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lunedì 6 Settembre 2021
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Cronache dal Molo Film Festival al Caffè Letterario

Il Caffè Letterario, situato a Roma in Via Ostiense, pare avere molto a cuore le sorti del cinema indipendente, nonché le proposte provenienti da associazioni culturali interessate alla qualità, alla sperimentazione e alla contaminazione dei diversi linguaggi. Più in particolare questa estate si è aperta e chiusa nel segno di una cinefilia autarchica, controcorrente, votata a una non banale ricerca estetica.

Ai primi di luglio tale spazio aveva infatti ospitato la spensierata, frizzante serata di premiazione dell’Indiecinema Film Festival. E come a chiudere il cerchio, proprio al Caffè Letterario si è svolto in questi giorni il Molo Film Festival, altrettanto vivace kermesse giunta alla seconda edizione e dedicata ai corti italiani, con in più una interessante finestra sul miglior cinema d’animazione internazionale.

Noi di Kulturjam abbiamo presenziato a ben due serate, nel corso delle quali abbiamo potuto apprezzare la formula del festival, con l’iniziale presentazione dei due cortometraggi in gara (e la possibilità per il pubblico di votarli), a seguire la riproposizione di un lungometraggio d’animazione particolarmente significativo, la cui introduzione critica è stata peraltro appannaggio della nostra redazione. Compito svolto con grosso piacere, vista la qualità della selezione.

Il Molo Film Festival al Caffè Letterario

Cominciamo pertanto dalla serata del 31 agosto. Primo cortometraggio in vetrina La Nostra Storia di Lorenzo Latrofa, stimolante connubio di impegno civile e disegni animati. Animazione adulta, dall’impronta sferzante, per far correre l’immaginazione sul filo di tematiche delicate e di drammi collettivi distanti nel tempo ma vicini nella sostanza.

Dal cassetto dei ricordi spunta fuori la memoria dolente di un’emigrazione italiana all’estero fatta spesso di ghettizzazione e soprusi. Ma le immagini sullo schermo, nella loro onirica crudeltà, sembrano parlare più che altro di drammi attuali, con l’epicentro in un Mediterraneo attraversato da nuove ondate di migranti… c’è da dire che sia l’argomento che il modo di collegare i due piani temporali non rappresentano certo una novità.

Il rischio è semmai quello di percorrere una traccia narrativa ormai abusata. Vi è però l’ispirazione dei disegni a riscattare tale cortometraggio animato, malinconicamente sospeso su eventi epocali che la natura rapsodica, a tratti folgorante dell’animazione pone allo spettatore da un’angolazione talora spiazzante.

 

 

Livello di creatività espanso, con uno humour sottile a impreziosire il tutto, nel secondo corto della serata: Slow di Giovanni Boscolo e Daniele Nozzi. Targato Zen Movie come molti dei cortometraggi artisticamente più rilevanti delle ultime stagioni, vedi il pluripremiato Inverno di Giulio Mastromauro. E nel caso di Slow basterebbe forse la presenza del mitico Bruno Gambarotta a mettere di buonumore.

Ma lui e gli altri arzilli vecchietti del racconto sono funzionali a una riflessione sull’eccessiva frenesia della vita moderna (ricordate quel “logorio” di cui si parlava in una vecchia pubblicità del Cynar? Siamo concettualmente da quelle parti) tanto ironica, quanto centrata sul versante umanistico.

La rivolta della terza età enunciata in questo conciso ma scoppiettante lavoro cinematografico, che pare condensare in sé più generi, ha per oggetto l’incubo di molta gente: il traffico. Ed è da questo spunto però che si approda a un’eccentrica commedia, dai tempi azzeccatissimi, che strappa risate con le trovate più folli, riuscendo al contempo a commuovere.

Vedi il trailer di Slow

Cronache dal Molo Film Festival al Caffè Letterario

Sarà una grossa fatica per noi, invece, condensare in poche righe quanto detto in sala per introdurre il lungometraggio proiettato a fine serata.

In primis, perché il giapponese Satoshi Kon è stato uno dei registi d’animazione da noi più amati. E ancora ci turba la sua prematura scomparsa avvenuta nel 2010 per il repentino aggravarsi di un brutto male.

