L’interista esistenzialista: pratica Atalanta archiviata, accartocciata, cestinata

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Terza quaterna consecutiva dei nerazzurri, (cui aggiungere quella rifilata alla Roma ma con due gol al passivo) e pratica Atalanta archiviata al solito modo. La squadra è un rullo compressore.

Pratica Atalanta archiviata

Ai tifosi interisti, da un po’, la parola “recupero” non sta molto simpatica. Volendo contestualizzare quel “un po’” si deve fare riferimento alla data 28 aprile 2022.

Per i pochi che non ricordino cosa successe quel giorno, si recuperò il match col Bologna, al Dall’Ara, partita di campionato di serie A, stagione 2021-2022 . Un recupero rinviato fino allo spasimo. Previsto a gennaio, finì per essere disputato più di tre mesi dopo.

Non voglio rigirare troppo il coltello nella piaga: il Bologna fece suo quell’incontro per due a uno, sfruttando una clamorosa topica del secondo portiere dell’Inter, Ionut Radu. Non furono solo i tre punti non raccolti, il male. Piuttosto il fatto che, grazie a quell’inciampo, il Milan poté mantenere il muso avanti e di conseguenza, non sbagliando più una partita fino al termine del campionato, vincere il suo diciannovesimo scudetto.

Il sospetto, dato il precedente illustre, era che l’Inter potesse essere afflitta dalla sindrome del “braccino”, per la quale, in vista di un importante traguardo, capiti di “aver paura di vincere”. Trattasi di un meccanismo che nessuno si è preso la briga di spiegare chiaramente, ma che però ha la peculiarità di andare sistematicamente ad insinuarsi in anditi corporei ove non è simpatico ritrovarselo.

Ma quella era un’altra Inter. Isterica, ondivaga, preda di incertezze insanabili. Purtroppo per l’Atalanta, anni luce lontana da quella di oggi che si nutre della sua stessa sicurezza, che gira come un meccanismo ben oliato, che ha mille risorse per far fronte ad altrettante difficoltà.

Eppure ci aveva creduto la Dea di poter portare via punti da San Siro come già fatto una manciata di giorni prima, col Milan. Ci aveva creduto in virtù di un inizio spumeggiante in cui aveva messo l’Inter alle corde. Aveva persino segnato dopo una dozzina di minuti, ma l’azione era stata viziata da un fallo di… braccio di Miranchuk.

Scampato il pericolo, Inzaghi si era trovato nella scabrosa situazione di inventare qualcosa che alleviasse le sofferenze della sua creatura. Cosa aveva escogitato Gasparini? Un pressing mirato, lasciando ai tre centrali di scambiarsi palla indisturbati, ma stringendo e raddoppiando quando la palla pervenisse sui quinti.

Nelle vie centrali, l’uomo su uomo in maniera asfissiante, Ederson per Barella, Pasalic su Mkhitaryan, avrebbe evitato i dentro-fuori-dentro con cui l’Inter usa eludere il pressing dell’avversario. Asslani invece veniva oscurato da Koopmeiners, per evitare i cambi di versante di cui è capace grazie alla sua capacità di calcio.

Il risultato è che l’Inter è che per una ventina di minuti buoni ha sofferto le pene dell’inferno ad uscire dall’angolo in cui l’Atalanta l’aveva costretta. Contromisure: Inzaghi ha abbassato Asslani nel ruolo di centromediano metodista, per dirla all’antica. Portando Koopmeniers a spasso, qualche spazio al centro si è di conseguenza creato.

In quello spazio si è sovente presentato Lautaro, mentre uno dei centrali difensivi veniva portato all’esterno dagli utili movimenti di Arnautovic. Questo era il mandato tattico impostato in corsa da Inzaghi.

Lautaro Martinez è un giocatore forte e completo, sa fare tutto, tranne una sola cosa, come constateremo più avanti. Tra le cose che gli riescono meglio, quello di non farsi anticipare, saper proteggere palla e favorire gli inserimenti dei centrocampisti.

Così dopo aver fatto un paio di prove, tra cui una riuscita ma neutralizzata dall’arbitro per un fuorigioco di Barella, al terzo tentativo l’Inter è riuscita a mettere davanti a Carnesecchi, Mkhitaryan. Lautaro si è fatto trovare tra le linee come da copione per ricevere il passaggio in avanti di Mkita, ha protetto la palla e poi gliel’ha restituita sulla corsa.

Carnesecchi, trovatosi improvvisamente il 22 interista di fronte e con la palla al piede gli è andato incontro per restringere al massimo l’angolo di tiro. Ha fatto un mezzo miracolo giovane portiere atalantino lanciandosi tra le gambe dell’armeno, ma era appunto “mezzo” perché il pallone è rimasto in quelle prossimità. Su quell’altra metà si è fiondato Darmian che ha centrato la porzione di porta non coperta da Zappacosta e Ederson.

Messa la partita sui binari giusti, l’Inter ha potuto condurre la partita secondo la dottrina inzaghiana, portando palla con pazienza, muovendo l’avversario. L’Atalanta ha dovuto fare la partita e tutte quelle iniziali attenzioni poste per sterilizzare il gioco dell’Inter, si sono giocoforza annacquate. Si è creata la situazione congeniale per i nerazzurri milanesi che hanno potuto cominciare a bersagliare la porta atalantina quasi indisturbati.

