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mercoledì 12 Maggio 2021
TecnèVerso il rockumentary: viaggio nel documentario musicale

Verso il rockumentary: viaggio nel documentario musicale

La filmmaker Deborah Farina ci conduce in un appassionante viaggio attraverso la storia del rockumentary, il documentario musicale ovvero il concert film.

Rockumentary, il documentario musicale

Il rockumentary è una forma di documentario musicale rock definito più generalmente concert-film, che ha segnato tanto immaginario filmico di appassionati e non.

Ma ha segnato soprattutto il mio immaginario di studiosa, nonché di filmmaker e documentarista e, alla luce del mio nuovo docufilm, proprio un rockumentary sulla leggendaria band prog-rock napoletana degli Osanna, mi piace approfondire su queste pagine il percorso storico, cinematografico e culturale che ha portato a questo ‘genere’, specchio delle sue epoche.

Dalla crisi e rifondazione del genere musical, fuori dallo studio system e in ambito documentaristico, nasce come ultima vera forma evolutiva il concert film, in tutto diametralmente opposto al genere hollywoodiano tradizionale.

Aiutato dalle tecniche del direct cinema e sulla scia dei grandi raduni rock della fine degli Anni Sessanta, esso si pone come uno dei più interessanti esperimenti attuati dai filmmakers indipendenti.

Attraverso la tecnica della presa diretta e grazie ai metodi rivoluzionari derivanti in gran parte dal nascente mezzo televisivo come la telecamera a spalla, la pellicola in 16mm, l’utilizzo di troupe minime ed un’attrezzatura leggera, gli avvenimenti o momenti reali, vengono registrati nel loro divenire, senza l’uso delle tecniche cinematografiche del cinema classico di fiction.

Qui ognuno è se stesso, non ci sono attori che recitano copioni prestabiliti, non c’è un storia fittizia con i sui personaggi nati dalla mente di un autore-sceneggiatore, ma soltanto un piano di regia e di montaggio basato dal taglio voluto dal regista-operatore, una sorta di canovaccio aperto sulla realtà.

Concert film

È proprio nelle tecniche usate, negli argomenti trattati e nel modo libero da compromessi dell’espressione registica che risiede la grande differenza rispetto al cinema narrativo. Film come Woodstock, Message to Love o Gimme Shelter, in un modo o nell’altro, sono il vero e proprio riflesso di una mentalità di ribellione, la visualizzazione senza mediazioni della lotta contro i modelli ormai anacronistici delle generazioni passate.

In questo senso i concert film, nell’ottica di un periodo di enorme fermento culturale a tutti i livelli, diventano veri e propri attestati storiografici, tranche de vie di un raro momento storico.

Il concert film, come genere marginale, si pone quindi nell’ambito di quegli indipendenti, per lo più americani interni al New American Cinema (particolarmente alla scuola documentaristica newyorkese), che decidono  di abbandonare i consunti stilemi classici ormai completamente anacronistici, per passare alla protesta intesa essenzialmente come svecchiamento o totale abbandono del genere.

L’alba del rockumentary, dai Juke Box films ai documentari musicali

Nel cammino evolutivo verso la più radicale forma di cambiamento rappresentata dai rockumentary a partire da Monterey Pop (1967) di D.A. Pennebaker, accanto all’esplosione della beat generation e del movimento dei Nac, fondamentale importanza acquista il fenomeno dei Juke Box Films.

Il filone, sottostante il cambiamento dei gusti e delle prospettive musicali da parte della nuova generazione, ovvero i primi esperimenti di fusione tra il mercato cinematografico e discografico, vede come protagonisti tutta la generazione di rockers degli Anni Cinquanta da Bill Haley and the Comets a Little Richards, da DJ Alan Freed a Elvis Presley.

I Juke Box Films, come gli immediatamente successivi Beach Party Movies, sono film che, nati sulla scia della crisi delle majors company per il fagocitamento da parte del nuovo e rivoluzionario mezzo televisivo delle pellicole di serie b.

