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Società israeliane come Enlight investono nel fotovoltaico italiano dopo aver sviluppato tecnologie sui territori occupati in Palestina e Siria. Un dossier di attivisti svela il legame tra speculazione energetica, apartheid e finanziamento dell’esercito israeliano.
Il fotovoltaico israeliano arriva in Italia: il solare che occupa
C’è un filo che parte dalle colline del Golan, attraversa la Cisgiordania, costeggia le basi militari israeliane e arriva dritto nelle campagne pugliesi, nelle valli lucane, nei pascoli molisani. Non è una metafora. È la rotta concreta di alcune delle principali società israeliane del settore energetico, approdate in Italia con in tasca progetti fotovoltaici ed eolici e, sullo sfondo, un curriculum costruito sul colonialismo.
A ricostruire questa geografia scomoda è stato un dossier elaborato da reti di attivisti e collettivi ecologisti, incrociando dati del centro indipendente WhoProfits con quelli delle battaglie territoriali in corso: dalla stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, alle mobilitazioni contadine di Massarosa, fino alle resistenze sarde. Il risultato è un quadro in cui la cosiddetta transizione verde non interrompe la logica estrattiva del capitalismo, ma la camuffa con una verniciatura ambientalista.
Tecnologie nate sotto occupazione
La premessa da cui partire è questa: il know-how israeliano nelle energie rinnovabili non è nato in laboratorio. Si è affinato su territori occupati. I pannelli solari disseminati nelle alture del Golan – territorio siriano sotto controllo israeliano dal 1967 – e in Cisgiordania non sono soltanto infrastrutture energetiche. Secondo il dossier, sono strumenti di colonizzazione fisica: occupano suolo, sanciscono la presenza degli insediamenti e rendono strutturalmente impraticabile il ritorno delle popolazioni espulse. In questo senso, l’innovazione tecnologica è tutt’altro che neutrale: porta impressa, nella sua stessa origine, la forma politica che l’ha prodotta.
Il caso di Enlight Renewable Energy è il più eloquente. Fondata nel 2008 e attiva nelle alture del Golan con turbine, strade e reti ad alta tensione, la società compare anche nei bilanci con voci di donazione alle forze armate israeliane. Oggi, attraverso sussidiarie controllate, Enlight gestisce o è in procinto di sviluppare numerosi impianti eolici e fotovoltaici nel Mezzogiorno italiano. Accanto a lei, nomi come Ecoenergy, Sunprime ed Ellomay, sostenuti da fondi assicurativi e finanziari – Clal, Migdal, NoyFund, NofarEnergy – che detengono al contempo infrastrutture in Cisgiordania e pacchetti di investimento nelle campagne italiane.
Tre livelli di spoliazione
Il dossier identifica un meccanismo che definisce, con precisione chirurgica, “triplo livello di sfruttamento”. Primo: l’occupazione fisica del suolo per impiantare mega-strutture, scaricando i costi ambientali sulle comunità locali. Secondo: la sottrazione di risorse naturali – sole, vento, terra agricola – alla vocazione produttiva dei territori. Terzo: la finanziarizzazione del paesaggio, ridotto a asset nei portafogli di entità straniere che, nel caso specifico, finanziano attivamente un sistema di apartheid e, a Gaza, un processo di sterminio sistematico riconosciuto da numerosi organismi internazionali.
Parlare di “israelizzazione” del territorio italiano – riprendendo una categoria già applicata al sistema universitario nazionale, intrecciato con l’industria bellica di Tel Aviv – non è, per gli attivisti, una provocazione retorica. È la descrizione di un processo reale: la cessione di porzioni di territorio nazionale a soggetti che trasformano il paesaggio in rendita finanziaria, alimentando nel frattempo un’economia di guerra.
La narrazione dominante liquiderebbe queste resistenze locali sotto l’etichetta NIMBY – sigla inglese nata apposta per screditare chi si oppone a opere calate dall’alto, riducendo la protesta a egoismo di campanile. Ma i movimenti che hanno prodotto questo dossier smentiscono la categoria nella sostanza: non contestano le energie rinnovabili in quanto tali, ma le condizioni concrete della loro implementazione. Chiedono trasparenza sulle filiere finanziarie, partecipazione reale delle comunità ai processi decisionali e, soprattutto, che la retorica della transizione ecologica non diventi il paravento sotto cui far prosperare speculazione finanziaria, neocolonialismo e complicità con chi bombarda gli ospedali a Gaza.
Il verde, in questo caso, non è il colore della speranza. È la patina con cui si ripulisce l’immagine di chi ha fatto dell’occupazione un modello di business esportabile.

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