L’Inter guadagna il secondo trofeo dell’anno dopo quello della Supercoppa Italiana ottenuto contro il Milan, la nona Coppa Italia della sua storia, in una serata che è paradigmatica della sua folle annata.
Coppa Italia, gioia e sofferenza. Una notte tipicamente nerazzurra
“Inter contro Fiorentina, match valido per l’assegnazione della 76 edizione della Coppa Italia Frecciarossa in programma su Canale 5”, recitava la locandina ormai da giorni mandata a regolari intervalli su ognuno dei canali Mediaset. Sottolineato: in esclusiva assoluta.
Per le ore 21 previsto il calcio d’inizio ma con il collegamento fissato ad un’ora prima. Un’oretta di aperitivo pre-match, mica cotiche. Balli, coreografie, esplosioni e giochi di luci psichedeliche, che ad un certo punto al telespettatore in attesa di calcio è emerso il dubbio di essere stato catapultato, piuttosto, nello State Farm Stadium di Glendale, Arizona, in attesa del kick d’inizio del super bowl.
A guardare una delle americanate alle quali oggi davvero non si può fare a meno neanche da noi, cui non fa eccezione l’esecuzione dell’inno nazionale cantato dalla starlette di turno.
Una certa Gaia Gozzi, nota – mi dicono – per aver vinto un talent show molto in voga, ha cantato con buon vigore e partecipazione l’inno di Mameli non sfigurando.
Al Super Bowl di quest’anno, che per i pochi che non lo sappiano è la finale del campionato americano di football, l’inno nazionale lo ha invece cantato Chris Stapleton, che vanta tutt’altro curriculum rispetto all’omologa italiana. Non è che ci voglia poi granchè, e insomma, bisogna pure sapersi accontentare. Sulle coreografie create dalle rispettive tifoserie sulle gradinate, invece gli americani possono solo imparare.
Le intere curve coperte dagli enormi stendardi stesi dai supporters delle due parti, sono state un spettacolo meravigliosamente imponente che Yankees levatevi proprio. Riguardo le cose di campo, argomento principe dei commentatori, come sempre, erano i motivi tattici che avrebbero proposto i coach.
Negli ultimi due precedenti di campionato avevano prevalso gli ospiti, con l’Inter a sbancare il Franchi per 3-4 e la Fiorentina a restituire la cortesia al Meazza. La prima partita, si era conclusa sul filo di lana quando i padroni di casa avevano pagato un atteggiamento troppo disinvolto prendendo clamorose imbarcate sulle ripartenze nerazzurre.
Italiano ne aveva preso coscienza e tirato le giuste somme. Infatti nel match di ritorno aveva impostato il suo team in una versione più abbottonata e attendistica, portando a casa i tre punti vincendo di misura e senza neanche soffrire troppo. Ma quella era un’altra Inter, a ben guardare, in piena crisi di risultati, sprecona e anche un po’ bersagliata dalla dea bendata.
Quale delle due tattiche avrebbe adottato questa volta Italiano era abbastanza scontato. E in realtà non c’è stato neanche modo di verificare quella ovvietà, visto che neanche il tempo di finire il minuto di silenzio osservato in onore e ricordo delle vittime dell’alluvione in Emilia Romagna, e la Fiorentina è già passata in vantaggio.
Palla intercettata a centrocampo e lavorata da Bonaventura che ha verticalizzato per Ikone, cross basso sfiorato quel tanto da Bastoni per correggere i giri del pallone affinchè potesse arrivare comodo sul piede destro di Nico Gonzales. Impossibile per Handanovic metterci una pezza, il pensiero ozioso è che con un portiere più reattivo quella palla potesse essere intercettata, ma è ozioso, appunto.
È una doccia gelata per l’Inter che ci mette un po’ a raccapezzarsi, grasso che cola per viola, che vedono così l’incontro incanalarsi su binari favorevoli. Non che la Fiorentina tiri i remi in barca, anzi raddoppia gli sforzi tenendo sempre alta la pressione sulla difesa interista che fatica le fatidiche sette camicie ad uscire. Rilancia e punge quando può, chiude e ingolfa il motore di chi è sotto col punteggio marcando uomo per uomo a tutto campo.
Per i difensori raggiungere Calhanoglu e Barella diventa vera impresa titanica con Castrovilli e Amrabat incollati addosso, e Bonaventura che non deve neanche preoccuparsi troppo di Brozovic che per farsi dare palla rimane bassissimo.
