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Il vero spartiacque politico non passa tra destra e sinistra, ma tra chi sostiene guerra e riarmo e chi difende la sovranità democratica. Le primarie dovrebbero misurarsi sulla politica estera, tema decisivo che il centrosinistra evita di affrontare per non mettere in discussione il consenso costruito attorno all’atlantismo e al riarmo.
Un fronte di salvezza repubblicana contro il partito della guerra
– Fausto Anderlini*
Un fronte antifascista per battere la destra? No. Piuttosto un fronte contro il partito della guerra, che è anche fascista, non di nome, ma di fatto. Un partito imperialista a più teste e con diverse varianti di gioco, comunque suprematista e perciò anche con qualche punta neo-nazista. Radicalmente anticostituzionale, oligarchico e antipopolare, dunque antiliberale e antidemocratico. Ovvero antisocialista. Di contro, l’unico fronte repubblicano che salva la democrazia è quello che tiene il Paese al di fuori della guerra e del riarmo.
Le primarie che piacciono al Pd non si discostano dal plebiscitarismo retorico che ha fatto scuola nel passato, salvo rare eccezioni. Un bel programma generico condiviso che svicola dalle questioni dirimenti, farcito di innocue buone intenzioni. E al seguito il casting popolare su chi, piacendo di più, lo interpreta meglio. Il foderatore finale essendo la federazione già fatta. Che comunque non metta in discussione lo schema unico di gioco: il Pd come pivot, circondato da incumbent, di centro e di sinistra cosiddetta radicale, che fanno contorno. Così, dicono i più, si evitano le divisioni e si radunano le forze per vincere la tornata elettorale. Il resto si vedrà.
Quelle che propone Conte sono invece primarie vere, cioè uno scontro personalizzato sui temi dirimenti e indifferibili. Perciò intimamente politiche, giacché divisione e poi ricomposizione attorno ai poli della divisione è il movimento a pendolo della politica come tale. Col tema della guerra e del riarmo, ovvero della politica estera, al centro della scelta. Proprio le primarie “vere”, cioè sovrane, altro che populiste, che il Pd non vuole. E neppure Avs. Sia mai che il giochino della pseudo-radicalità di complemento finisca per rompersi.
Sarebbero l’occasione per quel dibattito coinvolgente e realmente democratico sino ad ora occultato per impedire di misurare il consenso effettivo attorno al mainstream bellico e alle sue menzogne. Confermando che siamo già in guerra. E non solo per l’appoggio armato garantito al regime ucraino. Quando si abbordano navi su acque internazionali e si inviano distaccamenti in Arabia Saudita, senza neppure l’avvallo del Parlamento, vuole dire che il Paese è già coinvolto nella guerra calda, a sua insaputa. I diversi fronti della guerra mondiale a pezzi, come nelle parole di Papa Francesco, si sono unificati. Ucraina e Israele, i due porcospini d’acciaio celebrati dalla cricca europea, fanno lo stesso “lavoro sporco”. Talché neanche ha più senso quella timida denuncia del doppio registro che qualche settore del Pd fiatava come minima renitenza. In queste condizioni continuare a tenere la testa sotto la sabbia facendo lo struzzo, magari trastullandosi coi congedi parentali, ha dell’incredibile. Una tragica farsa.
Perciò queste primarie il Pd non le concederà, se non alle sue condizioni. Mentre le tricoteuses euro-atlantiche strepitano [questo Ruffini che si chiede come si possa celebrare il 25 Aprile senza sostenere la resistenza ucraina è un (bip!) …].
Nello stesso tempo Conte non ha alternative a tenere la posizione. Non lo facesse, il suo movimento sarebbe riassorbito, ridimensionato e poi sputato fuori ex post. Una voragine astensionista si aprirebbe sotto i piedi del campo largo. Lo stesso schema di gioco del ’22, solo che allora l’espulsione fu consumata ex ante. Bisogna dunque sostenere Conte in questo tentativo pragmatico reale.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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