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Raiplay ha mandato in onda “Ennio” di Giuseppe Tornatore, il documentario su Ennio Morricone, straordinario compositore e figura cardine della cinematografia mondiale attraverso le sue colonne sonore.
Rivedendo “Ennio”
“Ennio“, il lavoro del regista siciliano, merita di essere visto e rivisto. Perché è un’opera bellissima e commovente. Perché è davvero un atto d’amore (Peppino Tornatore, mi spiace dirlo, diversamente da Mario Martone con Troisi, adora colui che omaggia, il che gli fa evitare i fossi anche ideologici di un lavoretto come quello sul genio di San Giorgio a Cremano, si addentra nell’approccio di Morricone, nel suo modo di comporre, nella sua idea di musica e nella sua cifra stilistica, mentre Martone & friends, Sorrentino su tutti, sfornano banalità, e la Pavignano si fa presentare come una specie di militante nordica che avrebbe fatto del troisismo una feroce critica al patriarcato meridionale).
E poi Tornatore è il più grande della sua generazione, anche se i suoi film sono più o meno tutti sbagliati, ma tutti trasudanti una passione e un amore per il cinema che altri si sognano.
“Ennio” va visto, non raccontato. Dentro credo ci sia tutto, dagli esordi “forzati” come trombettista – Morricone avrebbe voluto fare il medico – agli studi con Goffredo Petrassi, la cui concezione della musica lo marchierà, fino all’assunzione alla Rca, ai 45 giri di Morandi, Meccia e Paoli, ai primi successi nel cinema, ai western sotto falso nome, a Leone, a Petri, e poi Verdone, Joffe, le delusioni agli Oscar, il sacrificio della moglie, cui dedica l’Oscar finalmente ottenuto con Tarantino.
E l’acquisizione tardiva di aver creato grande musica rompendo le barriere tra alto e basso, ma elevando quest’ultimo, non meno di quanto abbiano fatto Lennon e McCartney, e realizzando colonne sonore in modo nuovo, usando la musica non come commento ma per dar anima a situazioni e personaggi.
Le immagini scorrono abbastanza velocemente ma dotate di una potenza unica proprio grazie al suo sguardo, dalla splendida Cardinale in “C’era una volta il west”, a Bob De Niro in “Mission” e “C’era una volta in America”. Quelli di Springsteen e Quincy Jones appaiono riconoscimenti importanti, più di quello che mai arriverà dal colto Petrassi, perché è l’America che si inchina al genio e alla sensibilità italiana.
Quanto a noi, non ne avevamo bisogno. Abbiamo sempre saputo, sin da ragazzini, quando in un cinema di periferia vedemmo per la prima volta “The good, the bad and the ugly” e fummo sconvolti da quella chitarra, che l’America non esiste. È solo un sogno. Un sogno di Leone e Morricone in un salotto di Trastevere, con in mente Bach e Mao, i mottetti della musica sacra raccomandati dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano Secondo e il puro suono di un colpo di fucile, di una scala fatta scricchiolare da un operaio, delle rotaie di un treno, del vento che fischia, del silenzio.

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