In più, dell’autore noto al pubblico italiano soprattutto per gli ultimi due lunghi girati, Tokyo Godfathers (2003) e Paprika (2006), nonchè per la spiazzante serie Paranoia Agent (2004), è stata riproposta al caffè Letterario una delle primissime opere.

Probabilmente meno conosciuta dalle nostre parti, ma con in nuce alcune delle ossessioni più affascinanti, seminali e profonde dell’autore. Dall’andamento rapsodico della narrazione alla capacità di scavare nelle zone in chiaroscuro della società giapponese.

Dal carattere così fluido di certe sequenze, montate con un mood quasi onirico, all’impronta fortemente estatica delle musiche scelte per accompagnare tali momenti. Stiamo parlando, insomma, di Millennium Actress (2001), il secondo lungometraggio in assoluto uscito con la sua firma. Ossia l’iperbolico, sognante viaggio nelle memorie di una diva del cinema giapponese che diventa carrellata antologica di generi praticati in Estremo Oriente (dalle ambientazioni contemporanee del Gendai-geki ai samurai e agli altri protagonisti in costume del Jidai-geki, dai mostri giganti che distruggono intere metropoli nei kaijū eiga al set di una più recente, avveniristica space opera), mantenendo un forte livello di introspezione dei protagonisti e facendo sedere sul lettino dello psicanalista, volendo, un’intero paese, la cui storia recente viene ugualmente rivisitata da prospettive tutt’altro che scontate.

 

 

E rivedere oggi Millennium Actress ci ha permesso persino di tracciare un ipotetico fil rouge con l’ultimo film diretto prima di morire (e chiediamo scusa al lettore per l’ennesima circostanza luttuosa) da un anziano, prolifico Maestro del cinema: Nobuhiko Obayashi, il cui Labyrinth of Cinema (2019) pur essendo girato con attori in carne ed ossa non è poi così distante dall’animazione di Satoshi Kon, in quanto a onirismo di fondo e volontà di ripercorrere antologicamente la storia giapponese del Novecento.

Facciamo anche noi un (più breve) salto temporale e veniamo al primo settembre. Le nostre “impressioni di settembre” dal Caffè Letterario cominciano a prendere forma dalla visione di Intolerance. Non la pietra miliare del muto firmata D.W. Griffith, bensì il fantasioso corto co-diretto da Lorenzo Giovenga e da un Giuliano Giacomelli tornato a lavorare, per l’occasione, con quello che può essere ormai considerato il suo “attore feticcio”, Marco Marchese.

 

 

 

L’interprete friulano era infatti già stato protagonista di Profondo, un originalissimo mockumentary che aveva segnato l’esordio al lungometraggio dello stesso Giacomelli. E anche questo Intolerance spicca per personalità. Una fiaba metropolitana acida come certe tonalità di un bianco e nero anch’esso poco convenzionale.

Ne sono protagonisti il già citato Marco Marchese e una non meno espressiva Marial Bajma Riva, ovvero un disabile bistrattato da tutti e una creatura dall’aura magica, per certi versi angelica ma anche enigmatica e notturna.

Il loro incontro è potenziale poesia, dal vago ascendente wendersiano, su cui si innesta però un epilogo tanto beffardo e “politicamente scorretto” da risultare in qualche modo catartico, nel suo irridere certe convenzioni cinematografiche. Il tutto in una cornice urbana determinata anche dallo spaesamento del protagonista, la cui sordità porta in dote al corto una colonna sonora la cui raffinatezza consiste proprio nell’essere disturbante, nell’agire sottotraccia.

Documentario in cui testimonianza e creazione si fondono e invece Lui e io di Giulia Cosentino. Il secondo cortometraggio della serata ci trasporta, anche qui da un’angolazione insolita, in un recente passato della nostra penisola ricostruito attraverso quegli home movies, che agiscono stridendo apertamente col testo recitato dalla voce fuori campo.

L’ambito è quello di una militanza politica a sinistra nell’italia del dopoguerra. Le testimonianze audiovisive vorrebbero che il protagonista sia quel militante di area socialista ritratto ai comizi come in famiglia, ma la regista ribalta programmaticamente la prospettiva abituale facendo emergere un punto di vista femminile spesso sacrificato, minimizzato, posto ai margini. Ne risulta così una nuova costruzione di senso, che dal reale ci conduce con naturalezza e senza strappi verso una posizione critica…

Cronache dal Molo Film Festival al Caffè Letterario

Chiudiamo pure la nostra carrellata con la gemma del cinema d’animazione proposta in seconda serata, film su cui ci soffermeremo più a lungo, avendo avuto già modo di apprezzarlo (e analizzarlo) addirittura nel 2006, quando girò per diversi festival in Italia e all’estero.

