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Nella nuova serie colossal “Un gentiluomo a Mosca”, ambientata in Russia dopo la rivoluzione, negli anni dello stalinismo, il 30% del cast è composto da afroamericani. Va bene tutto, il politicamente corretto, l’inclusione, l’immaginario dei ragazzini di oggi diverso da quello di noi babbioni, ma qui forse sta sfuggendo la cosa di mano.
Un gentiluomo a Mosca, una non recensione
Basata sull’acclamato romanzo di Amor Towles, la serie Un gentiluomo a Mosca, proposta in Italia su Paramount+, è ambientata nel 1922, dopo la Rivoluzione Russa, dove il protagonista, il conte Alexander Rostov, interpretato da Ewan McGregor, viene condannato agli arresti domiciliari a vita nel lussuoso hotel Metropol di Mosca.
Costretto a lasciare la sua suite e a trasferirsi in una soffitta, Rostov, pur vivendo in confinamento, si adatta alla sua nuova vita facendo amicizia con il personale dell’hotel e stringendo legami con vari ospiti, osservando da lontano i cambiamenti storici e politici che scuotono la Russia.
Ma la recensione finisce qui perchè ci sono cose che rendono surreali alcune produzioni USA di ultima generazione e commentarle seriamente è sempre più difficile.
Di cosa parliamo? Dell’inclusività in quote. Argomento scivoloso e che può dar adito ad equivoci.
Ormai è chiaro a tutti che le maggiori case di produzione USA si sono date regole e hanno adattato algoritmi modellati sul principio dell'”inclusività”, e dunque questo prevede la necessità di assegnare una determinata quota di presenza in rappresentanza di ogni comunità.
Ma quando la serie prodotta dalla Paramount continua a seguire questa pratica e affida un buon 30% del cast degli interpreti di “Un gentiluomo a Mosca” ad attori dai tratti afroamericani si sfiora la ridicolaggine.
Nella Russia tra anni Venti e Trenta, al tempo di Stalin, vediamo comparire sullo schermo cuochi, cameriere, funzionari di partito e addirittura ministri – come già detto – dai tratti afroamericani. Alcuni con treccine e dreadlock!
Siamo di fronte all’ennesima operazione inclusiva, molto forzata, che trasforma il tema dei diritti in merce di scambio per cartelloni pubblicitari e merchandising.

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