Ancora il caso Minetti: Berlusconi è morto, il sistema berlusconiano no

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La grazia a Minetti non si capisce leggendo le carte: si capisce guardando i fatti. Una condannata per favoreggiamento della prostituzione, una narrazione di riscatto costruita ad arte, un sistema che si chiude a riccio.

Il caso Minetti: quando il buon senso vale più delle carte

Trentasei grazie concesse su millesettecento pratiche esaminate nel secondo mandato di Sergio Mattarella. Poco più del due percento. Non è esattamente il profilo di un presidente prodigo di clemenza, e chi in questi giorni lo accusa di cedimento politico farebbe bene a tenere presente questo dato prima di parlare. Eppure il caso Minetti esiste, è concreto, e prescinde dall’antipatia o dalla simpatia che si nutre per la diretta interessata. Prescinde anche, in larga misura, dalla necessità di “leggere le carte”: alcune vicende si capiscono senza bisogno di istruttoria, perché la logica degli eventi parla da sola.

Nicole Minetti è stata igienista dentale di Silvio Berlusconi prima di diventare consigliere regionale della Lombardia nelle liste del suo partito. Il salto di carriera, nella storia politica italiana, non è inedito — il clientelismo ha radici profonde e bipartisan — ma raramente è stato così esplicito nella sua meccanica. Il percorso che porta da uno studio dentistico di Arcore a un seggio in Consiglio regionale non ha mai avuto bisogno di essere spiegato: era autoevidente nella sua struttura. Berlusconi non cercava un’interlocutrice politica. Cercava qualcuno di fiducia per gestire ciò che non poteva gestire in prima persona.

La maitresse, la questura e la condanna definitiva

I fatti processuali sono pubblici e non contestati nella loro sostanza. Minetti è stata condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione — in relazione all’organizzazione delle serate di Arcore — e per rimborsi illeciti nella sua attività di consigliere regionale.

L’episodio della questura ha una sua eloquenza autonoma. Presentarsi davanti a degli agenti con una storia inverosimile — la minorenne fermata sarebbe “la nipote di Mubarak” — non era un tentativo di convincere nessuno. Era una dimostrazione: qualcuno abbastanza potente da mandare lei, in quel momento, in quel luogo, con quella richiesta, non aveva bisogno di essere credibile. Aveva solo bisogno di essere obbedito.

Su questo sfondo, il linguaggio del decreto di grazia appartiene a un registro che presuppone la buona fede di tutte le parti coinvolte. Presuppone che il percorso di redenzione documentato corrisponda a qualcosa di reale, verificabile, non costruito a tavolino per produrre l’effetto desiderato sull’unico lettore che conta. È esattamente questa presupposizione che un’inchiesta giornalistica ha messo in discussione — e che il sistema ha scelto di non esaminare Nella peggiore, come la copertura istituzionale di un’operazione politica con obiettivi molto concreti.

La dinamica successiva ha reso le cose ancora più trasparenti. Un quotidiano italiano – il Fatto – ha ricostruito che la narrazione di riscatto presentata a sostegno della domanda di grazia — inclusa l’adozione di un bambino con disabilità dal Sudamerica — sarebbe stata costruita in modo da ingannare il Presidente della Repubblica, oltre che il Procuratore Generale e il ministro Nordio. La risposta del sistema è stata immediata e compatta: smentita totale, nessun elemento di verità, chiusura dei ranghi.

Il sistema che si protegge

È qui che il caso smette di riguardare Minetti e inizia a riguardare qualcosa di più grande. Quando un’inchiesta giornalistica documenta un’operazione che avrebbe indotto in errore le più alte cariche dello Stato, la reazione istituzionale non dovrebbe essere la smentita a prescindere: dovrebbe essere la verifica. Invece il meccanismo si è invertito — non si indaga sulla possibile manipolazione, si attacca chi l’ha denunciata.

Marco Travaglio ha sintetizzato la logica sottostante con la precisione che gli è propria: Minetti e il suo entourage avrebbero preso in giro il Procuratore Generale, che avrebbe trascinato nel raggiro Nordio e Mattarella. E ora, per non dover ammettere pubblicamente di essere stati manipolati, le istituzioni coinvolte avrebbero scelto la strada della negazione totale. È una dinamica che chiunque abbia una minima familiarità con il funzionamento del potere riconosce immediatamente: il sistema non si difende ammettendo gli errori, si difende chiudendo i ranghi e squalificando chi fa le domande scomode.

Il risultato, al netto delle smentite e delle dichiarazioni ufficiali, è un ulteriore deposito di sfiducia nel sistema giudiziario e nelle istituzioni di garanzia. La sfiducia non nasce dalla lettura degli atti processuali. Nasce dal fatto che la storia, raccontata nei suoi elementi essenziali, non ha bisogno di glosse. Chi era Minetti, perché era lì, cosa ha fatto, come è finita, e poi come è ricominciata: la traiettoria parla da sola. Le smentite istituzionali aggiungono un capitolo, non cambiano la trama. A volte il buon senso è sufficiente. Anzi, a volte è l’unico strumento che funziona ancora.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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