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domenica 1 Agosto 2021
PolisTrumpismo occidentale: l'autunno del satrapo

Trumpismo occidentale: l’autunno del satrapo

Il ripudio del trumpismo occidentale sembra un epilogo scontato, come lo si diceva del berlusconismo, del bushismo, ma è una lezione che sembra non far mai breccia in chi vorrebbe consegnare  la materia ai posteri.

Trumpismo occidentale

L’auspicato, più che previsto ripudio del trumpismo, che sembrava lo scontato epilogo di un 2020 difficilmente dimenticabile, da parte di una buona fetta dell’elettorato a stelle e strisce non è arrivato.

La tanto attesa notizia è arriva alle 11.30 di sabato mattina, le 17.30 in Italia: la Pennsylvania passa ai democratici e Joe Biden è diventato quindi il 46° Presidente degli Stati Uniti, un conteggio dei voti non ultimato ma con un gap considerato incolmabile.

L’ufficialità non arriverà a breve con una serie di riconteggi già programmati e diverse azioni legali in corso che faranno slittare ancora di qualche settimana la certificazione del risultato elettorale in alcuni stati chiave, compresa la Pennsylvania.

Il 77enne Biden vince con un finale thrilling nonostante i sondaggi che davano praticamente per certo il risultato, ma che invece gli analisti avevano largamente previsto nel suo reale svolgersi, con l’effetto miraggio rosso, cioè del risultato favorevole ai repubblicani nella giornata elettorale ma con il successivo ritorno e sorpasso dei democratici con l’arrivo dei voti postali.

Adesso il leitmotiv della Casa Bianca, dove Trump resterà in carica fino al gennaio 2021, è l’impugnazione legale dei conteggi degli Swing States fino alla Corte Suprema per quello che Trump continua ad appellare come il voto postale truccato dai democratici: azioni legali dei repubblicani sono già scattate in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Georgia, Nevada.

L’amministrazione Biden quando si insedierà ufficialmente, sa bene che dovrà calibrare le proprie aspettative con la volontà di un Paese ancora fortemente diviso. Forse addirittura più di prima.

Trumpismo occidentale: l'autunno del satrapo

Orgoglio coatto

La prima riflessione porta a constatare l’inespugnabilità di quell’elettorato che di volta in volta chiamiamo reazionario, sovranista, populista; la protervia trumpiana poggia sull’orgoglio di essere tale perché il mondo gli restituisce un feedback di totale affinità. Sono le persone giuste nel posto giusto.

Non abbiamo fatto gli stessi discorsi anche per Bolsonaro, per Boris Johnson, per la Lega in Italia? E andando in dietro nel tempo, abbiamo già dimenticato quello che è stata la presidenza di George Bush Jr? Gli anni del berlusconismo? Il periodo d’oro della Le Pen in Francia?

Parliamo di fenomeni culturali, prima che politici, che ormai durano da trent’anni, considerati ogni volta che un breve risultato elettorale disegno diverso s’è presentato, senza considerare invece l’eccezionalità dell’imprevisto, rispetto alla continuità di questi fenomeni.

Donald Trump & Boris Johnson

Affinità e divergenze dal compagno americano

In mancanza di un paradigma sostitutivo dei vecchi schemi di potere, la logica dell’alternanza in cui i progressisti, paradossalmente, finiscono per rappresentare i conservatori dell’ancien régime, rispetto al nuovo impersonato da figure sempre più estreme; personaggi impresentabili per tutti i canoni di civiltà a cui siamo abituati, ma che raccolgono il sentimento di una parte sempre più vasta di elettorato frustrato prima ancora che dal mondo attorno, da se stessi, e dalla propria marginalità anche cognitiva; persone per le quali poter esprimere un’idea seppur balorda, e trovarla rappresentata da qualcuno considerato vincente, costituisce una forma di identità acquisita senza lo sforzo dell’esperienza, della pratica, dello studio. Un risultato migliore rispetto al nulla della rappresentazione che avrebbero in un mondo considerato normalizzato.

Donald Trump si ritrova in piena identificazione con una parte del paese che non solo gli strizza l’occhio, ma ambisce ad esserne miracolato attraverso le mille forme con cui si mostra; chi verrà dopo si ritroverà ancora una volta un paradigma in cui si è tolto ogni remora morale, ogni antico pudore a mostrare i propri istinti peggiori, nobilitandoli attraverso l’ostentazione plateale, facendone addirittura elemento di consenso.

E dunque Trump e il suo trumpismo occidentale ce lo ritroviamo al centro della vita pubblica, arzillo e determinante, nonostante l’età e più primavere che avrebbero dovuto consegnarlo ai posteri, così come lo stesso Joe Biden, difensore di un passato che avremmo comunque voluto mettere da parte.

L’autunno del satrapo sta diventando il nostro autunno.

Trumpismo occidentale e orgoglio coatto

 

 


Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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