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A volte si perde semplicemente perché l’avversario è più forte, più scaltro. O, ancora, perchè l’avversario sbaglia meno di te. La differenza tra Atletico Madrid e Inter sta in tutto questo: gli errori clamorosi dei nerazzurri.
Atletico Madrid- Inter, malasuerte e presunzione, passa il “cholo”
Quando Lautaro si stava avvicinando all’area di rigore scelta per tirare il rigore che avrebbe deciso l’esito di Atletico Madrid e Inter, a quella vista la stragrande maggioranza dei tifosi aveva sconsolatamente spento il televisore.
Convenienze: si era fatta una certa ora, domani è feriale e c’è da andare a lavorare. Stamattina per questi fatalisti non c’è stata neppure troppa suspense nello sfogliare i giornali sportivi. Come ci si aspettava largamente, il Toro quel rigore lo ha sbagliato. Anzi, stavolta non si è limitato a sbagliarlo, ha voluto esagerare.
L’argentino non ama le banalità e quel pallone lo ha calciato forte, mettendo il mirino in un punto imprecisato tra il 41esimo e il 42 esimo parallelo. L’osservatorio di Calar Alto ha riferito di aver individuato un corpo celeste sfrecciare sopra Madrid. A quanto pare, da ieri sera anche la Luna ha il suo bel satellite. Microscopico ma ce l’ha. Con tanto di sponsor, Adidas.
Povero Lautaro, non si crucci troppo: anche nel caso avesse segnato, rimaneva ancora un rigore decisivo per l’Atletico. Non si crucci, ma anche, per il futuro, defezioni alle altrui richieste di tirarne ancora.
Come da copione, già nella tarda serata sono cominciati i processi alla squadra. Troppo morbida, troppo inerme, troppo imprecisa. Si scopre l’acqua calda, altrimenti mica perdevi.
A volte però si perde semplicemente perché l’avversario è più forte, più scaltro. O, ancora, perchè l’avversario sbaglia meno di te.
La differenza tra Atletico Madrid e Inter sta in tutto questo. L’Atletico ha sbagliato di meno, anche se i numeri raccontano altro. L’Inter ha tirato in porta molto meno del suo avversario e per questo il suo peccato è di molto più grave.
È più grave perché sai che l’Atletico che gioca in casa concede all’avversario non più di un paio di occasioni. E quelle occasioni non devi fartele scappare, perché non ne avrai delle altre.
Così il Thuram che al 75 esimo, una volta servito in profondità da Lautaro si ritrova davanti ad Oblak, deve fare il santo piacere di segnare, grazie.
E poi Barella, di nuovo in contropiede, sarebbe preferibile che non tirasse in bocca al portiere di pocanzi.
Con il tiro di Dimarco che – quello si – termina in fondo alla rete, sono tre tiri in tutto. Buon cielo, quante ne vuoi di occasioni in un ottavo di finale di Champions League?
Così, si capisce, è inutile recriminare se sei vittima dei tuoi stessi errori. Pesano quelli di ieri sera come pesano quelli fatti tre settimane prima, quando a Milano avresti potuto concludere la pratica e invece no.
Quanto l’Inter non abbia l’attrezzatura adeguata ad affrontare tre competizioni spalmate su sessanta partite, viene dalla lettura della formazione. C’è Calhanoglu che torna da un infortunio, Dimarco idem. In panchina Frattesi scalpita ma non può essere al meglio.
Gli fa compagnia Sanchez, unica punta di riserva a disposizione, un metro e sessantacinque distribuiti sulle sue trentacinque primavere. Calma e sangue freddo, quello che passa il convento è questo e bisogna farselo bastare.
Certo, non è facile mantenere il sangue freddo al Wanda Metropolitano. La bolgia infernale lì non è solo un modo di dire. Quelli la bolgia te la fanno vedere davvero.
Così la partita che i tifosi blancorojo ti propinano è un armageddon che spinge i suoi beniamini. In quel caos disorientante, basta poco a farli infiammare: ottenere un semplice fallo laterale fa scatenare il boato di sessantamila esagitati.
Il motivo della partita: se i colchoneros infiammano la platea con il loro ritmo forsennato, l’Inter si limita a fare da pompiere, a buttar acqua fredda sui nervi incandescenti. Abbassare i ritmi, i toni, la percentuale di possesso di palla è quello che ha raccomandato di fare Inzaghi.
E poi ripartire, approfittare degli spazi che scientemente e giocoforza i ragazzi di Simeone lasceranno.
Quello l’Inter lo sa fare, e già al tredicesimo minuto lo fa vedere. La ripartenza è organizzata da Thuram che lancia Dumfries mandandolo davanti ad Oblak. L’olandese però è defilato e non ha potuto fare altro che centrare Oblak.