Nico Gonzales è un folletto che compare e scompare a suo piacimento e così costringe Dimarco a stare sulle sue. Ma anche fosse libero, troverebbe un elettrico Dodò a sbarrargli la strada. Sull’altro versante, Dumfries trova pane per i suoi denti con un Ikonè aggressivo sempre in bilico tra intervento ruvido ma regolare e fallo tattico, su cui l’arbitro spesso lascia correre. Certo, quel ritmo forsennato non potrà durare a lungo, prima o poi la Viola dovrà allentare la morsa, avranno pensato gli ottimisti in nerazzurro.
Aspetta e spera, ma intanto qualcosa Inzaghi dovrà inventarsi: dà mandato ai suoi laterali difensivi di saltare quella pressione forsennata con i lanci lunghi e chi vivrà vedrà. Quella che sembra una opzione di ripiego si scopre invece funzionale: con Lautaro e Dzeko ben disposti a svariare lungo tutto il fronte d’attacco, per Bastoni e Darmian dotati di buon calcio, lanciarli con palle ad aggirare i loro controllori Milenkovic e Lucas Martinez è stata tutta vita.
Purtroppo l’occasione più prelibata è capita al ventitreesimo minuto a Dzeko, famoso in quello stesso stadio per i raccapriccianti errori andati durante la sua epoca romanista, quando il lancio di Darmian ha raggiunto Lautaro che ha quindi ceduto palla e mandato in porta il bosniaco, a tu per tu con Terracciano.
Il professore non ha trovato di meglio che spedire quello zuccherino preciso preciso… in curva Sud. Capita l’antifona, Italiano pensa bene di coprirsi a centrocampo lasciando l’onere del pressing ai soli Cabral, Ikonè e Gonzalez commettendo così l’errore di regalare il vantaggio numerico nella zona calda del campo. Così è abbastanza naturale che Brozovic possa alzarsi e inventare il giusto filtrante per Lautaro.
Con i due centrali viola risucchiati in avanti dall’urgenza di chiudere un possibile tiro da fuori del croato, si scordano del dieci dell’esistenza dell’argentino che a quel punto può ricevere palla e ha tutto il tempo di decidere se servire a Dimarco una palla da mettere in gol a porta vuota oppure tirare. Prevale l’istinto del goleador, ed è il gol del pareggio.
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Con la Fiorentina occupata a chiedere lumi alla panchina sul tipo di copione da seguire è l’Inter ad approfittare di quello sbando. L’irrimediabile succede con una palla resa vagante dalla difesa viola viene resuscitata da Barella che ha scorto il movimento di Lautaro alle spalle di Milenkovic.
Alle spalle in realtà quello ci sta davvero poco perché, emulando il miglior Baryshnikov, ha srotolato un poderoso grand jetè con cui si è messo in vantaggio sul suo marcatore, e in quello stesso volo ha trovato il tempo di colpire con forza e precisione. A Terracciano rimane il dovere di imitare il gesto atletico con uno spettacolare quanto vano colpo di reni, giusto per non esser da meno. Indovina un po’?
Italiano dice che con il pressing alto può bastare così, che magari, dato che è già il trentaseiesimo è meglio pensarci su mentre ci si occupa di reintegrare carboidrati ed elettroliti. E che vuoi pensare? C’è da raddrizzare una finale che si è messa male, quindi buttarsi a testa sotto, a prendersi tutto o prendersi niente.
La partita prende connotazioni più consone ad una finale, la battaglia a centrocampo prende ad infuriare. Le coppie che si sono create non scoppiano, così quando Calhanoglu e Castrovillari si annullano a vicenda, il turco si rende utile nel lavoro sporco, l’italiano invece si deprime ed esce dal gioco.
Per il resto c’è Barella che gode di più libertà perché su di lui si deve sfiancare il solo Amrabat in quanto Bonaventura, per nuove consegne e data l’urgenza di ribaltare la situazione, deve solo occuparsi della fase di attacco, che pure ha un’età e dopo dieci minuti del secondo tempo ha già le mani sui fianchi. Sulla panchina nerazzurra intanto si elucubra, è già il momento dei cambi.
Tocca a Dzeko che esce smadonnando sostituito da Lukaku e a Bastoni che si è fatto ammonire e quindi ha poco da incazzarsi, ben conoscendo le regole del gioco. E visti i freschi precedenti è impossibile dare torto a chi quella sostituzione la comanda. E’ solo il 57esimo minuto, l’allenatore deve essersi accordo di qualcosa che a noi comuni mortali è sfuggito.
La partita ha un solo padrone, la Fiorentina che tesse trame interessanti e spinge indietro, arrembante a tratti, un avversario incapace anche solo di abbozzare una ripartenza. Si perde il conto dei calci d’angolo che i nerazzurri concedendo, innumerevoli i cross messi in area dagli estremi viola.
