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Alla fine siamo contenti che Vasco sia ancora qui, anche se oggi fa canzoni di merda magari, ma sempre con quella “lingua che si appiccica al palato”, con quella verità.
Vasco
Mai amato davvero il rocker di Zocca di nome Vasco Rossi. Anzi, no. Forse c’è stato un breve ma intenso flirt, ad inizio anni ’80, un matrimonio lampo, come un matrimonio in Messico, andando al massimo, anzi a gonfie vele...
Perché, poi, si è potuta pure ascoltare tutt’altra musica nel corso degli anni a venire – ce ne era tanta di buona, punk, new wave, neopsichedelia, new romantic, e poi le contorsioni newyorkesi, il blue collar, il funk di Prince, il reggae e l’alba dell’hip hop – ma Vasco ci appartiene o almeno ci è appartenuto.
Parlo per chi come me ha vissuto quegli anni ’80 se non come Steve McQueen, almeno un po’ come Vasco. Vabbè, come l’amico meno fatto di Vasco. Le radio libere, il rock, le notti scambiate per giorno, gli occhi persi per eccesso di vita, sono un po’ di ciò che ci ha accomunato, un tratto generazionale, di un pezzo di una generazione almeno.
Quella che comprava Frigidaire per Tamburini e Liberatore, quella di chi pensava Bologna fosse uno sballo per via degli Skiantos, quella che piangeva di nascosto per “Anna e Marco” di Dalla.
Vasco era l’ala meno intellettuale di tutto ciò, era il provinciale scoppiato che aveva bazzicato di striscio gli indiani metropolitani e ora voleva solo fare rock. Anzi, essere rock, quando questo aveva ancora un senso. Unico nel suo genere, come notava Tondelli. Perché, anche se l’ascendenza di Jannacci era palese, c’era una urgenza nuova, generazionale appunto.
Poi, è chiaro, il tempo passa e si diventa altro. Vasco ti appare lontano, estraneo perfino, non ne comprendi più il senso, al netto di qualche canzone che graffia ancora (poche, sempre di meno). Però lui è lì, fa il pienone, non puoi fare a meno di riconoscerlo, che è uno cazzuto, che riesce ad attraversare le generazioni, diventare idolo di diverse di esse, parlare a chi ha trenta, quarant’anni di meno. Un miracolo.
E se ti chiedessi qual è il segreto, la risposta sarebbe tutto sommato semplice. La ribadisce la bella serie in onda su Netflix: il Blasco è uno vero, forse il più vero rocker italiano, l’unico a poter essere accostato a uno Springsteen, ma sbucato, rubiamo a Berselli, “dando l’impressione di tenersi in piedi a fatica”, “come un tacchinone”, da un anfratto della provincia emiliana anziché dallo Stone Pony di Asbury Park, New Jersey.
E non era scontato, per chi venisse fuori da quegli anni lì, quelli del “weekend postmoderno”, conservare quella genuinità, quella schiettezza. Senza un messaggio ideologico, senza proclami, schivando la tentazione di esser testimonial di qualcosa e, soprattutto, sfidando i limiti, ma facendolo qui, su queste strade italiane, in questa quotidianità, tra la Via Emilia e il west, per poi – dribblando fortunosamente la sorte degli Andrea Pazienza e di tanti suoi (e pure nostri) amici – ripristinarli, quei limiti, ma con una nuova consapevolezza.
Per dire, alla fine siamo contenti che Vasco sia ancora qui, anche se oggi fa canzoni di merda magari, ma sempre con quella “lingua che si appiccica al palato” (ancora Berselli), con quella verità.
Perché quella roba di non voler arrivare a trent’anni che disse un giovane Pete Townshend (“I hope I die before…”) è una colossale stronzata, che va bene dirla quando sei a quella età e sei un cazzone, ma dopo ti rendi conto che è stato meglio essere sopravvissuti (e supervissuti) e che sarebbe stato meglio anche averli tutti qui pure gli altri, quelli che non ci sono più.
Lo sa Townshend, lo sappiamo noi, lo sa Vasco.

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