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Finisce in gloria il miniciclo terribile dell’Inter, iniziato con la vittoria nelle semifinali di Supercoppa Italiana e terminata con il roboante 2-4 in casa della Roma. Nel mezzo, la vittoria in finale col Napoli ancora in Supercoppa, poi le vittorie di misura a Firenze, infine quella di San Siro contro la Juventus, giusto una settimana fa.
L’interista esistenzialista: chi è la vera avversaria dei nerazzurri?
Percorso netto, cinque vittorie su cinque: rispettivamente contro la seconda in classifica, la quinta, la sesta, l’ottava e la nona. Numeri consistenti: dieci gol fatti, solo due i subiti. Una sola la squadra in grado di superare Sommer, la Roma per l’appunto.
A sentire i catastrofisti ne sarebbe dovuta uscire con le ossa rotte, invece si è persino allargato il solco tra la Nostra e il gruppuscolo di pretendenti inseguitori.
La nuova Roma di Daniele De Rossi ce l’ha messa tutta per scompigliare i piani della squadra ospite. E in parte ci era pure riuscita, andando al riposo in vantaggio per uno a due.
La vera chiave di volta della partita dell’Inter è stata tutta in quel quarto d’ora investito nella sacrestia dello spogliatoio. La squadra che ne è uscita era profondamente diversa da quella che vi era entrata una manciata di minuti prima.
Quella del secondo tempo lo ha fatto di scatto, a bruciare i blocchi, a mettere subito la testa avanti. Esattamente come aveva fatto la Roma dall’inizio della partita e almeno fino al quindicesimo minuto, quando l’Inter era a sorpresa passata in vantaggio.
Chi abbia copiato chi, non è chiaro: di sicuro quel pronti-via in cui le due squadre si sono alternate, ha arriso più all’Inter che alla prima occasione ha realizzato il due a due. È bastato quell’inizio di secondo tempo a rendere inutile lo scommettere su chi avrebbe portato a casa i tre punti.
Roma-Inter si è srotolato con un andamento bizzarro, il vantaggio dell’Inter è arrivato nel momento migliore della Roma. Viceversa, una volta in svantaggio la Roma ha affievolito la sua foga, l’Inter di conseguenza ha smesso di soffrire e proprio allora i padroni di casa hanno momentaneamente ribaltato il risultato.
Due gol che sono arrivati secondo modalità inattese: il primo da una voragine creatasi al centro della difesa meno battuta del campionato; il raddoppio a seguito di un ficcante contropiede con l’Inter scoperta: situazione inusuale per una squadra così accorta ed equilibrata come quella di Simone Inzaghi.
Probabilmente neanche De Rossi si aspettava di chiudere in vantaggio la prima frazione, la cosa deve averlo un po’ offuscato nelle sue scelte. Intanto c’era da capire come avrebbe il suoi avversario avrebbe affrontato la ripresa e stabilire le contromisure.
Elucubrazione non fine a sé stessa, visto che l’Inter si ritrovava in una situazione inedita nell’annata in corso, quella di dover andare a riprendersi una partita messasi in salita. A quali conclusioni sia giunto il tecnico giallorosso non è dato sapere, quello che è certo è che Inzaghi non ha cambiato nulla di sostanziale rispetto all’impostazione di base. Si è solo peritato di raccomandare ai suoi ragazzi di aumentare il dinamismo, oggettivamente latente nella prima frazione.
E così fu. Forse perché la Roma a quel punto aveva già in parte esaurito gran parte del carburante a sua disposizione, fatto sta che in occasione del subitaneo pareggio dell’Inter, quel Barella pescato nel bel mezzo delle linee racconta plasticamente che qualcuno nel cuore del centrocampo giallorosso ha mollato troppo presto.
L’Inter, invece, con la testa è rimasta completamente dentro il match. Lucidità: Mkhitarian batte una punizione velocemente servendo Calhanoglu, Il turco a Barella, e l’Inter si ritrova così con quattro uomini ad attaccare la difesa romanista sugli ampi spazi e in faccia alla porta. Un mix micidiale che è letale per la Roma. Lo svolgimento del compito date le circostanze, è elementare: cross di Darmian e tap-in in rete di Thuram, come da manuale. È lo svolgimento che si ripete sette minuti dopo, sull’altro versante.
