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Sanae Takaichi diventa la prima premier donna del Giappone, simbolo di un nuovo nazionalismo conservatore. Tra crisi politica, alleanze spostate a destra e retoriche anti-immigrazione, Tokyo cambia volto e guarda a modelli ispirati al trumpismo.
Giappone, Sanae Takaichi tra orgoglio nazionale e tentazione trumpista
Per la prima volta nella storia moderna del Giappone, il Paese si appresta ad avere una donna come primo ministro. Sanae Takaichi, esponente di punta del Partito Liberal Democratico (PLD), sarà con ogni probabilità eletta premier grazie all’alleanza con il Partito dell’Innovazione (JIP).
Una figura carismatica ma controversa, che rappresenta una svolta decisa verso il nazionalismo e il conservatorismo più rigido, in un momento in cui la politica nipponica è scossa da scandali, crisi economiche e una crescente influenza dell’estrema destra.
Una leadership femminile di ferro
Sanae Takaichi, 64 anni, vanta una lunga carriera istituzionale e appartiene alla corrente più dura del PLD, quella dell’ex premier Shinzo Abe. Convinta sostenitrice di un rafforzamento militare del Giappone, Takaichi ha annunciato la volontà di modificare la Costituzione pacifista del dopoguerra per consentire all’esercito un ruolo più attivo nella difesa nazionale.
Tra le sue posizioni più discusse vi sono l’opposizione al matrimonio egualitario e alle coppie con cognomi differenti, nonché il sostegno a una più stretta cooperazione con Taiwan, in aperto contrasto con Pechino.
La sua elezione arriva dopo la crisi interna del PLD, travolto da scandali di corruzione e risultati elettorali deludenti, che hanno costretto l’ex premier Shigeru Ishiba a rassegnare le dimissioni. In un clima di crescente sfiducia, Takaichi si propone come figura di rottura e restaurazione: un mix di disciplina, patriottismo e ritorno ai valori tradizionali. Tuttavia, la sua ascesa rischia di accentuare la polarizzazione politica e di alimentare la deriva nazionalista già in atto nel Paese.
La destra radicale e l’ombra del trumpismo
Parallelamente, la scena politica giapponese è stata sconvolta dall’avanzata del partito di estrema destra Sanseito, che si ispira esplicitamente al populismo occidentale e alla retorica “sovranista” di Donald Trump. Nato nel 2020 come movimento online legato a teorie complottiste sul Covid e sui vaccini, Sanseito ha costruito il proprio consenso attorno a un messaggio semplice e aggressivo: “Prima i giapponesi”. Il suo leader, Sohei Kamiya, ha sfruttato la sfiducia verso le istituzioni e le difficoltà economiche per trasformare il malcontento in consenso politico.
La retorica anti-immigrazione del partito ha trovato terreno fertile in un Paese segnato dal declino demografico e dalla stagnazione economica. Se un tempo il Giappone considerava la manodopera straniera una risorsa necessaria, oggi una parte crescente della popolazione percepisce gli immigrati come una minaccia per l’occupazione e per l’identità nazionale. Nel 2024 i residenti stranieri erano appena il 3% della popolazione, ma la questione migratoria è divenuta il fulcro di un dibattito politico sempre più polarizzato.
Il successo di Sanseito riflette anche la diffusione di teorie cospirazioniste e di un linguaggio politico aggressivo, che minano il tradizionale equilibrio giapponese. Non è un caso che le idee di Kamiya richiamino quelle della destra alternativa americana, dalla sfiducia verso le élite globaliste fino alla difesa di un’identità nazionale “pura”.
Una nuova geografia del potere
Il PLD, pur mantenendo il controllo, è oggi costretto a ridisegnare le proprie alleanze. L’accordo con il partito Ishin comporta concessioni significative: dall’abolizione dell’IVA sui beni alimentari alla riduzione del numero dei parlamentari, fino alla proposta simbolica di designare Osaka come “vice capitale” del Paese. Un segnale chiaro che il nuovo governo intende ridefinire la geografia del potere giapponese e rispondere al malcontento popolare con misure concrete, ma anche con un messaggio identitario.
Takaichi eredita un Paese attraversato da profonde contraddizioni: tecnologicamente avanzato ma socialmente conservatore, prospero ma inquieto, isolazionista ma esposto alle tensioni globali. Il suo mandato, se confermato, segnerà un capitolo inedito per il Giappone: una leadership femminile che, paradossalmente, potrebbe consolidare la linea più dura e nazionalista della sua storia recente.

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