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Arrivare dopo Mourinho significa ereditare un bagaglio gravoso assai. Provate voi a vedere quanto è semplice vncere la Champions League con Porto, e Inter. E la Conference League con la Roma.
L’esonero di Mourinho
Reato di lesa maestà. Le definizioni recitano: trattasi di un crimine rivolto – è lapalissiano – contro la “maestà”, cioè contro la suprema dignità dello Stato e, nei regimi monarchici, del sovrano. Per quanto ne so è un reato che ormai non viene commesso da tempo.
Si sa, i reali nel globo terraqueo cominciano a scarseggiare. I pochi rimasti sono talmente inutili che nessuno si sogna di parlarne male. Neanche si hanno notizie circa processi intentati nei confronti di chi sia macchiato di tale oltraggio, non nella vecchia Europa, perlomeno.
Dall’ultima diatriba devono essere passati un mucchio di decenni, per quanto se ne sa. Ma ultimamente, a quanto pare, lo sfregio dell’alta nobiltà da parte di nuovi Masaniello, sta tornando di moda. Soprattutto in certe capitali europee.
A Roma, l’ultimissimo caso: il siluramento dello “Special One”, al secolo José Mário dos Santos Mourinho Félix, noto ai più semplicemente come José Mourinho, per mano e cartabollata dell’A.S. Roma.
Del “Mou” sulla carta stampata si è raccontato di tutto, sottolineando soprattutto le vittorie che ha regalato ai tifosi in tutte le città ove si sia accasato. Con i personaggi vincenti si usa così, misurarli con i trofei e coppe conquistate, ma anche con i record, i numeri. E, certamente, per detrazione, anche i licenziamenti.
Mourinho non ne ha mai fatto mistero, né mai se ne è vergognato: essere dimissionati fa parte del gioco e come tale va accettato. Se ci sono i risultati sei un Dio, se questi latitano, il giorno dopo diventi una pippa micidiale.
Quando gli è toccato di fare valigie, lo ha fatto con dignità, non rilasciando mai dichiarazioni incendiarie contro i suoi cecchini. Per un carattere fumantino come il suo, è davvero riconoscere tutt’altro che un’ovvietà.
Ma per un allenatore che se ne va, ce n’è sempre uno che arriva. Arrivare dopo Mourinho significa ereditare un bagaglio gravoso assai. Chiunque sia arrivato dopo di lui si è ritrovato a dover fronteggiare situazioni di estrema emergenza.
Persino l’Inter da cui fuggì nottetempo all’indomani della conquista della Champions League 2009-2010, dovette affrontare un periodo disastroso. Benitez, chiamato a sostituirlo, trovò con una squadra scarica fisicamente e mentalmente. La sua fu un’esperienza breve e deficitaria, dopo quindici giornate la sua Inter era già lontana dieci punti dalla vetta. La crisi tecnica e atletica e per una sorta di effetto domino, si allargò anche a quella societaria.
Il povero Benitez non poteva sapere che lo “Special One” le sue squadre le spreme fisicamente, le fa girare al massimo dei regimi, le manda in overdose di adrenalina, le sovraccarica emotivamente fino al rasentare l’isteria. Finito il suo ciclo, le restituisce alla loro normalità, sottoponendole ad un “downgrade” micidiale per la squadra ma soprattutto per i supporters, fin lì abituati allo stradominio fisico, tattico e tecnico.
Così il vero valore di Mourinho non puoi calcolarlo come fai per qualsiasi altro allenatore, cioè in base al suo palmares. A volersi limitare a quello, scopriremmo che ovunque abbia dispensato la sua sagacia strategica e la sua fine conoscenza dei fatti del football, quando non ha consegnato ai suoi tifosi un “titulo”, ha regalato loro almeno una finale da giocare.
Come successo con l’Inter cui lasciò l’onere di vincere la Coppa Intercontinentale al suo successore e come più tardi successo a Londra, col Tottenham al termine della stagione 20-21. Finale questa che non potè seguire dalla panchina perché licenziato giusto alla vigilia del match contro il Manchester City di Guardiola. Quella finale il Tottenham non potè che perderla, ovviamente.
L’allenatore di Setubal non ha mai amato la vita semplice, anche quello ne fa un personaggio sopra le righe. Non ha mai scelto piazze comode, come ad esempio il già citato Guardiola. Lo spagnolo non si è mai trovato ad allenare squadre che non fossero delle vere e proprie corazzate: Bayern, Barcellona, Manchester City hanno sempre messo a disposizione dei loro allenatori il meglio che ci fosse sul mercato.
Lo stesso dicasi di Ancelotti: se si eccettua per i suoi inizi, dai suoi datori di lavoro gli sono stati messi a disposizione solo squadroni. Si è ben bravi ad allenare Juventus, Milan, Chelsea, Paris S.G., Bayern e Real Madrid (con squadre più “normali” come Napoli ed Everton ha miseramente fallito): prova tu a vincere la Champions League con Porto, e Inter. E la Conference League con la Roma. Dico: la Roma! Che di coppe europee non ne ha mai vinta una e che l’ultima finale l’aveva giocata nel 1991.
Quando sceglie una squadra, Mou la sceglie più per la sfida che può proporgli che per la ricchezza della rosa che gli viene messa a disposizione. Tipo come quando tornò al Chelsea nel 2013 e la portò alla conquista della Premier League al primo tentativo, dopo sei anni in cui il massimo che aveva ottenuto era una serie di piazzamenti deludenti, compresi tra il terzo e l’ottavo posto in campionato.