Al 31esimo replica: quando riesce a rompere le linee di pressing, poi lo spazio lo trova. E’ da manuale l’inserimento di Barella perché manda a spasso il suo marcatore. L’ingresso in area dal centro di Dimarco non è stato letto preventivamente da Molina e l’appoggio in rete del difensore è semplice formalità.
È forse questo il momento in cui l’Inter perde veramente la partita perché si predispone mentalmente a fare una gara di attesa. Il fatto che l’Atletico pareggi dopo due minuti è la spia d’allarme perché specchio di un atteggiamento che gli uomini di Inzaghi non sanno invertire.
Poi la sorte fa il suo: l’Atletico fa gol grazie ad una tripla topica del terzetto difensivo; De Vrij che non riesce ad allontanare la palla, Pavard che svirgola la palla che Koke cerca di far pervenire a Griezmann, Bastoni che non riesce a trovare la coordinazione per intervenire. Poi il francese ci sa fare a mettere la palla nell’angolo: un gol facile solo per chi lo vede da una poltrona.
Senza il gol di Griezmann non sarebbe stata una cattiva idea gestire il secondo tempo secondo il solito schema: il possesso di palla a spostare l’avversario, prendendo tempo, abbassando i ritmi, facendolo correre a vuoto e pazientemente attendere il varco giusto.
Viceversa, l’immediato pareggio ha dato convinzione negli spagnoli e messo in una complicata situazione emotiva l’Inter che troppo presto ha dovuto alzare le barricate.
Il secondo tempo è stato tutto un aspettare l’evento che poi si è fatalmente verificato: il raggiungimento del parziale da parte dell’Atletico.
Sul gol di Depay è apparsa troppo morbida la chiusura di De Vrij. Il derby olandese premia il secondo perchè il primo ama giocare di fioretto quando in certi contesti è forse raccomandabile il menar di clava, pur col rischio di prendere più gamba che palla.
È la giusta conclusione, l’Atletico ha meritato di pareggiare i conti grazie ad una partita condotta più con i nervi che con i muscoli.
Dico conclusione perchè tempi supplementari non risolveranno la contesa, con le squadre troppo stanche le due squadre per osare. Sono quindici minuti pleonastici più altri quindi ugualmente pleonastici se si eccettua un tiro ravvicinato di Depay disinnescato da Sommer con un gran riflesso.
Poco da raccontare dei calci di rigore: quasi impeccabili quelli dell’Atletico, tremebondi, banali e senza nerbo quelli dell’Inter. Chi voglia scrivere un trattato sul come NON calciare un rigore ci si faccia curare la prefazione da uno tra Sanchez e Klassen che tanto ne sanno. Su quello di Lautaro, si sorvoli. O se proprio ci si tiene, armarsi di cannocchiale.
L’Inter torna a casa con le pive nel sacco, i quarti di finale lo disputeranno i ragazzi di Simeone. I rimpianti, non pochi, sono da distribuire su scelte prese da vari piani dell’impianto societario. Se il calcio mercato estivo è stato inficiato da imprevisti mal gestiti, quello invernale è stato colpevolmente ignorato, pur con l’incombenza di disputare una Champions League con credibili possibilità di vincerla.
Erano arcinoti i gap da ripianare, quello degli attaccanti in prima battuta. Decisivo, in negativo, è stato il modo di affrontare certe gare nelle eliminatorie, quando contro Real Sociedad e Benfica si sono sprecati punti preziosi presentando sul campo formazioni piu o meno “sperimentali”, tradendo una sindrome di superiorità che nei fatti si è rivelata irragionevole. È stato forse quello il peccato originale: non aver puntato con convinzione al primo posto nel girone, largamente a portata di mano.
Il modo spiccio con cui il PSG ha liquidato la Real Sociedad conferma quello che era già molto più di un sospetto. E a proposito di PSG, non c’è prova che contro i francesi la pratica qualificazione sarebbe stata meno ardua che con l’Atletico, ma è pur vero che quella parigina non è certo la squadra stratosferica di un paio di anni fa.
E quindi si ammetta, serenamente, che il parco giocatori dell’Inter di oggi non sarebbe stata in grado di poter competere, con lo stesso impatto, su più competizioni. Non è propugnare la tesi che gli asini volano se si sospetta che la rosa sia stata progettata più per la conquista del fatidico ventesimo scudetto che per tutto l’altro.
Se la strategia è stata quella, è allora il caso di non rammaricarsi, l’obbiettivo e molto più vicino che ad un passo.
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