Domenica in chiesa, lunedì all’inferno: gli 80 anni di Martin Scorsese

Martin Scorsese si consegna all’umanità come colui che meglio di ogni altro ha abitato nel cinema il confine tra nichilismo e fede profonda.

Gli 80 anni di Martin Scorsese

“Domenica in chiesa, lunedì all’inferno“. Così recitava il sottotitolo italiano di “Mean Streets“. L’inferno, della strada, del fallimento, delle gang, è stato scongiurato senza diventare né santo né prete. Perché l’alternativa era quella per un ragazzo italoamericano.

Invece è arrivata la fantasia al potere e la celluloide. Ora che zio Marty ha compiuto 80 anni, mi vien da tessere un elogio sperticato della sua italianità. Lo so, lo so, al governo ci sono i Fratelli d’Italia e tutto può esser frainteso, strumentalizzato.

Il fatto è che dopo il fascismo, per timor sacro di ogni rigurgito nazionalistico ed autoinflitta punizione, abbiamo preso a definirci “paese” in luogo di “nazione”. “Paese”. L’Italia, col suo Rinascimento, le sue opere, le sue chiese, Dante, Caravaggio:un paese?!

A dire il vero, non dovrebbe parlarsi nemmeno di nazione, semmai di impero, di sentimento, di modo d’essere – un po’ cinico e apparentemente vile ma all’uopo eroico, come ci mostra il maestro Monicelli ne “La grande guerra”. E di suono. Melodia.

Si, mi gonfio il petto dopo aver letto Dylan nel suo magnifico “Filosofia della canzone moderna” dire di Domenico Modugno: “Certamente, il tedesco funziona per un certo tipo di polka per la festa della birra, ma datemi sempre l’italiano con le sue vocali gommose al caramello e il suo vocabolario polisillabo melodioso”. Ecco, questo siamo. Una lingua che però è anche altro. Molto altro.

Il piccolo Martino cresceva andando la domenica in chiesa, dove imparava ad osservare le persone, e guardando pellicole di Rossellini e De Sica, mentre tra l’una e l’altra assorbiva atteggiamenti, modi di dire e pensare dalle discussioni degli adulti in casa.

Poi le strade, i bar. Già tutto è in “Mean Streets”, la sua prima opera importante, dove Harvey Keitel dice: “i peccati non si scontano in chiesa ma per strada, si scontano in casa, il resto sono balle”. Tutto è già lì, sia pure in nuce.

Tim Burton ha detto di amare alla follia soprattutto la scena del ristorante in “Good Fellas“, dove Joe Pesci sta per litigare con Liotta e la tensione monta, pare che stia per accadere ciò che non dovrebbe accadere, una guerra, l’apocalisse: “Credi che io sia un clown?!”. Ecco, solo un italiano poteva farla così bene. Uno cresciuto tra quelle sale di bigliardo, i retrobottega dei barbieri, le case di italiani con le loro tribù.

Lì c’è tutta la tensione che si sprigiona d’improvviso in una famiglia italiana, molto diversa da quella, per esempio, di “Carnage” di Roman Polanski, che fa riferimento invece all’inarrestabile delirio dell’attuale occidente. Diverse le facce, gli sguardi, le modalità. Anche il modo in cui quella tensione in “Fellas” si sgonfia. Scorsese, uno di noi.

Anche nel rapporto col padreterno. Il suo cattolicesimo è immerso nell’umanità sconfitta e a volte vigliacca, è pregno di pietà e dubbio, anche troppo per l’altro grande credente del cinema americano, che è Terrence Malick (che al suo bellissimo “Silence” rispose con una lettera all’amico in cui gli chiedeva “What does Christ want from us?”).

E qui siamo non solo nel campo della disputa teologica a suon di film ma delle contrastanti concezioni della vita e dell’uomo dei due autori, e ci addentriamo con pudore e rispetto forse pensando che abbiano ragione tutti e due (ma il rigoroso Malick non sarebbe d’accordo). Sta di fatto che i due si occupano di noi, al di là dei temi spirituali che oggi parrebbe non interessino a nessuno. Di noi, della nostra vita e della nostra morte.

Con “The Irishman“, Marty sembra dar vita al suo testamento spirituale (ma sappiamo che non è così, seguiranno altre opere). L’uomo che ci ha raccontato il vitalismo nella mafia, la sua epica, ora però ci porta nel suo cuore funereo, necrofilo. Film definitivo sul punto, e su ciò che siamo e ciò che diventiamo, sulla nostra fine. Il cinema come non lo vedremo per molto tempo.

Il cinema, ripeto, definitivo, come in Leone o Kubrick, come in Bergman, più che nell'”allievo” Tarantino. La tensione morale che impregna tutte le pellicole del nostro appare sciolta, ora, dopo “Silence” e il viaggio estremo nella contraddizione dell’uomo, Scorsese si consegna all’umanità come colui che meglio di ogni altro ha abitato nel cinema il confine tra nichilismo e fede profonda. Forse solo un italiano poteva farlo.

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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