www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
È morto oggi a Pàvana, a 86 anni, Francesco Guccini. Umberto Eco lo definì il più colto dei cantautori italiani. Autore di “Dio è morto”, censurata dalla RAI e trasmessa da Radio Vaticana, lascia trent’anni di album e un catalogo di domande senza risposta.
Guccini, se n’è andato il Maestrone
Francesco Guccini è morto questa mattina a Pàvana, sull’Appennino pistoiese, nella casa dove aveva trascorso l’infanzia durante la guerra e dove era tornato a vivere negli ultimi anni, circondato dall’affetto della moglie Raffaella e della figlia Teresa.
Aveva 86 anni. Nato a Modena il 14 giugno 1940, aveva legato la propria formazione artistica a Bologna, città che definì con un’immagine tanto irriverente quanto affettuosa: una vecchia signora con il seno sul piano padano e il fondoschiena appoggiato sui colli. Negli ultimi tempi la salute era diventata fragile — un ricovero nel 2025, diciotto mesi di permanenza forzata in casa, la vista che se ne andava sottraendogli il piacere della lettura, «una cosa che mi addolora tantissimo», aveva confidato con l’amarezza sobria di chi sa fare i conti con la propria condizione senza autocommiserarsi. Le esequie si terranno in forma strettamente privata, per sua esplicita volontà; a settembre è prevista una cerimonia commemorativa pubblica.
Fu Umberto Eco a definirlo il più colto dei cantautori italiani, e la formula, spesso citata con leggerezza salottiera, meritava invece di essere presa sul serio: quale altro autore di canzoni popolari avrebbe osato far rimare “amare” con “Schopenhauer” senza scadere nel manierismo da liceale col vocabolario filosofico sotto il braccio? Guccini costruiva pensiero in forma interrogativa e, cosa più rara ancora, aveva il coraggio di lasciarlo aperto, senza la scorciatoia consolatoria della risposta pronta. Le sue canzoni finiscono spesso con una domanda: a cosa sia servito vivere, amare, soffrire; che senso abbiano la corsa e la direzione che nessuno sa davvero indicare. Una scelta precisa, non un’incapacità di concludere — Vecchioni l’ha sintetizzata meglio di chiunque altro, parlando di dubbi coltivati apposta per continuare a vivere.
Un agnostico inquieto, non un nichilista travestito da poeta
Sarebbe però un errore di lettura, tanto comodo quanto sbagliato, scambiare questa poetica interrogativa per nichilismo. Chi canta l’isola non trovata sa perfettamente che quell’isola, in qualche forma, esiste: altrimenti non ne percepirebbe il profumo portato dal vento. Chi scrive che siamo qualcosa che non resta aggiunge subito, senza soluzione di continuità, che il cuore resta comunque pieno di simboli. È una poetica della negazione che rifiuta accuratamente di risolversi nel vuoto totale — un equilibrio sottile, quasi impossibile da mantenere per chi scrive canzoni destinate al grande pubblico, e che Guccini ha tenuto in piedi per oltre sessant’anni di carriera. Si definiva, con formula tanto precisa quanto scomoda per chi cerca facili etichette, «agnostico inquieto in cerca dell’infinito»: uno che si ferma sulla soglia della domanda, senza pretendere di risolverla con la scorciatoia della fede o quella opposta, altrettanto dogmatica, della negazione assoluta.
Il caso più clamoroso di questo atteggiamento resta quello di “Dio è morto“, brano composto nella seconda metà degli anni Sessanta e portato al successo dai Nomadi: la RAI lo censurò, Radio Vaticana lo trasmise. Un cortocircuito che Guccini stesso commentò con la lucidità tagliente che lo contraddistingueva, osservando che i censori RAI si erano dimostrati più papisti del Papa — e aveva, con ogni evidenza, ragione.
Quel Dio non veniva ucciso da un’affermazione atea programmatica, ma dalle guerre, dal razzismo, dai falsi miti del consumo e del potere; e nel finale del brano risorgeva comunque, “in ciò che noi crediamo”. Il titolo, va detto per correttezza filologica, deve più a Ginsberg che a Nietzsche: un grido di denuncia politica e sociale, non una sentenza metafisica calata dall’alto.
Un uomo di soglia
Nel lessico gucciniano il vocabolario sacro non era mai puro ornamento retorico, ma struttura portante del linguaggio poetico stesso. Si pensi a “Canzone per un’amica“, scritta per la morte di una ragazza in un incidente stradale, dove il lutto privato si allarga fino a interrogare il senso stesso della fine, senza mai risolversi in una consolazione a buon mercato: la domanda resta aperta, sospesa tra il dolore concreto e un afflato quasi liturgico che non si converte mai in vera preghiera.
Lo stesso vale per il tempo, che nelle sue canzoni raramente procede in linea retta: torna su se stesso, si ripiega, si misura in stagioni e ricorrenze più che in progresso lineare, come se il presente fosse sempre già memoria di qualcos’altro. E c’è, sopra ogni cosa, la nostalgia dell’assoluto: un desiderio di senso che non trova mai un oggetto preciso su cui posarsi, che resta sospeso proprio come l’autore che lo canta.
Sono i tratti ricorrenti di un uomo che restava costantemente sulla soglia, mai stabilmente su una sola sponda, e proprio per questo capace di parlare a chiunque si trovasse, nella propria vita, in quello stesso punto di passaggio.
Campagnolo trapiantato in città, eterno studente per vocazione più che per necessità accademica, Guccini ha attraversato oltre sessant’anni di attività pubblicando trenta album e ventisei libri, senza mai smettere di scrivere nemmeno dopo l’annuncio del ritiro dai concerti nel 2012, puntualmente disatteso da nuove pubblicazioni discografiche e letterarie negli anni successivi. Nel 2023, quando ormai la vista lo aveva quasi abbandonato, aveva ancora inciso una nuova versione di “Bella Ciao”, a testimonianza di una sensibilità libertaria e antifascista mai sopita nemmeno negli ultimi anni di vita ritirata.
Resta, alla fine, il catalogo delle domande. Non un’eredità consolatoria, non un pacchetto di certezze da tramandare, ma qualcosa di più scomodo e forse più prezioso: l’invito a continuare a interrogarsi, in un panorama culturale sempre più affollato di risposte facili vendute come verità definitive. È forse questa, più di ogni singola canzone diventata patrimonio collettivo, la vera lezione che Francesco Guccini lascia in eredità a chi continuerà ad ascoltarlo.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













