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martedì, Luglio 5, 2022

Crisi climatica ma per la politica l’apocalisse può aspettare

Siamo ancora fermi alle promesse e alle buone intenzioni: i tentennamenti della politica sulla crisi climatica agitano gli ambientalisti.

Crisi climatica: l’apocalisse può aspettare

Tra promesse, dibattiti, buone intenzioni, il caso della crisi climatica viene affrontato dal Governo con i tempi dilatati propri di una comoda agenda internazionale che in ogni summit globale vede procrastinare i traguardi da raggiungere per neutralizzare, o con la speranza di neutralizzare, i danni che ne potrebbero derivare.

L’attenzione mediatica si affievolisce, le levate di scudi in difesa della natura, del clima, degli animali e dell’ecosistema rientrano gradualmente nei ranghi del sentimentalismo, ritornano ad essere oggetto di discussione e contestazione di qualche radicale outsider.

Negli ultimi giorni il movimento “Extinction Rebellion” si è reso protagonista di alcune azioni dimostrative, per la verità alcune molto provocatorie, che hanno generato qualche turbamento dell’ordine pubblico, per denunciare l’inanità delle politiche tese a frenare l’emergenza climatica ed ecologica.

A Roma la scorsa settimana sono bastati pochi attivisti per bloccare le principali arterie cittadine e mandare in tilt l’inquieta viabilità della capitale. Brevi sit in su Via Cristoforo Colombo, il Raccordo Anulare, il viadotto della Magliana. Snodi nevralgici di una megalopoli sempre sull’orlo del collasso da traffico impazzito, dove è andata in scena l’isteria degli automobilisti, preoccupati più della puntualità lavorativa che delle sorti del pianeta, al punto da aggredire i manifestanti.

Foto Pressenza

Ci sono donne e uomini nel nostro e in altri paesi che avvertono l’urgenza di misure tempestive e immediate, temendo che l’estinzione di 50 specie viventi ogni giorno innescata da fenomeni umani quali inquinamento dell’aria, dell’acqua e antropizzazione di habitat naturali, prima o poi coinvolgerà anche la specie umana e che non ci sia più tanto tempo a disposizione per invertire la rotta.

Sull’utilità di tali eclatanti azioni dimostrative si possono sollevare dei dubbi. Dal 2014 gli aderenti di Extinction rebellion hanno dato luogo a varie manifestazioni, tra cui il blitz con il quale hanno colorato di rosso la fontana di fronte a Backingham Palace lo scorso agosto, dopo aver scritto una lettera alla regina Elisabetta.

Sarà un caso, la monarca britannica, figura che gode di una notorietà mondiale ineguagliabile, ha deciso di rompere il suo tradizionale atteggiamento di neutralità politica per lanciare un forte appello finalizzato a smuovere l’inattività dei politici, alla vigilia del vertice di Glasgow.

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Iniziative di mobilitazione e pressioni rappresentano la linfa vitale per una questione, quella ambientale, che rischia di continuo la derubricazione, il ridimensionamento, l’aggiramento. Viene inoltre spesso strumentalmente ricondotta ad un unico interrogativo su come reperire masse aggiuntive di energia e come aumentarne la produzione in ogni modo.

Gli incrementi del fabbisogno di energia infatti, di decennio in decennio, crescono sempre di più in modo abnorme, almeno in occidente. In talia ad oggi consumiamo pro capite 5 volte il quantitativo che era sufficiente ad ogni abitante negli anni ‘60, come risulta dall’ultimo annuario ISTAT sui consumi energetici.

Ma continuare ad accrescere i volumi di consumo, pur ampliando e variando le fonti di produzione, avrà inevitabilmente come esito l’incremento dei danni ambientali e il deterioramento continuo dell’ecosistema.

Al di là degli auspici e delle attestazioni di fiducia nel progresso e nel futuro, ad oggi la maggior componente dell’apporto energetico nel nostro paese è costituita da combustibili fossili e anche lo sviluppo di fonti alternative è destinato a generare squilibri nei diversi territori, con l’installazione di nuovi impianti industriali spesso invasivi, e non soltanto per il paesaggio e l’agricoltura come nel caso dei parchi eolici.

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In questa situazione tra le soluzioni praticabili il risparmio energetico, quale seria riduzione delle attività di impiego di energia, lungi dall’essere concepito come un proposito di vita grama, inapplicabile nelle nostre realtà, frutto di un voto francescano o chissà quale scelta eremitica ai margini del progresso, dovrebbe rappresentare l’impegno prioritario per assicurare una via d’uscita e di salvezza. Eppure non se ne parla proprio.

I numerosi centri commerciali in città e paesi sono sfavillanti di luci a tutte le ore del giorno e della notte, per ogni attività umana ormai si richiede una registrazione on line con conseguenti consumi energetici e perdite di tempo. La pandemia è diventata una giustificazione per l’uso e l’abuso di qualsiasi procedura digitale. L’economia continua ad essere fondata sulla crescita quantitativa.

Le nostre città rimangono ostaggio di congestioni stradali, bolidi sempre più voluminosi intralciano continuamente il flusso del traffico di centri abitati grandi e piccoli, e le nuove vetture considerate meno inquinanti, e che comunque necessitano per il loro funzionamento di impieghi elevati di energia, ripropongono il problema seppur in termini diversi. Il treno verso il baratro non arresta minimamente la sua corsa e non attende le indignazioni pubbliche che verranno riesumate alla vigilia dei prossimi vertici mondiali.

Di fronte a questo sfrenato e disordinato sviluppo che non tiene conto dei suoi effetti è impossibile non notare una folle radicalità nello sfruttamento delle risorse che depaupera il pianeta, di fronte a cui la radicalità di chi decide di bloccare tutto con un’azione arbitraria, a ben vedere, è dettato da moderato buon senso, se consideriamo come ragionevole l’impegno a salvaguardare la nostra specie.

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Emanuele Bruschi
Emanuele Bruschi
Laureato in lettere, ha lavorato come educatore, insegnante, e nell'ambito della comunicazione social.

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