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Il solco si è fatto canale, il canale si è fatto fossato, il fossato si è fatto abisso. È il distacco tra Inter e Juventus. Quello tra Inter e tutte le altre, un oceano.
Serie A: dopo 27 giornate, aspettando l’Inter…
La Juventus ha inflitto a sè stessa un ulteriore Harakiri, come se si possa morire più di una volta. È come un vecchio ubriacone che a causa dei fumi dell’alcool ha completamente perso la propriocezione e così inciampa in ogni asperità e urta contro ogni ostacolo gli si pari davanti. Cade, si rialza a fatica. Fa due passi, barcolla e quindi ricade rovinosamente. Hai voglia a rimetterlo in piedi ogni volta! Fatica inutile, spalmato sul pavè, con la faccia spenta a fare la bavetta sul sanpietrino, quella è la sua postazione.
Un caffè forte, una doccia e una bella dormita: quello ci vuole. E a settembre prossimo se ne riparli. Allegri sta facendo letteralmente i miracoli per mantenerla abbarbicata a quel secondo posto che significa partecipazione alla prossima edizione Champions League ma soprattutto una bella botta di soldi.
Subito alle sue spalle, altre pretendenti avanzano. Non incombono, ma avanzano. Il Milan ha arraffato tre punti alla Lazio alla fine di una partita finita a schifio. Ha rifiutato tutti gli addebiti del fine partita, e non a torto: se la norma riferisce che l’arbitro deve porre attenzione ai colpi alla testa e nel caso fermare immediatamente il gioco, la colpa della sua intempestività non può ricadere su chi ha pensato bene di proseguire la sua azione.
Fa bene quindi a non sentirsi turbato dalle accuse di antisportività. Ora vede il secondo posto ad un solo punto e tanto basta. Non è una marcia trionfale, ma un avvicinamento lento. Quanto inesorabile lo si vedrà più avanti.
Ad ampie falcate invece si fanno sotto quelle subito dietro di lui. La Roma rigenerata dalla cura De Rossi batte in agevolezza il Monza, avversario sempre spigoloso. È la sua terza vittoria consecutiva, la quarta sulle ultime cinque. Non avesse avuto la sfortuna di incontrare nel frattempo l’Inter, ora sarebbe a ridosso del sorprendente Bologna.
Già, il Bologna. È dall’inizio del campionato che si dice stia vivendo il classico fuoco di paglia. Sarà, ma intanto di balle di fieno ne ha incenerite parecchie. Sarà il caso infine di considerarla una squadra forte e finita? Il modo spiccio con cui si sbarazza dell’Atalanta a Bergamo crea più di un sospetto.
A quello si aggiunga il dato di fatto che nella stagione in corso, in due partite contro l’Inter, tra Coppa Italia e campionato, ha messo in saccoccia quattro punti su cinque. Nessuna ha, al momento, fatto meglio. Vittoria pesante si ama dire. Ma quella contro la Dea non è solo frase fatta perché mette una distanza significativa su chi aspira al quinto posto, quello valido per la Europa League: quattro punti.
Il Napoli ha dato il suo colpo di coda ad una stagione al momento deficitaria battendo la Juve. Lo ha fatto soffrendo il giusto, conducendo la gara ad ondate. Poteva vincerla esattamente nella misura in cui poteva perderla. La sorte ha rivolto lo sguardo verso il Ciuccio concedendo le occasioni più propizie a Vlahovic che non brilla certo nella sensibilità del tocco.
Non inganni lo scavetto con cui, intorno alla mezz’ora, poteva portare in vantaggio la Juve: come insegnava Gianni Brera il palo è un tiro sbagliato. Predica nel deserto Chiesa: talmente deserto che quando decide di fare tutto da solo, lo fa maledettamente bene Infatti è con un’invenzione che segna il gol del pareggio. Che se aspetta gli altri…
Il resto lo ha fatto la maldestrezza di Joseph Nonge, centrocampista juventino di belle speranze, che ha rifilato un pestone a Osimhen in area di rigore. Come per la compagna di ginnasio Tittituttatette (chi sa, taccia), che in ogni modo la si toccasse, tanto che la si prendesse a braccetto o che la si aiutasse a salire sul tram o che semplicemente gli si stesse vicino, immancabilmente si finiva per sfiorarle il seno, ugualmente succede con Osimhen: ogni volta che si incrociano le sue chilometriche gambe, si finisce per colpirgli un piede, una caviglia, un ginocchio.
Con Titti bastava scusarsi, con Osimhen pure, ma non con l’arbitro: lui deve fischiare il rigore contro. E così è successo. Il fuoriclasse nigeriano ha poi abborracciato il calcio franco, ma siccome ci sono giorni in cui tutto gira per il verso giusto, Raspadori ha cancellato l’errore del suo compagno, segnando il gol decisivo. È il quarto risultato utile per il Napoli, con due vittorie consecutive: a passi moderatamente svelti comincia a vedere fattibile il minore degli obbiettivi fissati per la stagione.
In coda è il Verona a fare il colpo gobbo, battendo il Sassuolo e salendo al diciassettesimo posto. Come l’Hellas stia riuscendo a fare risultati è un vero mistero dopo quei saldi di fine inverno in cui ha messo a disposizione il suo intero catalogo.
Se Verona non piange più, Sassuolo singhiozza a dirotto. I romagnoli ottenuto l’exploit dell’anno battendo la superInter a domicilio, hanno considerato battezzata l’annata e poi si sono via via spenti. Adagiarsi sugli allori non fa mai bene e così, quasi per caso e per inerzia, ha finito prima per ritrovarsi nelle retrovie del lato destro della classifica e più tardi nei bassifondi della stessa.
Troppo ben attrezzata tecnicamente rispetto alle altre pericolanti, rischia di non trovare l’umiltà che richiede l’aspra pugna. Igor, in Frankenstein Jr., nella sua visione ottimistica visione dei fatti, diceva “Potrebbe andar peggio! Potrebbe piovere”: se così, sul Sassuolo si è abbattuta un’alluvione, con l’infortunio di Berardi. Se confermata la prima diagnosi, la rottura del tendine Achilleo, per i neroverdi si è fatta davvero notte fonda.
Uno dei più terribili infortuni che può capitare ad un calciatore, colpisce l’unico fuoriclasse del Sassuolo: ottimisticamente, per lui si può considerare finita questa stagione e anche metà della prossima. Dovrà farne a meno già da sabato prossimo, quando ci sarà lo scontro diretto, in casa, col Frosinone. Dica, signor Frankenstein: si-può-fa-re?

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