Quando va al Manchester United trova una società reduce da un settimo, un quarto e un quinto posto in Premier e l’ingombrante fantasma di Ferguson aleggiare su tutto lo staff. Fa quello che può, rigenera e elettrizza l’ambiente. Vince subito la Community Shield contro il Leicester. A febbraio vince la Coppa di Lega regolando in finale il Southampton.
In campionato chiude male, solo al sesto posto, ma regala un altro trofeo ai suoi supporters, l’Europa League battendo l’Ajax in finale. Si tratta della sua seconda, dopo quella vinta con il Porto nel 2004,.
L’anno successivo arriverà secondo in campionato e porta i suoi uomini ancora in finale, stavolta di FA Cup, perdendo solo contro il super City. Il Manchester United che lo silura nel dicembre del 2018 alla 17^ giornata, si ritroverà alla fine della stagione allo stesso punto in cui Mourinho l’aveva lasciato, al sesto posto. Neanche Solkjaer riesce a capovolgere il trend di una stagione senza soddisfazioni. Dopo di lui, il Manchester non vincerà più niente, se si eccettua quella che in Italia chiameremmo “coppetta”, la League Cup nel 2023.
Abramovic, proprietario del Chelsea della stagione 2015-2016, lo licenzia già alla decima giornata, quando la squadra si trova al dodicesimo posto. A fine stagione, condotta a termine da Guus Hiddink – mica uno qualsiasi – si ritroverà al decimo, giusto un paio di caselle più in alto: il miracolo non è riuscito a farlo neanche il tecnico olandese.
Al Tottenham il licenziamento arriva tardi, a primavera inoltrata del 2021. Ryan Mason lo rileva quando è al settimo posto, chiuderà sesto per il rotto della cuffia. Come già raccontato, Mou gli lascia in eredità la finale di EFL Cup che perde di misura, 1-2 per il Man City.
Ultimo capitolo, il siluramento subito dalla A.S. Roma. La cronaca recente ci riferisce che lascia la squadra questo gennaio, al nono posto, e dopo due finali europee disputate in due stagioni. Chi vivrà vedrà, ma date le premesse non ha senso sperare che l’andamento della stagione possa migliorare di molto. All’inizio della sua terza stagione nella capitale Fredkin gli aveva consegnato una squadra con numerose carenze e lacune d’organico.
Paredes è un ottimo acquisto ma predica nel deserto di un centrocampo mediocre. Renato Sanches non è stato quasi mai disponibile. Nella Roma mourinhana le ali hanno compiti determinanti, ma Spinazzola e Kristensen sono onesti operai del football. Il resto lo hanno fatto i tanti infortuni di Dybala e Smalling. Va ancora bene che Lukaku ha molto contribuito con i suoi gol. Soprattutto contro difese meno attrezzate continua ad imperversare e a rendere meno netto il gap con le altre squadre di fascia alta.
A De Rossi tocca l’improbo compito di raddrizzare la barra di navigazione e traghettare il team verso posizioni più interessanti. In Europa sarà chiamato a farle fare più strada possibile. Riuscirà a fare meglio del suo autorevole predecessore che oggi in molti marcano frettolosamente come “bollito? Riuscirà a trasmettere tranquillità ad una squadra che sembra in continua crisi di nervi? Fredkin farà uno sforzo per ridare nuova linfa ad una squadra mal attrezzata e che non può reggere le due competizioni restategli da disputare? Ad oggi, la storia di Mourinho ci racconta che i suoi successori chiamati a sostituirlo hanno trovato le macerie del suo lavoro e sulle macerie hanno terminato il loro.
Non si equivochi però: Mourinho non distrugge le sue squadre, anzi. Semmai le catalizza, le fortifica, le valorizza. La sua magnificenza sta in tutto questo. Il saper ottenere il massimo dai giocatori, anche da quelli meno dotati tecnicamente, attraverso la sua dialettica e la sua fine conoscenza dei percorsi mentali umani.
Egli sa insinuarsi nelle pieghe dell’emotività dei suoi uomini e ne plasma le motivazioni, ne rivitalizza l’autostima. Chi si trova a raccogliere il testimone spesso non è in grado di inoculare gli stessi valori. Semmai, nel tentativo di cancellare il lavoro del predecessore nel tentativo di promuovere il proprio, li mortifica , li deprime, con effetti disastrosi.
Non è mai una buona idea licenziare Mourinho. Non conviene a nessuno. La sua legge è chiara: se la sua squadra sta andando male, non sta rendendo quanto richiede il club o i tifosi, è perché meglio di così non si poteva fare.
Tutto quello che egli poteva cavare dal materiale umano messogli a disposizione è stato da questi abbondantemente reso e nessuno al mondo può ottenerne di più, perché di più non ce n’è. Se un certo obbiettivo non è stato raggiunto è perché quell’obbiettivo non è al momento raggiungibile, nemmeno per un mago come lui. Come quando lanci un’auto a “tavoletta”: puoi spingere quanto vuoi fino a sfondarne la pavimentazione. E’ inutile, perché il fondo scala lo hai già raggiunto da un pezzo.
Ecco perché a De Rossi gli si sta chiedendo un’impresa che rasenta l’impossibile, vista pure la sua quasi nulla esperienza come allenatore di serie A. Ma la storia si può sempre cambiare, ed è pure vero che da qualche parte bisogna pur partire. Auguri, ne avrà bisogno. In ultimo, un consiglio: non faccia l’errore di voler cancellare quanto di buono ha inculcato nella mente dei suoi uomini lo “Special One” in questi ultimi due anni: è materiale di inestimabile valore.

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