Pur nella loro genuinità e povertà di contenuti tematici e registici, aprono la strada ad una buona parte della produzione indipendente americana (tra cui anche l’AIP di Arkof e Nicholson).

Beach Blanket Bingo (1965)

 

We want all and we want it now

Altre suggestioni provengono da quella swinging London mostrata dalle pellicole maggiormente psichedeliche.

La più interessante e sperimentale risulta essere Tonight let’s all make love in London girata da Peter Whitehead nel 1966 che documenta l’ultima session di registrazione di Syd Barret con i Pink Floyd ed uno degli abituali happening del periodo, patria di alcuni dei maggiori protagonisti dei documentari rock.

Il convergere di western music e rythm and blues nel rocknroll, la crisi della società giovanile pre e post beat, la fondazione di una nuova concezione storica e critica del cinema, sono tutte fila che incrociandosi, toccandosi, fondendosi o solo sfiorandosi, danno vita gradualmente a questi film, destinati alla fascia della controcultura.

We want all and we want it now, queste le parole di Jim Morrison leader dei Doors per definire la scelta radicale di una generazione. Crescere in quegli anni aveva significato assistere come spettatori vivi alla nascita di un tipo di società, di mentalità, di musica.

summer of love

Black Power, Free Speech Movement

In meno di dieci anni erano apparsi musicisti come Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones, The Who, Byrd, Doors, Grateful Dead, Pink Floyd, Velvet Underground.

Crescere negli anni Sessanta, aveva significato anche aver fatto parte di un cambiamento sentito come una rivoluzione. Durante gli anni Sessanta, con la chiusura del periodo dell’inquisizione maccartista, dell’avventura coreana, della guerra fredda, il fermento culturale è ancora più profondo ed incisivo rispetto al decennio precedente.

Ora la guerra di Cuba, la ben più terribile guerra del Vietnam, accanto a tutta una serie illimitata di problematiche interne ed esterne, sono al centro della vita politica, sociale e culturale.

Sono gli anni del black power prima, e delle più radicali black panthers poi, dei freedom riders, dei primi sit-in, dei boicottaggi guidati da Martin Luther King. E ancora del momento della non violenza, della crescita e della maturazione politica di Malcom X, dello scoppio dei campus universitari (Barkley, Free Speech Movement), della nascita delle organizzazioni studentesche di sinistra, del persistere di tensioni all’interno delle fabbriche e dei luoghi di lavoro.

Quando la denuncia e l’urlo cessarono di essere elitari, ma si espansero al di fuori dei circoli artistici, verso tutta la socialità, nacque tutta la cultura underground.

Il dissenso dell’underground, rintracciabile nella non partecipazione, nella rivoluzione storica, psicologica, psichedelica. Nella liberazione individuale, nell’abbandono della società corrente per la costruzione di un mondo a se, senza violenza e tecnologia distruttiva. Inizia come fenomeno sotterraneo nutrendosi di canali al di fuori dell’ufficialità, nella ricerca di un mitico  uomo naturale non contaminato e fuso con la natura stessa.

Sun flowers: la visione del corpo nel rockumetary

Un uomo senza una intelligenza tecnologica ma con un forte slancio rivoluzionario contro il sistema e le vie politiche tradizionali. È l’avvio del sun flowers degli happenings e di tutti quegli espedienti intesi come liberatori dell’io. Dalle soft drugs al sesso libero, alle filosofie orientali, sono tutti gli elementi di una politica apocalittica controculturale rispetto ad un sistema determinato da simboli consumistici, grandi industrie, modi brutali.

La visione del corpo compare all’interno di molti rockumentary, soprattutto dal 1967 al 1970, e si ritrova largamente tra i grandi raduni dei festival o tra i super concerti sul tipo di Altamont dei Rolling Stones.

In realtà, l’esibizione del corpo nudo o seminudo, rientra nella nuova cinematografia degli anni Sessanta.

