per minacce e diffamazione aggravata dall’istigazione all’odio razziale in seguito alla denuncia nei confronti di 24 persone, tra cui il noto personaggio, presentata martedì scorso dalla senatrice a vita Liliana Segre, bersagliata da hater sui social e anche via email.
Una denuncia che lascia molti dubbi, visto che dei 24 “odiatori” denunciati dalla senatrice, ben 23 sono account anonimi, solo Chef Rubio è stato accusato con nome e cognome, (all’anagrafe Gabriele Rubini).
Ciò significa che gli haters propagatori dell’antiebraismo più becero e razzista restano anonimi. L’unico a finire alla gogna è un personaggio pubblico impegnato al fianco dei palestinesi mettendoci la faccia.
Rubio ha replicato alla denuncia presentata dai legali della senatrice Liliana Segre, sottolineando di non aver ricevuto ancora nessuna comunicazione ufficiale. E aggiungendo:
“Chiedere a Liliana Segre di denunciare i crimini della colonia d’insediamento israeliana e dell’esercito nazista che da 74 anni porta avanti la pulizia etnica del popolo nativo palestinese (semita) sarebbe incitare all’odio? I silenzi di parte sono odio, non chi resiste”.
Dal suo profilo twitter lo chef ha riproposto il post dello scorso 21 aprile in cui sottolineava rudemente, come sua abitudine, il silenzio della senatrice a vita di fronte ai soprusi di Israele nei confronti dei palestinesi:
“’Palestinesi? Non mi occupo di politica’. Cit. Liliana Segre. Vedo che però te ne occupi quando si tratta degli ucraini. Lasciami dire che il tuo silenzio sistematico nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo da 74 anni è disgustoso”.
Come sempre in prima linea in questo genere di crociate c’è il quotidiano online Open, che rilancia affermando che il tweet incriminato sarebbe un altro, riferendosi a una replica di Rubio alla senatrice quando lo scorso 6 novembre aveva auspicato più severità nei confronti dei medici No Vax:
“Molto più severa quanto? Roba da fustigazioni e manciate di sale sulle ferite? Gogna? Vergine di ferro? Giusto per capire i tuoi gusti #Auschwitz #cheschifo”.
In realtà non vi è alcuna comunicazione ufficiale al riguardo, ma ormai la gogna per Rubio è già scattata. Con un grave rischio che va oltre il caso specifico, ovvero la vaghezza del reato di “odio” che si presta a innumerevoli strumentalizzazioni sconfinando molto spesso in attacchi alla libertà espressione.
Il rischio reale, che è già tra noi, quotidianamente, nella società dei social, è che parlare male di personaggi politici o in vista, va configurandosi come un reato interpretabile a seconda di chi parla e contro chi si rivolge, andando anche oltre il contenuto stesso.
L’effetto Marchese del Grillo – io so io e voi nun siete un ca… – ma con una scomoda e pericolosa appendice penale.

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