Cannabis medica legale, pazienti in caserma: lo Stato cura i malati con gli interrogatori

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Centinaia di malati italiani in cura con cannabis medica convocati in caserma come sospettati. Anziani con tumori, pazienti fragili, persino proprietari di animali. Il farmaco è legale dal 2006. Lo Stato risponde con interrogatori e dati sanitari violati.

Cannabis medica legale, pazienti trattati da sospettati

Da Roma a Milano, da Napoli a Bologna, da Verona a Rimini: in tutta Italia, nelle ultime settimane, centinaia di pazienti in terapia con cannabis medica hanno ricevuto una convocazione in caserma dai Carabinieri, nella qualità di “persone informate sui fatti“. Non imputati, tecnicamente. Ma le domande ricevute — sulla terapia, sulla ricetta, sul medico prescrittore, sul canale di acquisto del farmaco — difficilmente si distinguono, nella sostanza, da un interrogatorio.

A portare la vicenda all’attenzione pubblica sono state Antonella Soldo, presidente dell’associazione Meglio Legale, e l’avvocata Cathy La Torre, che hanno raccolto testimonianze da più regioni descrivendo uno schema ricorrente e uniforme.

Il profilo dei convocati non corrisponde a quello che il senso comune associa a un’indagine sugli stupefacenti. Si tratta di professionisti, anziane con tumori in fase avanzata, giovani con diagnosi di anoressia o vulvodinia, e persino proprietari di animali domestici il cui veterinario aveva prescritto cannabinoidi per trattare patologie del cane. Quest’ultimo dettaglio varrebbe da solo un romanzo: i cani portati in caserma, il veterinario interrogato, gli screenshot di WhatsApp richiesti senza che ai convocati venisse consegnata copia del verbale. «Avevano una serie di domande già scritte», ha raccontato un paziente. «Ho firmato il foglio ma mi hanno detto che non potevano darmene una copia». Un trattamento che, come ha sintetizzato un altro paziente, lo ha fatto sentire «come un criminale».

Un farmaco legale dal 2006, un paziente sospettato nel 2026

Vale la pena ricordarlo con precisione, perché la distanza tra la norma scritta e la realtà vissuta è il cuore politico di questa vicenda. La cannabis terapeutica è legale in Italia dal 2006 e la sua prescrizione, preparazione e distribuzione sono disciplinate dal decreto ministeriale del 9 novembre 2015. Può essere prescritta per dolore neuropatico, sclerosi multipla, nausea da chemioterapia, epilessia farmacoresistente. Non è una zona grigia normativa: è un farmaco, con ricetta, con farmacista, con posologia. Eppure il semplice fatto di assumerlo ha trasformato alcune centinaia di malati in soggetti degni di verifica da parte delle forze dell’ordine.

Il contesto giuridico che ha originato le indagini riguarda i canali di distribuzione. Il Testo Unico sugli stupefacenti — DPR 309 del 1990 — vieta la consegna a domicilio di sostanze stupefacenti anche a scopo terapeutico, e una circolare ministeriale del settembre 2020 ha esteso questo divieto anche durante l’emergenza Covid. Il problema strutturale è che le farmacie autorizzate a preparare la cannabis galenica sono circa mille su ventunomila sul territorio nazionale: una distribuzione geografica così squilibrata che obbliga i pazienti a rivolgersi a farmacie lontane, che a loro volta spediscono il farmaco direttamente a casa perché l’alternativa — girare il medicinale a una farmacia vicina al paziente — si scontra con il rifiuto sistematico di queste ultime, timorose di sanzioni. Il Consiglio di Stato ha ribadito il divieto nel 2024. Il risultato concreto è che persone con patologie serie, spesso in condizioni fisiche precarie, sono costrette a viaggi complessi per recuperare un medicinale che sulla carta è perfettamente lecito.

È un sistema che non funziona, e lo sa chiunque lavori nel settore. La risposta dello Stato a questo cortocircuito normativo non è stata aggiornare la distribuzione, ampliare la rete delle farmacie autorizzate o trovare un punto di equilibrio tra sicurezza e accessibilità terapeutica. È stata convocare i malati in caserma.

Resta aperta, e particolarmente grave, la questione di come le forze dell’ordine abbiano individuato i pazienti. I dati sanitari — in particolare quelli relativi alla salute — rientrano tra le categorie speciali protette dal GDPR e dal decreto legislativo 51 del 2018, che impone garanzie stringenti e una base giuridica esplicita per qualsiasi accesso. Chi ha fornito i nominativi? Da quale banca dati provengono le ricette o gli elenchi utilizzati per le convocazioni? Su questo punto le istituzioni non hanno fornito risposte, e l’assenza di risposta è essa stessa una risposta.

C’è una tendenza, in questo paese, a trattare i malati come variabili amministrative da gestire, preferibilmente in silenzio e senza troppo clamore. La cannabis terapeutica disturba questa logica perché incrocia tre tabù contemporaneamente: la droga, il dolore cronico e l’autonomia terapeutica del paziente. Che lo Stato risponda con le convocazioni in caserma piuttosto che con una riforma della distribuzione dice qualcosa di preciso sulle priorità di chi governa. Non sulla salute pubblica: sul controllo.

 

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