Jonas Mekas ne parla a proposito degli intenti New America Cinema: La rinascita del cinema poetico negli ultimi anni ha abbattuto le barricate del naturalismo.

L’artista d’avanguardia, il nuovo poeta, padroneggia nuove tecniche e nuovi approcci che ormai gli permettono di includere nel suo lavoro, poeticamente e filmicamente, certi aspetti intoccabili della realtà, tra cui il corpo (…).

Adesso possiamo tranquillamente affermare che sono state poste nel modo  forse più significativo le basi per l’uso estetico del corpo nel cinema(…). Ma l’esibizione del corpo si rivelerà essere solo uno dei tanti elementi liberatori di mezzi e mentalità, dalla visione on stage a quella dietro la facciata, nel bene e nel male.

The Rolling Stones – Under My Thumb (Live Altamont 1969)

 

Rockumentary, documentario musicale e free festival

La prima registrazione di un free festival si deve a Don Allan Pennebaker con Monterey Pop. E’ da questa pellicola che inizia storicamente a pieno il fenomeno del rockumentary.

In realtà il primo concert film era stato Jazz on a summer’s day di Bert Stern, in occasione del Jazz Festival di Newport del 1958.

Tuttavia, tra il primo e il secondo evento, si pongono, a metà strada tra il rockumentary ed il portrait due film: What’s happening! The Beatles in the Usa, girato nel 1964 da Albert e David Maysles, durante la prima visita dei fabolous four negli Stati Uniti.

L’altro è  Don’t look back del 1966, ancora di Pennebaker, con protagonista un giovanissimo Bob Dylan ancora del tutto folk singer, ovvero prima del successivo passaggio da acustico ad elettrico e dell’incontro con The Band.

I filmmakers, appartenenti alla Drew Associates, insieme a Robert Drew e Richard Leacock (con il quale Pennebaker fonderà la propria casa di produzione indipendente), conformemente allo stile documentaristico diretto, già utilizzato in lavori come Primary e The Chair, continuano la ricerca del cinema verità americano.

Lunghi piani sequenza, riprese in interni inusuali ma molto intimi come il vano posteriore di un’auto, inseguimenti lungo spazi ristretti e talvolta contorti. Tutto ciò anche di fronte a star della musica, volendone indagare non solo le fattezze estetiche e gli intenti musicali, ma soprattutto i contenuti umani, rivelati di fronte all’insistenza della macchina da presa (all’occhio clinico dei Fratelli Maysles e a quello ossessivo di Pennebaker).

Se nei Beatles per la prima volta viene fotografata una realtà giovanile istericamente coinvolta da una rock band, con Don’t look back è esclusivamente il singolo che emerge, o comunque una realtà ristretta, circolare a quel singolo, se pur già oggetto di culto per molti fans.

Concetto ripreso dalla registrazione di Sweet Toronto, nel 1969, dove l’occhio della macchina da presa, continuamente puntato su John Lennon e Yoko Ono, per la prima ed unica volta in esibizione con la Plastic Ono Band, quasi si dimentica della realtà circostante.

La visione generazionale vera e propria inizia quindi con Monterey Pop. Il film, che apre il filone, naturalmente girato con le tecniche del direct cinema, coglie una realtà colorita, spensierata sia di pubblico che di performance come è stato in Jazz on a summer day, alla cui struttura il film chiaramente si richiama.

L’odience inizia ad avere un ruolo fondamentale. Non è un semplice spettatore dell’evento musicale rappresentato dal festival, ma è protagonista accanto agli altri elementi che concorrono a comporre il quadro: musicisti, organizzatori, tecnici.

Nell’ottica del valore comunitario, il filmmaker vuole dare della porzione di realtà che sta riprendendo una visione d’insieme, una varietà nuda e poetica allo stesso tempo.

