Difficile dire se con questa vittoria di prestigio si potrà poi apprezzare anche un cambio di passo e di convinzione ma almeno, prima degli abituali patimenti col Sassuolo, per l’interista esistenzialista c’è una serata di giubilo.
L’interista esistenzialista su Inter-Barcellona
C’era poi troppo da sperare in un exploit dell’Inter contro i fortissimi catalani? Mica tanto a guardare le quote che i bookmakers più accreditati avevano fissato: l’Inter vincente era data a 3,85, il Barça a 1,87.
I professionisti delle scommesse che sanno il fatto loro, danno sempre per sfavorito il fato quando deve convincere la legge dei grandi numeri a farsi da parte. Ma anche quella prima o poi deve soccombere, giusto perché poi anche l’eccezione che confermi la regola possa dire la sua.
Sempre in fatto di scommesse, c’era da scommetterci che Asslani non avesse troppo convinto Inzaghi a schierarlo da titolare dopo la defaillance contro la Roma e che quindi avrebbe schierato da interno destro Mkitharian. Un principio che invece non ha rispettato per quel che riguardava la scelta della seconda punta poiché malgrado la deficitaria prestazione di Correa dello scorso turno di campionato, è stato comunque preferito a Dzeko. Mistero.
Non c’erano invece dubbi sul canovaccio che avrebbe dettato il menage del match, con una squadra più tecnica a menar le danze e l’altra ad atteggiarsi secondo l’odiosa espressione a “catenaccio”. Qualcosa deve essere successo nella liturgia dello spogliatoio negli scorsi giorni se è vero che stavolta Barella non ha sbarellato contro nessuno dei suoi compagni, che tutti hanno prodotto il massimo sforzo, che nessuno si è lasciato andare allo sconforto, che tutti ci si è strinti a coorte ‘che siam pronti alla morte’.
Eppure il preludio non era stato dei più lusinghieri con la squadra così rincantucciata all’indietro e spalmata dalla trequarti in giù con tutti i suoi effettivi dietro il possesso di palla del Barça. Non era certo irragionevole aspettarsi che prima o poi l’assedio a Fort Alamo avrebbe prodotto i suoi effetti a furia di portarsi dentro i catalani.
Ma in effetti quasi mai Onana è stato chiamato a far vedere di che pasta è fatto. Pasta buona a quanto pare, perché pur senza interventi trascendentali ha abbrancato palloni in quota lasciando, senza timore, il confortante tepore dell’area di porta.
Sarà un’impressione indotta dal desiderio di tutti di vedere risolta l’infinta querelle del passaggio di testimone con Handa, sarà che il Barcellona non tira quasi mai in porta, sarà che il giovane un paio di svarioni li fa pure ma per fortuna senza danni, fatto sta che la sensazione è che i compagni di reparto si fidino molto di lui e che questo si riverberi positivamente sulla prestazione del pacchetto.
Vai a dargli torto: già sei impegnato ad arginare gente come Dembelè, Lewandoski e Raphina, devo pure preoccuparmi delle sviste del mio numero uno? Il risultato è che Skriniar ha sfoderato una prova come da tempo non si vedeva, De Vrij non ha mollato di un centimetro il cannoniere polacco, Bastoni ha guardato a distanza senza troppo soffrire Dembelè che, tanto fumo e poco arrosto, faceva sempre le stesse cose.
E cioè, fintava, controfintava e alla fine entrava in un loop autodistruttivo consegnando, docile, il pallone a lui o al sodale Dimarco. Il primo crocevia della storia arrivava al 23esimo con Correa liberato davanti a Ter Stegen: dribbling e gol di classe giusto per ricordare che il piede ce lo ha, ma a nessuno è sfuggito che l’argentino era parecchio avanti rispetto alla legalità del fuorigioco. D’altronde meglio così, sarebbe stato troppo presto e troppo ardito sperare di battere i catalani con un gol di Correa.
Il momento giusto sarebbe quello intorno alla fine del primo tempo, per poter poi riprendere fiato, spezzare il ritmo dell’avversario, impostare con calma la strategia per tenere a bada la reazione dell’avversario. Il gol di Cahlanoglu andava in quella direzione. In quella e in quell’altra, l’angolino alla destra di Ter Stegen, e subito appresso, tutti al riposo.
Ritornate in campo le due squadre, alzi la mano chi non si sia posta l’annosa questione: come gestirà il risicato vantaggio l’Inter? Il problema stavolta non si è posto: il Barça non era disposto a far decidere ad altri che tipo di partita si sarebbe fatta. Rimetteva la testa sotto e schiacciava in difesa l’Inter che così poteva riscoprire la sua anima proletaria, carbonara e operaia.
Certo, si è poi sofferto l’indicibile davanti ad un avversario che ha il solo difetto di specchiarsi troppo nella sua immagine. E infatti adesso il Barça non tira quasi mai in porta perché ai suoi avanti non viene mai permesso il dialogo stretto nel cuore della difesa interista. Ci provano, talora, con traversoni che finiscono immancabilmente sulle teste interiste.
Gli svarioni aerei patiti contro Udinese e Roma sono un antico ricordo, anche quando al posto del monumentale De Vrij entra il pupillo di Inzaghi Acerbi, che anche lui male non fa. Al 67esimo il secondo crocevia del match: quella che sembra un’uscita sgraziata e improvvida di Onana si trasforma nella parata del giorno.
Quell’impercettibile tocco fa sì che la palla incocci sulla mano di Ansu Fati che non vedeva l’ora di darci un altro sbianco dopo quello della Champions League edizione 2019-20. Il pallone sfila nella porta sguarnita ma al Var non sfugge il tocco malandrino. Le sostituzioni del Barca da lì alla fine non cambiano né il volto della partita né quello del Barca che si limita a far girare palla senza mai trovare l’imbucata giusta.
Al 90esimo il terzo ed ultimo crocevia: un lungo check del var valuta un probabile tocco di Dumfries che occhio e croce c’era. Ma a caval donato non si guarda in bocca e il regalo è fatto dalla sala Var che non riesce a stabilire senza un ragionevole dubbio, che quella palla è stata in effetti maneggiata. Impossibile fugare il dubbio che quella palla sia stata, invece, prima toccata dalla testa dell’olandese rendendo scevro dal dolo il successivo tocco. E’ l’ultimo atto di una partita che vede una squadra rediviva di ritorno dall’inferno e di una che dal paradiso gli tocca andar a far visita al purgatorio.
L’Inter ne esce vincitrice perché ha finalmente giocato da squadra, ha saputo tenere viva l’attenzione dei singoli per tutto l’incontro, non ha avuto i cali di concentrazione che erano stati deleteri negli incontri persi di recente e quando li ha avuti la sorte ha arriso.
Difficile dire se con questa vittoria di prestigio si potrà poi apprezzare anche un cambio di passo e di convinzione. Già sabato prossimo ne avremo riprova contro il sempre scomodo avversario Sassuolo.
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