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giovedì 19 Maggio 2022
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L’Interista esistenzialista: cos’ha detto questo 29° turno di campionato?

Nel calcio moderno si gioca così tanto che ogni tre giorni c’è la partita della svolta, che invece non arriva mai, come in questo 29° turno di campionato. Avanti il prossimo.

Cos’ha detto questo 29° turno di campionato?

Il bello del calcio moderno, così copioso di campionati, tornei ed eventi vari, è che all’indomani di una sconfitta o di una cocente estromissione da una competizione di lusso, c’è nel giro di pochissimi giorni la possibilità di rimettersi in discussione affrontando una nuova gara.

E la si aspetta frementi, convinti che rappresenterà la svolta decisiva, la vittoria che riscatterà la delusione, lo scatto verso nuovi allettanti traguardi. Poi succede che incontri – per fare un esempio – il Torino e tutto si smoscia nel giro di novanta minuti. Non che non ce ne fossero le avvisaglie: il Toro di Juric è capace di mettere in difficoltà chiunque, col suo ritmo di gioco esasperato e idee chiare da vendere.

È come un coniuge rompiballe e logorroico che vi ribatte punto che per punto ogni cosa che voi fate o dite: vi porta all’esasperazione, non vi fa capire niente, manda regolarmente in vacca ogni vostro programma.

Che è poi quello che è successo all’Inter: un Bremer pompatissimo dalla critica pallonara che lo ha battezzato come il nuovo Beckenbauer e accreditato come nostro promesso sposo, su un calcio d’angolo apre la ciabatta e la mette nell’angolo della porta difesa da Handanovic. Che non si schioda dalla porta neanche quando un cross leggibile il giusto e governabile quanto basta, raggiunge il centro dell’area di porta.

Non voglio infierire, quella della timidezza sulle uscite è un vecchio gap del nostro portierone: se poi si aggiunge il naturalissimo fatto che la reattività che hai a 37 anni non può essere quella che hai a 27 anni capisci che forse è il caso che la gestione dell’estremo difensore è questione che la società non può prorogare oltre.

D’amblée, non è che giovani portieroni di successo impegnati altrove in squadre altamente blasonate stiano facendo ‘sti fracelli poi… capisc’ammè. E insomma, la raccomandazione “fa minga il pirla”, i tanti attestati di stima, le dolci parol d’amore con le quali ci si è tanto raccomandati presso il centralone difensivo del Toro, sono caduti nel vuoto: non ha avuto pietà, amen.

Ma quanto granata è stato il primo tempo! D’accordo, la mancanza di Brozovic e di De Vrij, la stanchezza del dopo Liverpool, l’involuzione tecnica di taluni, fatto sta che in campo c’erano solo loro.

Graziati da arbitro e Var, (andiamo, quello è rigore tutta lavita) si è tenuta la barca in linea di galleggiamento di riffa o di raffa in attesa che passasse la tempesta: i tempi sono tosti, ben lo ha capito Inzaghi rimandando a data da destinarsi il pressing alto che già con lo schieramento 3-5-2 è impegnativo mica poco, vista la distanza dei quinti di centrocampo dai terzini di chi difende, figuriamoci se la squadra non è a posto fisicamente: diventa praticamente una tonnara, con i tre centrali costretti ad allargarsi per coprire le spalle di chi pressa.

Cosi il Toro impegnato in una pressione forsennata uno contro uno in ogni zolla del campo ha avuto vita facile, soprattutto in difesa, dove Lautaro non l’ha vista praticamente mai e persino Dzeko che normalmente si premura di rendersi utile anche quando gioca male, ha avuto a che fare con pochi palloni giocabili e quindi anche il suo solito lavoro di pulizia e smistamento di palle vaganti è andato ramengo.

Che prima o poi i granata sarebbero calati alla distanza era abbastanza prevedibile e infatti il secondo tempo è stata musica diversa: seppur in maniera caotica adesso i nostri hanno potuto contare su qualche spazio in più anche se – nei fatti – se ne sono fatti poco o niente. Tuttavia a causa dell’irrisolutezza del già menzionato Lautaro, dell’inconsistenza di Vecino, della sconclusionatezza di Chalanoglu non si sono prodotti risultati apprezzabili.

Nicolino ha ripreso la corsa inconcludente e dispersiva dei suoi inizi, sbuffando e protestando platealmente: una vera e propria regressione dalla quale sarebbe urgente affrancarlo: Inzaghi pensaci tu.

