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La narrazione neoliberale, ormai radicata nelle società occidentali, propone un curioso paradosso: denunciare come totalitario qualsiasi sistema che non rientri nel paradigma liberale. Questa strategia, pur vantandosi di essere universalmente inclusiva e promotrice della libertà, finisce per adottare atteggiamenti che possono essere definiti essi stessi totalitari.
Quando è totalitarismo tutto ciò che non è ‘liberal’
C’è un meccanismo retorico che il discorso neoliberale ha perfezionato nel corso degli ultimi trent’anni e che merita di essere esaminato con attenzione, perché funziona con una precisione quasi meccanica: qualsiasi sistema politico, culturale o economico che non si conformi al paradigma liberale viene automaticamente classificato come totalitario, illiberale, nemico della libertà.
È una categoria onnicomprensiva che ingloba realtà profondamente diverse tra loro, le appiattisce sotto la stessa etichetta e le contrappone a un modello che si presenta come l’unico razionalmente accettabile. Il punto di partenza è la tesi di Francis Fukuyama sulla fine della storia — la democrazia liberale e il capitalismo di mercato come approdo definitivo dell’evoluzione politica umana, dopo il quale non esistono alternative legittime, solo deviazioni da correggere. Margaret Thatcher la sintetizzò con la brutalità che la contraddistingueva: There Is No Alternative. Non era una descrizione della realtà, era una prescrizione ontologica: il liberalismo non come scelta tra possibili, ma come necessità storica. Ciò che sta fuori non è semplicemente diverso: è sbagliato, arretrato, pericoloso.
Questa premessa produce una conseguenza classificatoria di straordinaria comodità. Nel calderone dell’illiberalismo finiscono, senza distinzioni significative, realtà che hanno tra loro pochissimo in comune. L’Islam come sistema di valori che non accetta la riduzione della religione alla sfera privata — premessa fondamentale del liberalismo occidentale — viene accomunato al regime nordcoreano, che è qualcosa di radicalmente diverso per struttura, storia e contenuto. La Cina, con la sua tradizione politica millenaria e il suo modello di pianificazione statale, viene messa sullo stesso piano dell’Iran teocratico. L’Ungheria di Orbán, prima che venisse sconfitto in regolari elezioni, paese membro dell’Unione Europea con un sistema partitico plurale, veniva equiparata alla stregua di una dittatura sudamericana anni 0ttanta. Il Sudafrica che rivendica autonomia nelle proprie scelte di politica estera viene trattato come una deviazione dalla norma.
Il socialismo, i conservatorismi pre-liberali, i nazionalismi di varia natura e i fascismi storici finiscono nella stessa categoria analitica, come se condividessero un’essenza comune che li rende tutti ugualmente incompatibili con la civiltà. Non è analisi: è pigrizia intellettuale elevata a sistema.
Il paradosso centrale di questa costruzione è che l’unico sistema con ambizioni genuinamente universalistiche — con la pretesa, cioè, di rappresentare la verità definitiva da estendere all’intero genere umano, indipendentemente dalle storie, dalle culture e dalle preferenze delle popolazioni coinvolte — è esattamente il liberalismo stesso.
Ogni altro sistema politico rivendica la propria particolarità: la Russia difende la propria sfera di influenza, la Cina il proprio modello di sviluppo, l’Iran la propria identità religiosa. Nessuno di essi pretende di essere il modello a cui tutta l’umanità deve conformarsi. Il liberalismo sì, e lo fa con la certezza di chi non sente il bisogno di giustificare la propria universalità perché la considera già dimostrata dalla storia.
Questo atteggiamento produce un sistema di doppi standard così consolidato da essere ormai quasi invisibile a chi lo pratica. I crimini commessi dalle democrazie liberali — le guerre in Iraq e Afghanistan, le torture di Abu Ghraib, i droni che colpiscono matrimoni in Pakistan, i trent’anni di sostegno a dittature convenienti dal Cile all’Arabia Saudita — vengono sistematicamente classificati come errori contingenti, deviazioni da una norma che rimane intatta, episodi deplorevoli ma non strutturali. I crimini analoghi commessi da sistemi non liberali sono invece presentati come espressione dell’essenza stessa di quei sistemi, prova della loro irredimibile abiezione.
Le proteste che scoppiano nelle democrazie liberali — le rivolte nelle banlieue francesi, i movimenti contro la vilenza poliziesca dell’ICE negli Stati Uniti, le manifestazioni pro-Pal in Germania — vengono descritte come tafferugli marginali, disfunzioni da gestire con gli strumenti dell’ordine pubblico. Le proteste nei paesi avversari sono immediatamente elevate ad aneliti di libertà, segnali di una società civile che aspira al modello occidentale. I morti prodotti dai bombardamenti occidentali sono danni collaterali di operazioni legittime; i morti prodotti dagli avversari sono prove di intenzione genocidaria.
Questa asimmetria non è accidentale: è strutturale al modo in cui il liberalismo concepisce sé stesso come soggetto storico autoassolto. Un sistema che si crede la verità finale non può sbagliare per natura, può solo sbagliare per accidente. I propri errori sono correggibili dall’interno; quelli degli altri confermano la diagnosi già formulata.
Il risultato finale di questo meccanismo è quello che in psicologia si chiama proiezione: si attribuisce all’altro esattamente ciò che si pratica. Accusare di totalitarismo ogni sistema che non accetti il proprio modello come unico valido è, nella sostanza, un comportamento totalitario. Pretendere che non esista alternativa legittima alla propria organizzazione politica è esattamente la struttura del pensiero che il liberalismo dice di combattere. La differenza è che il liberalismo la esercita con la coscienza pulita di chi è convinto di farlo in nome della libertà. Il che non lo rende meno totalitario: lo rende più difficile da riconoscere come tale.

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