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Quale multipolarismo?*
Abbiamo pensato che l’alternativa fosse tra globalismo e multipolarismo.
Abbiamo pensato che il globalismo fosse lo sterminio delle differenze, la riduzione di ogni struttura di relazione alla regola feroce dello scambio tra merci.
Che il globalismo fosse il dominio incontrastato della logica del capitale e della valorizzazione del capitale.
Abbiamo pensato che il multipolarismo fosse, invece, salvaguardia delle differenze culturali, delle tradizioni, relazione tra popoli che mantengono direzioni di sviluppo differenti.
La abbiamo fatta troppo semplice, contrapponendo sic et simpliciter globalismo e multipolarismo.
La partita è, invece , almeno a tre. Il multipolarismo che si sta imponendo sulle ceneri della follia globalista è infatti il multipolarismo di potenza, che annuncia una spartizione del mondo come quella spartizione dell’Africa che avvenne nell’Ottocento.
Si tratta di un multipolarismo che imprigionerà i popoli, dentro la gabbia d’acciaio delle necessità geopolitiche.
Si tratta di un multipolarismo altrettanto nichilistico e omologante del peggiore globalismo, perché i differenti poli sono guidati dalla stessa logica, dalle stesse esigenze e dalle stesse categorie valoriali. Il richiamo alle tradizioni avviene solo per giustificare mere logiche di potere e di potenza. Serve solo a serrare i ranghi e a impedire ai popoli di prendere la parola nella storia.
Bisogna pensare a un altro multipolarismo, al multipolarismo dei popoli e delle culture, bisogna battersi, teoreticamente e praticamente, per restituire ai popoli e non alle potenze geopolitiche il loro destino.
Bisogna iniziare a criticare la tanto declamata geopolitica come l’ideologia di questa fase storica, come la sua espressione sovrastrutturale, mostrare che non è scienza ma l’ideologia del multipolarismo di potere, che la storia ha pieghe più profonde.
Bisogna iniziare a pensare al multipolarismo dei popoli, che è quello che manca, per pensare e agire, senza dovere sempre scegliere tra globalismo e multipolarismo dei poteri.

* Una riflessione ‘social’ del professor Vincenzo Costa
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