USA e l’ossessione Cuba: embargo, ricatti e il processo al fantasma di Raúl Castro

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Gli Stati Uniti tornano a colpire Cuba: embargo, pressioni militari e possibile incriminazione del 94enne Raúl Castro. Dietro la retorica democratica riemerge la vecchia strategia americana del cambio di regime contro un’isola ancora ribelle all’ordine di Washington.

Trump e il processo a un novantaquattrenne per soffocare Cuba: l’impero americano non sa perdere

L’amministrazione Trump sta intensificando la pressione contro Cuba con una strategia che combina strangolamento economico, intimidazione militare e guerra giudiziaria. L’ultima mossa riguarda la possibile incriminazione federale di Raúl Castro, 94 anni, ex presidente cubano e fratello di Fidel. Una figura ormai quasi simbolica, priva di incarichi ufficiali e da tempo fuori dalla scena pubblica, ma ancora utile come bersaglio politico dentro la vecchia ossessione americana per l’isola caraibica.

La procura federale di Miami starebbe valutando accuse legate all’abbattimento di due piccoli aerei civili nel febbraio 1996. I velivoli, appartenenti al gruppo anticastrista Brothers to the Rescue, partirono dalla Florida e furono abbattuti da caccia MiG cubani dopo essere entrati nello spazio aereo dell’isola secondo la versione dell’Avana. Morirono quattro persone. All’epoca Raúl Castro era ministro della Difesa e Washington sostiene che autorizzò personalmente l’operazione.

Dietro il possibile procedimento giudiziario c’è però molto più della memoria di un incidente diplomatico di trent’anni fa. C’è la volontà politica di riaprire il dossier cubano come terreno di pressione geopolitica nel momento in cui gli Stati Uniti vedono crescere la presenza di Russia e Cina nei Caraibi.

Negli ultimi mesi Cuba è sprofondata in una crisi energetica devastante. Mancano carburante, elettricità e beni essenziali. I blackout durano ore, i trasporti sono paralizzati, l’economia vive in stato di asfissia permanente. Una parte rilevante di questa situazione deriva direttamente dall’embargo americano e dall’inasprimento delle sanzioni voluto da Trump, che ha ripristinato e ampliato molte delle misure eliminate durante la fase di disgelo obamiana.

Il “cambio di regime” come riflesso imperiale

Il dato più interessante è che Washington continua a parlare di “democrazia” mentre applica contro Cuba una forma di guerra economica permanente che dura, con intensità variabile, da oltre sessant’anni. Pochi paesi al mondo hanno subito una pressione così lunga e sistematica senza essere invasi direttamente.

La logica americana è sempre la stessa: provocare collasso economico, esasperazione sociale e infine cambio di regime. È accaduto in Venezuela con Nicolás Maduro, è stato tentato in Iran, in Siria, in Nicaragua e ora viene nuovamente evocato su Cuba.

Trump ha perfino dichiarato di voler “riprendersi Cuba”, formula che sembra uscita più da un consiglio d’amministrazione coloniale del 1903 che da una diplomazia del XXI secolo. Nel frattempo il direttore della CIA John Ratcliffe è volato all’Avana chiedendo la chiusura delle strutture d’intelligence russe e cinesi presenti sull’isola. Tradotto: gli Stati Uniti rivendicano ancora implicitamente il diritto di decidere quali relazioni geopolitiche siano consentite nel proprio “cortile di casa”. È la vecchia Dottrina Monroe aggiornata all’epoca multipolare.

Solo che il mondo è cambiato. E Cuba non è più soltanto un residuo ideologico della Guerra Fredda. È diventata anche un nodo simbolico del confronto globale tra Stati Uniti e blocco eurasiatico. La presenza di infrastrutture russe e cinesi a pochi chilometri dalla Florida produce a Washington un’ansia quasi metafisica. L’impero tollera male la reciprocità geopolitica.

Il vecchio Castro come spettro politico

La parte quasi surreale della vicenda riguarda proprio Raúl Castro. Gli stessi osservatori americani riconoscono che l’ex leader cubano è ormai molto anziano, probabilmente malato, quasi assente dalla vita pubblica. Ma proprio per questo diventa perfetto come bersaglio simbolico.

Incriminare un novantaquattrenne significa trasformare la giustizia federale americana in uno strumento apertamente geopolitico. Non importa realmente processarlo. Importa tenere alta la pressione sul governo cubano, alimentare il dissenso interno e mostrare che Washington non ha mai rinunciato all’obiettivo storico: la fine del sistema nato con la rivoluzione del 1959.

L’ironia è che gli Stati Uniti continuano a presentarsi come esportatori di democrazia mentre mantengono contro Cuba una legislazione come la Helms-Burton, approvata nel 1996 dopo l’abbattimento dei Cessna. Una legge che lega esplicitamente la fine dell’embargo alla caduta del governo cubano. Non un negoziato, non riforme graduali, non apertura diplomatica: direttamente il cambio di regime.

Immaginate per un momento il contrario. Immaginate la Cina o la Russia che dichiarano ufficialmente di voler mantenere sanzioni contro un paese occidentale fino alla caduta del suo governo. In Europa parlerebbero immediatamente di aggressione ibrida, interferenza straniera, minaccia autoritaria. Quando però lo fanno gli Stati Uniti, diventa “promozione della libertà”.

Il problema è che Cuba, nonostante tutto, è ancora lì. Esausta, impoverita, piena di contraddizioni, ma ancora lì. Come una scheggia storica piantata nel tallone dell’impero americano. E forse è proprio questo che Washington non riesce a perdonarle da sessant’anni.

 

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