Va detto: la svolta agonistica l’hanno data i due Cileni: Sanchez può piacere o meno, ha prestazione – ad esser buoni – altalenanti, ma quando ha il pallone tra i piedi dà sempre la sensazione che qualcosa possa inventarsi; Vidal ci ha messo corsa e voglia, ha scodellato palloni su palloni scavalcando il centrocampo del Torino nell’arrembaggio finale e proprio da un suo bel passaggio filtrante in area per Dzeko, e dopo il tocco di prima di questo, il suo cumpariello l’ha messa alle spalle di Berisha, fino a quel momento addirittura miracoloso.

A proposito, ma i portieri miracolosi ce li abbiamo tutti contro? Mah! E insomma, infine fu 1-1, poca roba in più di rispetto ad una sconfitta: nulla di grave, siamo ancora lì e non c’è nulla di compromesso. Ma va anche riconosciuta la situazione di difficoltà oggettiva della squadra: il ciclo di ferro concluso con il ritorno di Liverpool, ha dato risultati sconsolanti.

Al di fuori del sofferto pareggio col Napoli sono arrivati i pareggi con un’Atalanta molto più addomesticabile di quella dello scorso anno, una sofferta vittoria con il Venezia, le sconfitte a domicilio col Milan, Sassuolo e Liverpool.

Passabili solo la vittoria con la Salernitana e quella sovrastimata a Liverpool e resa accettabile solo grazie ai cioccolatini lanciati dal quel buoncuore di Klopp. Poca roba davvero, che non fa certo da buon auspicio alle gare che verranno, ma vassapè in che direzione soffierà il vento tra una manciata di giornate. Vedremo.

A volo d’uccello una panoramica sui nostri competitori: il Milan veleggia di entusiasmo e di culo. Non è poca roba, è così che si vincono i campionati.

Ieri un gol trovato e creato dal nulla è bastato e avanzato fino al settantesimo minuto: dopo di questo i ragazzi di Pioli sono andati in dispnea, subendo l’Empoli pur senza mai rischiare di capitolare.

Mostrano la stessa nostra stanchezza e le nostre stesse problematiche di tenuta fisica e mentale, ma hanno dalla loro la freschezza di un’età media più verde, la presenza di un paio di marpioni che sanno snasare in anticipo dove finiranno i palloni (Giroud,Tonali), un centrocampo tonico, una certa imprevedibilità fornita dalle giocate di Leao e Messias, una difesa abbastanza affidabile, dei cambi tutto sommato all’altezza (pur non così eccelsa, invero) dei titolari.

Se si aggiunge che possono contare su un calendario favorevole che li incrocerà nelle prossime tre giornate con Cagliari, Bologna e Torino immagino che un certo sentorino di scudetto sia lecito per loro avvertirlo.

Il Napoli ha giocato bene e vinto senza troppi patemi, ha un centravanti invidiabile, forte fisicamente e con un rating di errore sotto porta prossimo allo zero: verrebbe spontaneo consigliarne la visione a Dzeko e a Lautaro: di sicuro imparerebbero qualcosa di utile.

Francamente non so se il Napoli sarà in grado nelle prossime giornate di dare un’accelerazione che possa essere decisiva, tanti sono stati i loro giri a vuoto registrati fin qui. Per loro Udinese, Atalanta e Fiorentina nelle prossime tre: mica male.

Sulla Juve: Allegri non è un pirla, per dirla alla Mou. Viste le caratteristiche dei giocatori che ha a disposizione ha fatto di necessità virtù: ha messo i jeans ai suoi, ha adottato un calcio sparagnino, ha messo in campo un principio di gioco che fa muovere la squadra con un baricentro molto basso, persino demodè, dando protezione ad un pacchetto difensivo composto da uomini che non sono esattamente degli sprinter.

Ha fatto del possesso palla un’opzione e non una urgenza, spesso lasciando il pallino (volutamente o meno) all’avversario di turno. Ma appena può si affida a rapide ripartenze con palle in verticale dettate dalla buona gamba di Locatelli o riparte a fionda su Cuadrado o Morata.

Sempre perché non è un pirla, con un impianto di gioco così scolastico, ha chiesto e ottenuto un centravanti di peso e forza, come da sua tradizione: Tevez, Higuain e Ronaldo e oggi Vlahovic e, pur con le loro diversità, hanno nella presenza e prestanza fisica il comune denominatore.

In soldoni: se tieni occupati di due difensori centrali con un solo uomo stai sicuro che prima o poi un inserimento da dietro arriva, e con quello molto probabilmente anche il gol. E infatti poi succede come la Samp, che sotto pressione quel gol se lo fa da sola. Per loro: Salernitana, Cagliari e Inter, ma non in questo ordine: se il campionato non si deciderà in quella fatidica partita, poco ci manca.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Lavora "indegnamente" per la forza armata dell’aria da sempre (ma sono solo problemi loro). Lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi, popolano di lignaggio, ha un’insana tendenza ad annoiare e ad annoiarsi.

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