La Roma stavolta sarebbe anche piazzata, ma la convinzione, la rabbia, la voglia di riprendere le redini dell’incontro è già avvilita. Nel gol che condanna i giallorossi a credere ai miracoli, c’è tanta arguzia tattica: Lautaro porta fuori dalla sua zona di competenza Mancini, lasciando a Karlsdorp e Dybala l’incombenza di arginare la sortita sulla sinistra di Dimarco e Mkhitarian. Tanti auguri: l’argentino si accorge con esagerato ritardo che l’armeno, imbeccato da Dimarco, ha salutato la compagnia cercando il fondo e non può evitare che egli effettui il cross senza pressione.
Quello che avviene nel cuore dell’area piccola è frutto di pura psicosi difensiva: per Angelinho tutto è meglio purchè Thuram non arrivi sul traversone che lo sta per raggiungere. Tutto è meglio, persino l’autorete. All’esordio. È deciso, la butta dentro la sua porta. Contento, lui.
Come contro la Juve, l’Inter mette in conto qualche sofferenza nel quarto d’ora che rimane a fine della corsa. In fondo c’è anche un avversario. Lo fa in modo credibile la Roma e qualche ambascia la crea pure, nel cuore dell’area interista. Qualche mischia, un tiro da fuori di Baldanzi, niente che faccia fermare il cuore.
L’occasione più succulenta capita – ma guarda un po’ – tra i piedi dell’improbo per definizione, Romelu Lukaku. Accade al 70esimo, quando viene pescato da un bel lancio di Pellegrini e messo da questi davanti a Sommer. Il belga, che la porta avversaria non l’ha mai vista, scopre suo malgrado che anche l’Inter ha un portiere, e che adesso ha pure il problema di superarlo. Non si spreme troppo le meningi e si sposta la palla sul destro. O meglio, vorrebbe spostarsela sul destro, ma intanto che ci ha pensato, Sommer gliel’ha già sbarbicata dalle gambe.
Sfuma così quella che è probabilmente la sua ultima occasione di fare gol alla sua ex squadra. Pare che in estate cambierà lidi. Troverà altre Inter per la strada, ma non saranno di Milano. Tanti auguri, roccia.
Come da copione l’Inter concederà il possesso di palla per gli ultimi quindici minuti a chi è sotto, in attesa di approfittare delle sbavature dettate dalla frenesia. Quando infatti arriva il quarto gol non si meraviglia nessuno. Fa le cose per bene, per una volta, la poco premiata ditta Sanchez & Arnautovic.
Il cileno ispira il contropiede, l’austriaco lo capitalizza, Bastoni lo rifinisce con una stoccata da puntero. Proprio vero che anche gli orologi scassati due volte al giorno indicano l’ora esatta…
Tre minuti ancora, poi è tempo di bilanci. Tutti positivi per l’Inter, come già raccontato. Poco da salvare per la Roma. Come ho detto in occasione del siluramento di Mourinho, non c’è possibilità di upgrade per le squadre che il tecnico portoghese lascia o è invitato a lasciare.
Aveva dato nuova linfa ad un ambiente alquanto depresso l’arrivo di un tecnico “di pancia” e una striscia di tre vittorie consecutive, ottenuti però contro avversari molto modesti.
Il ritorno alla realtà potrebbe essere più amaro del previsto. Non che la Roma abbia fatto malissimo contro l’Inter, ma certe criticità sembrano lontano dall’essere risolte. La difesa è permeabile, il centrocampo è umorale, i nervi in costante crisi. Contro le squadre più attrezzate Romelu rivela miseramente la sua inconsistenza, costringendo ogni volta la squadra a giocare con un uomo in meno.
L’inter è ora a sette punti dalla Juve, a parità di partite giocate. Il palinsesto propone alla Juventus un avversario storicamente malleabile, l’Udinese. Verosimilmente a fine giornata i punti di distacco torneranno quattro.
È comunque un bel bottino, da preservare in tutti i modi. Padrona del proprio destino e con un calendario che si fa interessante (Salernitana in casa, Lecce fuori, poi Atalanta e Genoa tra le pareti amiche), sono tassativamente vietati i cali di tensione. Non è luogo comune né frase fatta come rito scaramantico.
L’inter per le sole quattro partite che non ha vinto, ha consegnato punti a Sassuolo, Bologna e Genoa (più il pareggio con la Juventus). Non esattamente squadre da prima fascia. Chi è oggi la vera, diretta avversaria dell’Inter? L’Inter stessa.
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