Al 25esimo Darmian liberato davanti a Carnesecchi ha tirato male centrando il portiere atalantino, al 39esimo Lautaro ha scosso la traversa con un tiro dalla media distanza.

È stata una combinazione tra Dimarco, Pavard e Lautaro a raddoppiare il vantaggio dell’Inter sull’Atalanta. L’argentino pervenuta la palla sul limite dell’area, ha finto di sbagliare il controllo della palla (!), se l’è spostata sul sinistro e ha quindi scoccato un tiro a parabola, forte e preciso a cercare l’angolo alla destra di Carnesecchi.

Un gol pazzesco, meraviglioso, sardanapalesco quello dell’argentino. Carnesecchi, che all’avvio dell’azione era andato ramengo per il campo a caccia della palla, precipitosamente recuperata la posizione tra i pali, stavolta rimane immobile come un gatto di marmo, ammirato da cotanta magia. Riacquista il dono del movimento un paio di secondi più tardi, per andare a recuperare la palla che ancora sta rimbalzando impazzita in fondo alla rete.

Il tempo che il team a supporto di Colombo della sezione di Como dura quanto una quaresima. Si è al 48esimo minuto, si deve decidere se un tocco di Hateboer è stato fatto con una porzione di corpo non consentita. “Valla a vedere tu, che noi non riusciamo a deciderci” gli hanno comunicato imbarazzati quei guardoni. Lui ci è andato, ha constatato che rigore c’è: veni vidi. Per il vici, decida la squadra beneficiante.

Sul dischetto si è presentato il Lautaro, mancando il tiratore principe Calhanoglu. Nicolò Barella, lo ha avvicinato e sommessamente gli si è rivolto: “Scusi, signor capitano. Ehm. Visti i non confortanti esiti pregressi, non sarà il caso che del caso se ne occupi qualcun altro?”. Ad ascoltare quella implicita rampogna, si è adombrato, l’argentino. Egli ha sangre caliente e ha ribattuto, piccato: “Senor, soy yo el capitan o usted?”. “È lei”. “Bueno”.

Le conferme infondono sicurezze, come si sa. Tranne quando si tratta di fare o non fare gol. Lautaro nel suo fondamentale più sofferto, fallisce anche questa volta. La buona notizia è che i suoi compagni lo sanno e sono preparati.

Il più preparato di tutti è il Dimarco che puntando tutto sulla respinta di Carnesecchi dalla sua parte, è già partito a fionda, si è proiettato su quella palla vagante e a colpo sicuro l’ha ribadita in rete, perché il due a zero è buono, ma il tre a zero è meglio. Tesi che gli atalantini contestano decisamente, sa va sa san dire.

Non erano destinati a terminare i patimenti della Dea: le brutte notizie arrivavano dalla panchina, dove stava scalpitando el Diablo, Davide Frattesi.

Dove lusinga, circuisce e tradisce il Diavolo? Dove non c’è la fede, è chiaro. Così la difesa atalantina non ha fede che egli possa colpire lì dove ritiene non possa in alcun modo essere colpita. Un calcio d’angolo, il Diavolo, forcone corna e tutto l’armamentario, svetta su torrioni alti venti metri raccogliendo un traversone di Sanchez. Non deve neanche sforzarsi a colpirla, quella palla per quanto è vicino alla porta. E’ il quattro a zero, come per Lecce e Salernitana, perché a fare disparità non è mai bene.

Pratica Atalanta archiviata, accartocciata, cestinata.

In una prestazione globalmente superba come quella espressa contro l’Atalanta è impossibile indicare un nerazzurro che abbia spiccato rispetto agli altri. Ma se proprio si deve, spicca la prestazione di Asslani, che col tempo sta diventando sempre più sostanziale e affidabile. Il suo gioco è evoluto a vista d’occhio: messi da parte quei fronzoli che erano difetti di gioventù, oggi il suo modo di stare in campo è diventato pulito, essenziale. Sempre più sa riconoscere i momenti della partita, e ad esse adeguarsi.

Sa quando è il caso di accelerare e quando è meglio rallentare il ritmo. La capacità di calciare l’ha sempre avuta, ma adesso sa metterla a disposizione del gioco. Può migliorare ancora, soprattutto nella fase del tiro verso la porta e degli inserimenti in zona di attacco, dove al momento non si avventura. Ma è giovane e tempo ce n’è: il futuro del centrocampo interista è suo.

A questo punto tocca far di matematica, argomento tedioso, ma che nel calcio ha il suo valore. Si snocciolino quindi i freddi dati statistici: detto della terza quaterna consecutiva (cui aggiungere quella rifilata alla Roma ma con due gol al passivo), la classifica ci mette a parte dei dodici punti di distacco dalla Juventus e i sedici dal Milan terzo in classifica. Su ventisei partite giocate, ventidue sono state le vittorie. Miglior attacco con 67 gol, miglior difesa con 12 gol al passivo. Quella contro l’Atalanta è stata la diciassettesima partita conclusa con la porta inviolata. Spariti tutti gli asterischi adesso la classifica è “pura”, tutte le squadre hanno lo stesso numero di partite disputate.

Nelle considerazioni finali mi preme sottolineare che Inter-Atalanta non rappresenta certo la matematica certezza della conquista del fatidico scudetto, ma – mutuando dal tennis – se non è un “match ball”, è sicuramente un “setball”. Un secondo set-ball, magari. Il prossimo set, quello decisivo, inizierà con Inter-Genoa, il prossimo 4 marzo. Inter alla battuta.

 

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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