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L’Inter ha battuto la Juventus, 1-0. Alleluja, alleluja. Cosa tutt’altro che scontata: a pochi sarà sfuggito che negli ultimi sei scontri di campionato giocati a San Siro, l’Inter aveva vinto una sola volta, nel 17 gennaio del 2021 (due a zero, gol di Vidal e Barella). Gli altri cinque erano terminati tre in pareggio e in due casi la Juve era tornata a Torino con la saccoccia piena.
Battuta la Juve e non era scontato
Non c’era da prendere alla leggera il duecentoncinquantunesimo derby d’Italia e l’Inter non l’ha presa alla leggera, anzi. Non si è limitata a battere la Juventus ma ha fatto di più, imponendo alla gara un regime totalitario. Non per frazioni, ma per l’intera durata del match. Non ha lasciato neanche le briciole all’avversario, giusto del pulviscolo, in forma di una occasione, sola e unica in tutta la partita. Perché un po’ di suspense ai 75mila spettatori devi pure elargirla.
Quell’occasione è capitata al trentunesimo, con Mc Kennie che ha coperto la distanza da casello a casello in un fiato e ha poi servito Vlahovic a una decina di metri da Sommer, per il più comodo dei tap-in. Il serbo non brilla certo per avere piedi di velluto, così ha maldestramente controllato quel confetto, manco calzasse un paio di Dr. Scholls invece degli scarpini chiodati. Così la palla gli è sfuggita via, Pavard l’ha scortata sul fondo. Si era ancora sullo zero a zero e va da sé che Allegri si sia mangiato i gomiti davanti a cotanto obbrobrio. Andare in vantaggio avrebbe significato mettersi comodi in difesa e lasciare all’Inter l’incombenza di risalire la corrente. Uno scenario decisamente familiare.
Invece, il gol non è arrivato e alla Juve è toccato arrabattarsi come poteva. Il palleggio le è riuscito comodo solo sul quartetto difensivo, dopodichè, all’approssimarsi delle zone nevralgiche del campo, dovevano fare i conti con gli assatanati raddoppi dei soliti noti.
Vita agra quella della Juventus cui di conseguenza è toccato l’ingrato compito di fare la guardia al torracchione che, diversamente da quanto raccontato dal romanzo di Bianciardi, è alla fine è saltato per aria. Si noti, in occasione del gol del vantaggio (ma anche della vittoria), il raffinato discernimento di monsieur Benjamin Pavard.
Il francese non abitua i suoi avversari a vederlo praticare solo l’arte del buon difendere. Egli mischia le carte, spezza il mazzo, cambia il giro. A volte lo fa, a volte rimane sulle sue. A volte spinge, a volte rincula. A volte non fa proprio niente, perchè pure quello fa gioco. Ingenera incertezze a chi è deputato a controllarlo.
Così su quel gol lo si ritrova nel cuore dell’area, con Kostic a chiedersi cosa diavolo ci faccia lì. Il francese vorrebbe strafare impegnandosi in una “bicicletta” che non è nel suo repertorio, ma intanto con quel gesto manda in vacca il timing di Gatti. Il centralone, alto due metri per novanta chili di muscoli, si è trovato nella spiacevole situazione di dover ricomporre la sua coordinazione.
Aspetta e spera, perché intanto davanti gli è passato Thuram. “Al diavolo la coordinazione, se ci arrivo, bene. Altrimenti ciccia.”, ha pensato il buon Federico. Ciccia, appunto: è con quella che spedisce il pallone nella sua rete. Quanta ironia in quel suo destino!
Ahi, quell’uno a zero come deve essergli suonato male al povero Allegri. Due dita alzate in una mano, una nell’altra: “Ora pe’ ffà ‘l corto muso ci tocca farne due”. Bravo Max, sai far di conto.
Invece non ne farà nemmeno uno la Juventus. Vivrà una vampa di dieci minuti, a cavallo tra il 70esimo e l’ottantesimo in cui, grazie alla verve di Chiesa riuscirà ad affacciarsi all’area interista, ma senza realizzare un vero costrutto. Vi si è affacciata, niente di più: Sommer per gli avanti juventini rimarrà fino al novantacinquesimo minuto un puntino giallo all’orizzonte.
Molto più evidente e ravvicinato per Barella e soprattutto Arnautovic, Wojciech Szczeszny di padre polacco. Sarà perché in completo rosso/arancio, fatto sta che i due devono averlo preso per un bersaglio umano per quanto sono stati bravi a centrare lui anzichè la porta spalancata. Si esagera: si faccia invece tanto di cappello al portiere juventino. Solo i suoi miracoli hanno dato un senso all’ultimo quarto d’ora di Inter-Juventus.
Passando in rassegna le prestazioni dei singoli, tutti ben oltre la sufficienza, si riferisca di Calhanoglu, che ha fatto il bello e il bellissimo tempo: le sue sventagliate hanno disegnato ardite diagonali passando indisturbate tra le maglie bianconere. Acerbi ha praticato il solito trattamento senza riguardi, a lui stanno antipatici tutti. Vlahovic non ha fatto eccezione: è bastato uno sguardo per concludere che gli stava sul culo anche lui.
A quello che ho già detto di Pavard, aggiungo che il senso di sicurezza che infonde a tutto il reparto fa partita da solo. Barella ha aggredito con la ferocia che tutti conoscono chiunque si sia appressato al suo smisurato raggio d’azione. Ergo, tutti. Ma tutti proprio: pure Szczesnzny ha avuto con lui un incontro ravvicinato del terzo tipo. Mkhitarian è il mr. Wolf “risolvo problemi” di Pulp Fiction: dove deve stare sta, dove deve andare, va.
Ogni sua scelta è sensata, veloce, definitiva. Che il cielo lo preservi. Nota negativa, e mi duole il cuore ritornarci, per Arnautovic. Chiamato a fare quello che sa fare (ottenere palla, conservarla, far salire la squadra) risponde “assente”. Ha il pallone della sicurezza, lo sciupa malamente, permettendo a Szc… al portiere juventino di fare un figurone.
I tifosi interisti non lo ammetteranno mai, ma alla luce del prestigioso successo, la sagoma dello scudetto comincia a stagliarsi all’orizzonte. Quattro punti, a questo punto del campionato non sono certo un abisso scavato tra prima e seconda, però non può sfuggire che sono vittorie che vanno oltre i punti distribuiti. Danno forza e convinzione a chi li ottiene, creano dubbi a chi li ha visti volar via.

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