Sono tempi duri per quell’area calpestata da quaranta indiavolate scarpe tacchettate, l’Inter ha accettato il possesso palla della Fiorentina alla luce del più sconsiderato “chi vivrà, vedrà”. il cronometro non fa la cortesia ai viola di rallentare il suo trascorrere e quindi per accendere l’allarme rosso in casa Inter bisogna che si aspetti il minuto 73, quando i convenzionalmente padroni di casa sfondano la seconda linea e si presentano davanti ad Handanovic con Jovic, entrato neanche dieci minuti prima.
Il portierone mostra i muscoli chiudendo quell’incontro ravvicinato del terzo tipo, quasi miracolosamente, confermando l’assunto che tra i pali è ancora un signor numero uno.
Purtroppo per l’intera partita, prima e dopo quel prodigio è stata tutto un trasmettere insicurezza al reparto, con uscite tremebonde culminate con una prodotta nella terra di nessuno, né fuori, né dentro uccellato da un colpo di testa di Nico Gonzalez che sarebbe stato destinato ad essere solo appoggiato in rete da Cabral se solo non ci fosse stato Darmian a liberare.
Prima di questo evento, in uno dei pochi contropiedi orchestrati dall’Inter è stato Lukaku a crossare basso il pallone del sigillo per Gosens che, improvvidamente, l’ha sparacchiata nell’etere così, a caso. Come a caso lo stesso improvvido Jovic ha messo di lato un apparentemente facile traversone di Dodò, con Handanovic in versione “gatto di marmo”, inerte in egual modo sia nel tentativo di intercettare il tracciante del difensore viola, che quello del centravanti croato, per fortuna indirizzato al di fuori dello specchio di porta.
Quale momento migliore, dopo un tale spavento, per non immettere linfa nuova, tecnica, forza fisica abbinata a buon senso ed equilibrio? Ora o mai più, Inzaghi butta nella mischia due uomini che non rispondono nemmeno ad una delle caratteristiche indicate nell’identikit appena tracciato: Correa e Gagliardini. Beh, non ci si crede. Non tanto per il lavoro (se fa pe dì) dell’argentino ma quanto per quello sconclusionato e confusionario del bergamasco, ecco che l’Inter soprattutto nel settore di centro-sinistra smette di soffrire.
Hai capito il Gaglia? Senza fare sfracelli limita i danni, occultando le corsie buone per i passaggi, facendo mucchio a centrocampo, rendendosi utile nelle tenzoni aeree. Non guadagnerà il perdono della sua tifoseria, ma potrà magari tornare a girare per Milano senza doversi camuffare. L’Inter tiene come può fino a che giunge, sospirato, il triplice zufolo di Irrati.
Tanto il tripudio in nerazzurro quanto – se non soprattutto – il suo sollievo, non sia mai che ai poveri tifosi si faccia mancare un finale al cardiopalma. Soprattutto dopo un primo tempo che lasciava intendere che nel secondo avrebbero fatto un solo boccone degli avversari, era lecito aspettarsi nella ripresa un avversario più addomesticabile. Ma era un far di conto senza l’oste, la Fiorentina non sarebbe stata d’accordo.
Così, viceversa, l’Inter ha scelto di gestire il vantaggio scoprendo ancora una volta, come se ce ne fosse stato bisogno, che non è un espediente tattico presente nelle sue corde. L’Inter guadagna il secondo trofeo dell’anno dopo quello della Supercoppa Italiana ottenuto contro il Milan, la nona Coppa Italia della sua storia.
Simone Inzaghi rafforza la sua allure di allenatore da partita secca aggiungendo la terza Coppa Italia alla sua già popolata bacheca, composta da altre quattro Supercoppe, complimenti. Malgrado venga da una competizione in cui basta vincere o comunque non perdere cinque partite, è una vittoria importante perché dà peso, senso e sostanza ad una stagione, quella interista, piena di alti e bassi.
Da un campionato già compromesso a gennaio a una cavalcata irresistibile in Champions League, dalla depressione del sesto posto ad aprile al secondo conseguito a maggio, ora diventato terzo. Nella cerimonia di premiazione lunga quanto l’incoronazione di King Charles, dopo le teste piegate dei ragazzi della Fiore a raccogliere le medaglie del secondo posto, sono arrivate le manone di Handanovic a sollevare, forse per l’ultima volta, una coppa con la fascia al braccio.
E poi le interviste a notte fonda a consumare quel rito ancestrale per il quale i giocatori, dall’avvento della tv pur dicendo sempre le stesse cose, inumidiscono gli occhi dei loro tifosi, cui giurano amore eterno davanti e dietro discutono del ritocco del contratto. Ma son dettagli che oggi non contano, l’Inter ha vinto e sollevato l’atteso trofeo: per una notte si può non pensare alla prossima partita.
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