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Washington colpisce l’Iran ma evita l’escalation. Dietro la retorica muscolare emergono perdite miliardarie, droni abbattuti e arsenali sotto pressione.. La superpotenza mostra i suoi limiti e un report del Congresso svela le perdite materiali reali.
Trump, l’Iran e la guerra che Washington non può permettersi
Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha confermato nelle ultime ore un attacco limitato contro obiettivi navali e missilistici iraniani nel Golfo Persico, ufficialmente giustificato come operazione di “autodifesa”, colpendo un sito per il lancio di missili e navi iraniane che cercavano di collocare mine: “Fra gli obiettivi figuravano un sito per il lancio di missili e imbarcazioni iraniane che tentavano di posizionare mine. Continueremo a difendere le truppe pur se con moderazione durante il cessate il fuoco”.
I Pasdaran, in risposta, hanno annunciato di avere abbattuto un drone americano e di avare fatto fuoco su un F35 che erano entrati nello spazio aereo iraniano. Lo riporta un comunicato dell’ufficio pubbliche relazioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg), citato dall’agenzia Tasnim. Nella dichiarazione, i Pasdaran spiegano di avere abbattuto un drone Mq-9. La contraerea ha poi aperto il fuoco contro un drone Rq-4 e di un caccia F-35 e “li ha costretti alla fuga”.
Ma la vera notizia è forse un’altra: Washington sembra voler mantenere la pressione su Teheran senza però scivolare in una nuova guerra su larga scala.
L’azione militare contro imbarcazioni iraniane nei pressi dell’isola di Larak appare infatti più come un segnale politico che come un tentativo di modificare gli equilibri strategici. Gli stessi comunicati statunitensi parlano di operazioni limitate e proporzionate, una formula che tradisce prudenza più che determinazione. Una prudenza che ha motivazioni precise.
Negli Stati Uniti stanno infatti emergendo valutazioni sempre più critiche sui costi sostenuti durante i primi quaranta giorni della campagna contro l’Iran. Il 20 maggio un rapporto del Congresso statunitense ha rilasciato questi dati: la perdita o il danneggiamento grave di 42 velivoli (fra aerei e droni) per un danno totale di 2,6 miliardi di dollari.
Il rapporto, con i dati del Pentagono e del Centcom, elenca fra le perdite un caccia F-35, 4 cacciabombardieri F-15E Strike Eagle, un aereo d’assalto A-10 “Warthog”, 7 aerocisterne KC-135 Stratotanker, un velivolo da sorveglianza radar E-3 Sentry, due trasporti speciali MC-130J Commando II, un elicottero HH-60W Jolly Green II, ben 24 droni MQ-9 Reaper e un drone MQ-4C Triton.
L’agenzia Bloomberg ha specificato che la distruzione di ben 24 MQ-9 equivale al 20% della flotta esistente di tali velivoli senza pilota nell’arsenale statunitense e che, trattandosi di sistemi dal costo di ben 30 milioni di dollari l’uno, il salasso per le casse dell’erario USA è da calcolarsi in quasi 1 miliardo di dollari solo per questo singolo tipo di armamento.
Il prezzo della superiorità tecnologica
Per oltre vent’anni la potenza militare statunitense ha operato in contesti caratterizzati da una schiacciante superiorità tecnologica e dall’assenza di difese avanzate. Afghanistan, Iraq, Siria e Libia hanno consolidato l’idea che droni, caccia stealth e sistemi di sorveglianza garantissero una quasi totale invulnerabilità. L’Iran ha dimostrato che questa convinzione appartiene ormai al passato.
Ma il problema non è soltanto militare. È economico: gli Stati Uniti continuano a presentarsi come la potenza indispensabile del sistema internazionale, ma devono ormai fare i conti con limiti materiali sempre più evidenti.
Per questo l’attacco limitato delle ultime roe appare più come un messaggio negoziale che come il preludio a una nuova guerra. Dietro le immagini dei bombardamenti e le dichiarazioni muscolari si intravede infatti una realtà molto meno spettacolare: una superpotenza che continua a esibire forza, ma che deve fare sempre più attenzione al prezzo della propria forza.

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