Juventus e cori contro Mazzola: perché il comunicato non basta

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Dopo i cori durante il minuto di silenzio per Sandro Mazzola, la condanna della Juventus è necessaria ma non sufficiente. Il problema riguarda anche il clima alimentato da tifoserie, media e opinionisti: servono responsabilità concrete, identificazione dei colpevoli e divieti.

Spalle al campo, comunicato a metà: la condanna non basta più

Prima di Juventus–Atalanta, nel minuto di silenzio per Sandro Mazzola, decine di tifosi in Curva Sud si sono voltati di spalle e hanno intonato cori per Scirea, Agnelli e Fortunato. Poi sono arrivati lo scandalo, le proteste, le prese di distanza da ogni parte, la Procura federale a refertare tutto. Anche un giornale americano ne ha parlato, il Washington Post. Una figuraccia epocale che non aiuterà il brand bianconero e neppure la Serie A. Un’infamia, per dirla con parole pulite. Detto questo, voglio provare a ragionare senza la solita furia a giornata alterna, quella che dura fino al prossimo tweet.

Primo punto, quello che molti juventini fanno notare: “Anche noi non siamo stati rispettati nei nostri lutti, anche dagli interisti”. È vero. I fischi nei minuti di silenzio per Heysel non li ha inventati nessuno, purtroppo, e quell’episodio di mancato rispetto non è una prerogativa di Torino né di una curva sola. Ma attenzione: questa constatazione non giustifica nulla. Equivale, se vogliamo, a rispondere a chi esagera col “solo voi siete capaci di certe cose”, non è solo questo il problema. Il problema è che episodi del genere accadono, ovunque accadano, e vanno condannati ovunque accadano. Chi chiede coerenza nella condanna ha ragione; chi la usa per stemperare la propria colpa no. La coerenza si chiede sempre, non solo quando tocca a sé.

Secondo punto: il clima da cui tutto questo nasce. Perché non nasce dal nulla. L’odio tra juventini e interisti non è un fenomeno meteorologico, viene coltivato ogni giorno da una narrativa fatta di giornalisti, youtuber e opinionisti che non perdono occasione per offrire una rilettura di Calciopoli che è un insulto all’intelligenza di chiunque abbia letto le sentenze, sentenze su sentenze, ricordiamolo. Si invita in televisione Luciano Moggi, un radiato, a parlare di calcio come se nulla fosse. Esiste una fondazione, “Identità Bianconera”, che passa le giornate a depositare esposti contro l’Inter, puntualmente rigettati. Se te li respingono tutti, a un certo punto, farsi qualche domanda sarebbe il minimo. E non parliamo dell’inchiesta sugli arbitri: mesi di fango mediatico sull’Inter, per poi scoprire penalmente il nulla. Sportivamente si vedrà, ma le voci che arrivano sono quelle di un’inchiesta che non ha partorito nulla di sostanziale.

Chi alimenta questo clima da guerra civile ha delle responsabilità, e non può lavarsele con una condanna scritta dall’ufficio stampa e condivisa sui social. Quella lascia il tempo che trova.

Terzo punto, il comunicato della Juventus. “Non c’è rivalità che possa giustificare la mancanza di rispetto durante un minuto di silenzio”. Corretto, ben scritto, doveroso. E ci mancava solo che non lo facesse. Ma mi fermo qui, perché un comunicato è la soglia minima, non l’arrivo. Mi aspetto di più: identificare i responsabili e tenerli fuori dallo stadio a vita. Non è un’utopia giuridica, lo stadio è di proprietà della società, il regolamento d’uso prevede l’allontanamento immediato, e le liste dei “banditi”, chi ci finisce non compra più un biglietto. La Juventus ci ha già fatto ricorso in passato, a tifosi propri. È fattibile, non è simbolico. Se non succede, se la vicenda si chiude con un’ammenda da pagare e un settore da chiudere per un turno, questo episodio triste non servirà a nulla. Sarà servito solo a farci arrabbiare per un weekend in più.

La giustizia sportiva farà il suo corso, multa, squalifica, vedremo, e non è sufficiente. Giustizia sportiva e divieti individuali viaggiano su binari diversi, e servono entrambi. Perché chi è bandito da Torino altrimenti compra il biglietto di San Siro e rifà lo stesso gesto altrove, magari a una commemorazione diversa, magari con i colori invertiti.

Ultima cosa, forse la più difficile. A chi fa informazione, in senso lato, giornalisti, opinionisti, creator, chiederei un esame di coscienza. Ogni polemica costruita, ogni rilettura complottista della storia, ogni ospite scelto per far alzare la temperatura invece che il livello del dibattito, ha un prezzo. E quel prezzo, a volte, lo pagano trenta persone in piedi di spalle durante un minuto di silenzio, convinte di fare un gesto politico mentre fanno solo brutta figura davanti a un morto.

Le parole costano poco. Le scelte, no. Sia per chi sta in curva, sia per chi ci guadagna a tenerla calda.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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