Il titolo in questione è Renaissance di Christian Volckman. Riepiloghiamo pure la trama: Parigi, anno 2054. Il rapimento di una giovane e bella ricercatrice, Ilona Tasuiev, crea ulteriore scompiglio in una città sempre più caotica, dove la politica e l’economia sono dominate dalle strategie commerciali di Avalon.

Avalon è una multinazionale specializzata nel settore genetico, campo in cui qualcuno ha già intrapreso esperimenti un tempo inimmaginabili. Un duro come l’agente Karas, grazie ai suoi metodi, intuisce presto che il nesso tra tali esperimenti e la sparizione della ragazza porterà a galla altre verità, altri segreti…

Dopo le “rotoscopiche” visioni di Richard Linklater (Waking Life, A Scanner Darkly) e dopo Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller, l’opera del francese Volckman ha rappresentato per quanto concerne simili esperimenti un approdo importante, tanto a livello tecnico che a livello estetico.

L’integrazione tra riprese dal vivo e animazione digitale raggiunge qui esiti particolarmente seducenti e sbalorditivi. I movimenti degli attori sono stati ripresi con la tecnica (all’epoca in voga da poco) del Motion Capture, che ha permesso poi di trasferirli sul piano dell’animazione, caratterizzata nella circostanza dalla scelta di un bianco e nero fortemente contrastato.

Nulla di più appropriato, per un film come Renaissance: particolarmente funzionali al progetto sono proprio quei tagli di luce netti, taglienti, come anche le espressioni facciali e le pose dei personaggi, che attraverso il processo sommariamente descritto si convertono da figure in carne ed ossa ad icone degne di un fumetto cyberpunk.

 

 

 

Qualcuno potrebbe contestare proprio questo, l’assoluta classicità del prodotto finale. Una classicità rapportata ovviamente all’acquisizione, da parte dell’immaginario collettivo, di quelle monumentali visioni della fantascienza cinematografica più o meno recente, in cui la visione della metropoli futuristica si sposa con una miriade di ritagli post-moderni codificati secondo le più svariate poetiche di genere. Il noir, tra i diversi generi cinematografici, può diventare in simili circostanze un punto di riferimento essenziale.

Di sicuro lo è stato per Christian Volckman e per il suo staff di validissimi collaboratori. Quanto cerchiamo di dire è che il fascino di Renaissance non va cercato nell’originalità, obiettivamente scarsa, del soggetto. Sono invece le variazioni su un tema abusato ma ancora incredibilmente vitale a confondere e soggiogare lo sguardo. L’indagine del detective Barthélémy Karas cattura proprio in quanto assorbe e restituisce in forma altra le convenzioni del noir in salsa Sci-Fi, integrandole con una scenografia virtuale dallo straordinario impatto visivo.

Non mancano quei topoi, la cui presenza è quasi imprescindibile, come ad esempio gli schermi giganteschi che monopolizzano i cieli della città, stile Blade Runner. C’è poi una multinazionale, Avalon, interessata a pericolosi esperimenti genetici.

Ci sono mondi simulati e tecnologie militari all’avanguardia. Ma fa già un certo effetto vedere tutto questo in una Parigi futuribile, dove i monumenti tradizionali quasi si fondono con avveniristici innesti architettonici. Un gran lavoro in quanto ad integrazione tra fondali ricreati al computer e movimenti dei personaggi, dunque, ma i pregi di Renaissance vanno oltre.

Si estendono infatti ad una impostazione fotografica talmente curata, da esaltare quel sottile ordito di trasparenze, di luci riflesse, di interventi sulla profondità di campo, che uno difficilmente si aspetterebbe di trovare in un lavoro di animazione, per quanto sperimentale.

E invece Volckman è riuscito a mettere a frutto un complesso lavoro durato anni, regalandoci infine una Parigi ciberbunk dal volto enigmatico e sfuggente.

 

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Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

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