Il fantastico volo rasoterra di Ezio Pascutti

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La Bologna operaia e comunista, il calcio dei contadini inurbati e la storia di un gesto atletico raro, immortalato in uno scatto e divenuto immortale.

Il volo di Ezio Pascutti *

A quel tempo gli atleti erano quasi sempre contadini inurbati, come quelli che li andavano a vedere. Esteticamente erano come li avevano plasmati la natura, il corredo delle tare biologiche, le fatiche, i mestieri. Non erano allevati in palestra e batteria.

Talvolta erano bassi con le gambe arcuate, quasi sempre implacabili marcatori, mentre i pelati erano abili colpitori di testa. I normotipi erano rari, come i belli in generale.

Ognuno faceva della propria deformata specializzazione il ruolo e la virtù, ingegnandosi nella compensazione dei limiti. Salvo forse Bulgarelli gli atleti fisicamente completi erano come mosche bianche.

Pavinato era gobbo, come Chiggia, Perani un nanerottolo brachicefalo, Haller era rubicondo e con la pancetta, Nielsen indolente e dondolante, con la faccia da bambolotto, Janich era corpulento con gambe come piloni, Tumburus curvo e rattrappito come un picchiatore, Fogli era esile come un damerino e correva con un braccio legato al fianco, Furlanis, come già Bonafin, aveva i capelli rossi e lo sguardo poco intelligente dei montanari, Renna era un confusionario calvo, Capra rassomigliava a un pastore sardo, e Negri a un pastore calvinista. Prima di loro Luis Vinicius de Menezes aveva gambe da trampoliere, Cervellati veniva da Lilliput e Pilmark dai boschi circostanti. Greco era pelato e, giustappunto, colpiva di testa anche i palloni rasoterra usando il cranio come un piede.

I calciatori non sembravano giovani ma invecchiati precocemente come i nostri padri. Quando il pallone rimbalzava su quelle biglie implumi faceva un suono secco e inconfondibile che riempiva lo stadio. Senza queste clamorose irregolarità dunque il Bologna non avrebbe potuto essere la squadra perfetta che fu.

Il Bologna dei ’60 era un androceo di eroi omerici spuntati dalle irregolarità geologiche della terra. Ezio Pascutti veniva dalle scabre lande della bassa friulana ed era segnato da una chierica da frate. Perciò eccelleva nel gioco di testa, più che per la statura. Specie nell’anticipo.

La sua abilità erano i tagli, gli smarcamenti, le intuizioni vaganti, il gioco di prima. Anche perchè difettava nel controllo di palla e nel dribbling. Era unico, imprevedibile, lunatico, saturnino e anche un po’ balordo, ma così nostrano, così simile alla gente della nostra classe, che per questo diventò il mio mito.

Sulla copertina del mio primo album composto con ritagli di giornale c’era lui, l’eroe del Prater, con dietro la torre di Maratona, e sotto il suo autografo: Ezio.

Va detto anche che allora, salvo eccezioni alla regola, le carriere dei calciatori erano brevi, perchè gli incidenti di gioco e le botte dei picchiatori lasciavano segni che la medicina non sapeva guarire. Inoltre si era ben lontani dai lauti guadagni dispensati dallo star system.

Un calciatore dotato poteva aspirare, al massimo, a un gruzzolo da immobilizzare in qualche appartamento o investire in una attività, che data l’inesperienza andava quasi sempre fallita.

Ricordo che Pascutti, ad esempio, aveva aperto una agenzia assicurativa nel sottopassaggio, di fronte ai bagni pubblici, mentre per il resto ha vissuto a Bologna arrabattandosi come tutti i cristiani perseguitati dalla sfortuna.

Il calcio, in generale, era assai meno veloce di adesso, e talvolta, quando eccedevano i tatticismi da 0 a 0, noioso come può essere una partita di baseball. Si giocava di meno e le riprese televisive erano scarse. Lo si vedeva dal vivo, ammassati sulle gradinate, una volta ogni due settimane.

Per il resto il calcio, come anche gli altri sport, specie il ciclismo e il pugilato, veniva ‘narrato’ sui giornali, nei bar, ovunque ci fosse occasione. Si deve a questi due aspetti – l’aura dell’evento vissuto live (e in condizioni di grave disagio) e la narrazione orale e letteraria spontanea – quel carattere epico che poi è andato smarrito nell’iper-riproduzione mediatica.

Se ne parlava tanto anche perchè i protagonisti parlavano un italiano stentato, più spesso il dialetto ed erano fotogenici solo truccati sulle figurine Panini e per transfert magico dei colori della maglia.

L’estate del 2017 l’ho incontrato a un bar di Loiano, decisamente malmesso, seppure di dolente buon umore. Gli ricordai come fosse stato il mio mito dell’infanzia e lui mi ha parlato degli acciacchi alle gambe che lo costringevano a girare con le stampelle. Sic transit la gloria del goleador. Così ho pensato. Destino ineluttabile, cinico e baro. E già ero malinconico di mio.

Eppure Pascutti ha avuto in sorte una grande fortuna. D’essere immortalato in volo e trasferito ancora in vita sub specie aeternitatis. Come ci mostra quella foto – un miracolo di tempismo catturato con una macchina a scatto singolo, un colpo da cecchino – mentre plana a mettere il pallone in rete a dieci centimetri da terra. Perfettamente parallelo al suolo, Portandosi Burgnich sulle spalle. In una grigia e nebbiosa domenica d’inverno al Comunale. Sullo sfondo la muraglia umana della Bologna operaia in tutta la terribile maestà della massa sospesa in attesa del grande boato.

Volo sublime nella massa operaia prima di strisciare sull’erba e sul fango. Agilità, potenza, bellezza allo stato puro. Il gesto sublime, il momento fatale che non dimenticheremo mai.

La Bologna operaia e comunista è passata ma l’impossibile volo rasoterra di Ezio Pascutti rimarrà per sempre a testimoniare la grandezza di un’epoca. Quando eravamo poveri ma meravigliosamente belli.

* Grazie a Fausto Anderlini

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