Deborah Farina con Albert Maysles

Deborah Farina con Albert Maysles

Da Woodstock all’Altman Speedway: il documentario musicale diviene epopea

Tuttavia a dare del flower power il più alto contributo epocale di romanticismo puro, è Micheal Wadleigh con Wooodstock. Girato nell’agosto del 1969, durante quelli che saranno chiamati i tre giorni di pace, amore e musica, la pellicola dà, di quella generazione, una visione di felicità, di gaiezza mischiata ad un sorta di sognante misticismo.

Un’interminabile epopea hippy dallo stage al backstage. Ad esso si sarebbe presto contrapposto il cinismo dell’Isola di Wight, documentato da Murray Lerner in Message to love, vero e proprio rovescio della medaglia del popolo, tutti compresi – anche musicisti ed organizzatori – filmato a Woodstock.

Qualche mese prima la pellicola di Lerner e nell’autunno successivo la summer of love, sono ancora Albert e David Maysles a dare la visione più cruenta e rivelatrice di una cultura con Gimme shelter.

I fratelli Maysles, chiamati a registrare le date newyorkesi dal tour statunitense del 1969 dei Rolling Stones, trovando la band un interessante soggetto da indagare, decidono di continuare a seguire il tour in quello che si profila essere il più importante evento musicale dell’anno dopo il festival di Woodstock, il concerto che gli Stones terranno all’Altamont Speedway, il 6 dicembre del 1969.

Lì, fissato per sempre dalla camera dei filmmakers, il sogno anarchico di una generazione termina nel sangue, con l’uccisione di un ragazzo del pubblico da parte di un Hell’s Angel, decretando la fine di un’epoca.

Un velo è caduto; sarà Murray Lerner in Message to Love, girato presso la britannica Isola di Wight a fine agosto del 1970 a far decadere tutti gli altri orpelli, demistificando i nuovi idoli di massa, le rockstar, e spegnendo definitivamente la luce sul mito di Aquarius.

La maggior parte dei documentari musicali, i rockumentary posteriori al 1971, per lo più orfani di alcuni dei loro maggiori protagonisti, perdono un poco della carina originale ed eversiva, della verità fissata precedentemente, divenendo talvolta esercizio di stile, estetismo puramente formale, o semplicemente registrazione di esibizioni musicali al di fuori della logica tematica.

Non c’è una storia da raccontare, una realtà da scrutare e presentare.

Solo con The last waltz girato da Martin Scorsese nel 1976 in occasione del farewell concert di the Band, il rockumentary riacquista la sua forma archetipa, divenendo pretesto per narrare la storia del macrocosmo di una generazione, di un’epoca attraverso la storia personale, il microcosmo dei diciassette anni on the road vissuti dalla band, originaria proprio di Woodstock.

Scorsese, per svelare, raccontare gli anni trascorsi sulla strada, quelli da solisti e quelli con Dylan presente sul palco nella celebrazione dei suoi ex musicisti, sceglie la via dell’intervista, fatta da egli stesso ai membri della band.

Per una volta ancora, riemerge l’approccio diretto che, nella citazione di un periodo storico ormai passato, a sua volta si fa citazione. Fino alla reunion di chi è rimasto ed all’ideale chiusura. Fino all’ultimo valzer.

The Band: I Shall Be Released (The Last Waltz)

 

I rockumentary e i concert film rimangono, grazie alla peculiarità-magia del mezzo cinematografico (che da solo riesce ad eternar un tempo in movimento), delle rare e più che mai incisive visioni di una realtà, documentando, attraverso una indelebile forza espressiva, culture e stili di vita.

Essi vanno visti così, in senso ambivalente, storico e critico, in quanto appartenendo al filone del cinema documentario, sono da una un lato veri e propri documenti, spezzoni filmati di un’epoca tanto da porsi tra i più importanti testi per la sua riflessione, studio e revisione e, da un punto di vista critico della storia del cinema, perché fondanti un nuovo modo di fare ed intendere il cinema stesso.

 

   


M. Deborah Farina
M. Deborah Farina
Deborah Farina, regista, filmmaker sperimentale e documentarista, tra le massime studiose europee di cinema indie Americano, è autrice a tutto tondo. ->

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