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domenica 5 Settembre 2021
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Ricerca shock della NCHS: l’aspettativa di vita si è ridotta di 18 mesi

Una ricerca del NCHS ha riscontrato che nel 2020 l’aspettativa di vita negli USA, paese occidentale paragonabile al nostro per longevità anagrafica della popolazione, è stata la più bassa dalla Seconda Guerra Mondiale.

NCHS: l’aspettativa di vita si è ridotta

Il National Center for Health Statistics (NCHS) è una delle principali agenzie del Sistema Statistico Federale degli Stati Uniti, che fornisce informazioni utili per migliorare le politiche riguardo la salute pubblica della popolazione statunitense.

In una recente ricerca il NCHS ha riscontrato che nel 2020 l’aspettativa di vita negli USA è stata la più bassa dalla Seconda Guerra Mondiale, con una riduzione di 18 mesi, quasi due anni.

Un americano medio che fosse nato nelle condizioni generali dello scorso anno vivrebbe in media fino a 77,3 anni rispetto ai 78,8 del 2019. Ovviamente, parlando di una società come quella americana, connotata da profonde disuguaglianze, le statistiche riguardo la popolazione afroamericana e latina sono peggiori.

Si parla, in media, di circa tre anni in meno. Sono dati forniti, per l’appunto, dal NCHS e che la stampa italiana ha riportato, stranamente, con non molta enfasi, o comunque non con la dovuta importanza. Eppure, sono dati di una forza incredibile, per certi versi agghiaccianti. E che rimandano ad una sorta di guerra, proprio come la Seconda Guerra mondiale, alla quale le statistiche fanno giustamente riferimento.

L’altissimo numero di morti è dovuto al covid-19, e corrisponde ai dati che provengono da tutto il mondo, confermando l’eccesso di mortalità avvenuto nel 2020.

Sono dati pubblici, incontrovertibili, a meno che non si pensi che ci sia un complotto mondiale per far aumentare il numero dei morti, oppure non si creda al fatto che questo eccesso di mortalità non sia collegabile alla pandemia.

Ma a cosa dovrebbe essere collegato allora? Non solo: in questi mesi molto si è dibattuto sul fatto che la stragrande maggioranza dei morti per covid-19 in realtà fossero pazienti con gravi patologie pregresse o molto anziani. Che comunque non si vede perché debbano morire prima del tempo.

Ricerca shock della NCHS: l'aspettativa di vita si è ridotta di 18 mesi

Ad ogni modo una ricerca pubblicata sul British Medical Journal , una delle quattro riviste mediche generaliste mondiali più autorevoli, oltre a confermare i dati del NCHS ha rilevato che gli americani morti di covid-19, in media, hanno perso 12 anni di vita.

Insomma, liberi o meno di credere a questi dati e queste informazioni, obbiettivamente è impossibile negare l’eccesso di mortalità dello scorso anno causato dalla pandemia. E questo andrebbe sempre ricordato a fronte delle tantissime dichiarazioni, interventi, considerazioni e quant’altro che ancora oggi continuano a negare la pericolosità di questo virus.

Alla base dell’ondata di proteste contro il Green Pass, ma anche contro le altre misure che sono state varate in precedenza, come lockdown, zone a colori, mascherine, coprifuoco e via discorrendo, credo ci sia proprio la sottovalutazione, la diffidenza, lo scetticismo di fronte a queste statistiche, che invece fotografano una realtà drammatica.

Se ponessimo al centro delle nostre analisi, dei nostri pensieri, anche delle nostre stanchezze e difficoltà, questa realtà fatta di morti, spesso di categorie più deboli ed emarginate, allora le nostre prime preoccupazioni dovrebbero essere come salvaguardare vite umane. Anche a fronte di cedere, momentaneamente, alcune nostre libertà.

Si dirà che è giusto ma che la via non è il vaccino, troppo rischioso, inefficace, velenoso, con seri rischi per l’essere umano in futuro. Ma a tutt’oggi, confortati da dati anche qui incontrovertibili (Istituto Superiore della Sanità per quanto riguarda l’Italia), i vaccini risultano essere efficaci nel ridurre la pericolosità del virus, soprattutto il tasso di mortalità ed ospedalizzazione.

Tuttavia, sono legittime perplessità, paure e timori. Ed è anche lecito esprimere critiche a come si stia impostando non tanto la campagna vaccinale, quanto l’approccio globale alla pandemia, effettivamente tutto concentrato sull’uso dei vaccini.

Poco o niente sulla prevenzione, sull’alimentazione, sugli stili di vita, sull’inquinamento. Si dovrebbe ripensare completamente la nostra società, basata sul profitto ad ogni costo, sulla precarietà, sulle privatizzazioni di servizi pubblici essenziali, tra i quali per l’appunto la sanità.

Invece le proteste sembrano concentrate sulla libertà di consumare, di non avere più restrizioni di qualsiasi tipo. Non emergono parole d’ordine che pongano in discussione i fondamenti delle politiche liberiste portate avanti da decenni e che, va detto, hanno ricevuto in tutti questi anni un appoggio di massa in fatto di voti e sostegni a candidati, partiti, coalizioni che promettevano meno tasse, più efficienza, lotta all’immigrazione, governabilità e contemporaneamente distruggevano il tessuto civile, lavorativo e sanitario dei nostri paesi.

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L’estremizzazione delle posizioni, in questa situazione, certamente non porta nulla di buono e si dovrebbe cercare di comprendere alcune perplessità e paure di una parte seppur minoritaria delle popolazioni occidentali.

Ma a fronte di timori, cautele, ricerca di approcci alternativi alla lotta al virus, va sempre tenuto fermo un dato oggettivo privo di qualsiasi smentita: questa pandemia ha causato milioni di morti in tutto il mondo, non è stata assolutamente uno scherzo o, come più volte è stato detto, un’influenza leggermente più forte.

Solo tenendo fermo questo dato si può cercare di ragionare, comprendere, capire. E se teniamo fermo questo dato non abbiamo molte alternative al vaccino, ora, in questo momento. Non possiamo rischiare di avere altri eccessi di mortalità anche per il 2021.

Sarebbe un po’ come continuare a sostenere questo modello di sviluppo a fronte di tempeste climatiche, uragani, alluvioni, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacci, siccità…

 

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Alberto Popolla
Musicista, diplomato al Conservatorio di Frosinone in clarinetto jazz e laurea alla Sapienza di Roma in Lettere con indirizzo storico contemporaneo, scrive per Quaderni d’Altri Tempi, The New Noise e Prog Italia, oltre che sul suo blog impropop.blogspot.com. Insegna improvvisazione e storia del jazz in diverse scuole di musica.

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