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Comprendere gli animali necessita prima di tutto comprendere, anzi ricomprendere, la nostra animalità umana, sepolta dall’ansia di capire cosa rendeva più speciali gli umani rispetto ad altre specie.
Vivere l’Animalità
Vivere in un mondo sempre più complesso, soprattutto nelle interazioni e coesistenze con gli animali, richiede una forte consapevolezza etica, civica e politica, ma soprattutto scientifica.
L’errore infatti che va scardinato per primo, anche nel linguaggio, è quello che riferisce alla distinzione uomo-animale, che è rappresentazione biologicamente inappropriata.
Darwin si rivolterebbe nella tomba, se venisse a sapere che noi, ancora
oggi distinguiamo tra umani e animali. Ma cosa sono gli animali? Anzi, chi sono?
Dietro questo “chi” si apre un mondo che ti permette di guardare a quelli che chiamiamo
animali, in modo diverso, a tratti sorprendente, spesso sovversivo di concetti, credenze e pratiche che derivano dall’oppressione più che da una conoscenza scientifica dei fenomeni, delle dinamiche e delle soggettività che su questo pianeta vivono.
Comprendere gli animali necessita prima di tutto comprendere, anzi ricomprendere, la nostra animalità umana, che è stata ceduta in cambio di filosofie, fedi, approcci, che hanno allontanato l’umano dal suo stesso punto di vista animale, alla ricerca ossessiva, quanto eticamente discutibile, di capire cosa rendeva più speciali gli umani rispetto
ad altre specie.
Questo distacco antropocentrico in cui l’umano diventa centrale rispetto al tutto, oltre che creare giustificazioni per lo sfruttamento animale, oltre che disconoscere somiglianze pena l’essere tacciati di antropomorfismo, ha creato una vera e propria distorsione, anche negli ambienti accademici, del concetto di animalità, ma peggio ancora sull’interpretazione del comportamento animale.
Qui stiamo parlando di una vera e propria etnografia animale, sempre più emergente come campo di studio e coesistenza, dove ci si conosce attraverso una reciproca osservazione libera da proiezioni, attraverso un muoversi insieme, un camminare insieme, insomma un’etnografia vissuta, camminata, movimentata, multi– e anti-specista.
Non quindi un mero tollerare l’altro, neanche un adattarsi ad un cambiamento, neanche essere passivi nel far accadere le cose, ma neanche reagire sul mondo, ma agire
nel mondo attraverso una conoscenza socio-cognitiva, dove il significato di socialità supera le barriere di specie e dove quello di cognizione non si incentra solo sulla mente, ma anche e, direi soprattutto, sui corpi, sul corpo animale, sul nostro corpo animale, acquisendo come umani un movimento decentrato, anche nei contesti urbani, quando incontriamo gli (altri) animali, e per questo con una maggiore e più autentica inclusività.
Questo significa che quando incontriamo un altro animale, sia in contesti più selvatici che più urbani, che sia un cinghiale, un lupo, un cavallo, una cane, una vipera, una mantide, noi mettiamo in atto una etnografia animale, che possa osservare, studiare, conoscere, ma anche vivere le nostre movenze animali, la nostra animalità, che diventi quindi anche uno studio verso noi stessi animali umani, oltre che uno stile di vita ogni giorno nuovo, ogni giorno ricco di conoscenza.
Se non diamo spazio a questa conoscenza, a questo sapere animale, allora saranno le emozioni a dominarci, non quel senso di logica animale, di pensiero razionale quanto
selvaggio, di istintività cognitiva, che sono caratteristiche tipiche del mondo animale, che noi perdiamo quando diventiamo troppo-umani.
Ecco quindi che il tornare animali per noi umani, non è un regredire, ma un progredire, non isolarsi in una caverna, ma da essa uscire e camminare il mondo, i mondi, dell’animalità.
Ma per camminare in questi mondi, in questi mondi animali, dobbiamo decostruire quello che noi pensiamo siano gli animali, anzi quello che noi decidiamo siano gli animali. La nostra cultura antropica ha assegnato da sempre dei posti fissi alle altre specie, quelle utili e quelle nocive, quelle selvatiche e quelle domestiche, quelle buone e quelle cattive,
quella da salvaguardare e quelle da eradicare.
Ecco che, per esempio nel caso dei selvatici, gli animali diventano delle specie di soprammobili della natura, che vengono tutelati solo in quanto rendono più decorata la
natura. Quindi un orso deve stare sulla montagna, un tricheco sul ghiacciaio, un cinghiale nei boschi, ma non ci domandiamo mai se quell’orso, quel tricheco, quel cinghiale, vuole veramente stare in contesti naturali o magari preferisce la periferia di una città, un porto trafficato o un marciapiede da esplorare.
E così perdiamo il senso del ragionamento animale, ci disabituiamo a pratiche di coabitazione, creiamo il profilo dell’animale alieno, dell’animale inappropriato o meglio decidiamo noi dove sia più appropriato che un animale viva, senza tenere conto del suo punto di vista, della prospettiva della sua animalità, senza ascoltare l’arringa tenuta dalla
sua soggettività.
Qui noi dobbiamo riscrivere molti passaggi della nostra storia, dobbiamo rifare ordine, ripulire, sistemare il nostro rapporto con il resto del mondo animale, attraverso letture e proposte etiche, moderne, antispeciste. Un lavoro enorme e di ampio respiro, che qualcuno deve pur iniziare a fare.
* Prima pubblicazione, con differente editing, 27 maggio 2023
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