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Apache abbattuto nel Golfo, missili iraniani su Ramat David, Libano sotto le bombe: mentre Trump tratta, un “partito della guerra” trasversale lavora per rendere impossibile qualsiasi accordo.
La tregua non s’ha da fare: chi vuole la guerra nel Golfo
Chi segue la crisi nel Golfo Persico con una certa continuità ha ormai sviluppato un riflesso condizionato: ogni volta che le trattative sembrano avvicinarsi a un punto di svolta, accade qualcosa che rimette tutto in discussione. Un incidente militare, un attacco calibrato, un’escalation in un teatro apparentemente secondario. Definirle coincidenze richiederebbe una dose di ingenuità che la situazione non consente.
Il quadro attuale è quello di una diplomazia sotto tiro — nel senso più letterale del termine — con Donald Trump che cerca faticosamente di costruire un accordo che gli consenta di dichiararsi vincitore “a prescindere”, come direbbe Totò, mentre attori diversi, su sponde diverse, lavorano sistematicamente per impedirlo.
I mercati finanziari, che hanno il pregio di non mentire quando hanno paura, continuano a oscillare con violenza a ogni aggiornamento dal fronte. È il termometro più affidabile di cui disponiamo.
L’Apache nel Golfo e i missili su Ramat David
Gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza militare ostentata nello Stretto di Hormuz, con la funzione dichiarata di scoraggiare escalation e proteggere la libertà di navigazione. Il risultato pratico è stato un “incidente” ancora privo di spiegazione ufficiale convincente: un elicottero d’attacco Apache è precipitato nel Golfo in circostanze che le autorità americane definiscono “in corso di accertamento”. Il fatto che sia stato lo stesso presidente degli Stati Uniti a dare la notizia — con quella premessa sulle cause ignote che nella narrativa militare suona come un segnale preciso — suggerisce che la versione pubblica non coincide con quella che circolano nei briefing riservati. I due piloti sono stati recuperati. L’elicottero no, e la domanda su cosa l’abbia fatto cadere rimane aperta.
Sul fronte israeliano, nel frattempo, si è consumato un episodio che le autorità militari di Tel Aviv hanno cercato con scarso successo di minimizzare. Uno o più missili balistici iraniani hanno colpito la base aerea di Ramat David, nel nord del paese, sede di cinque squadroni di F-16 e di reparti droni dell’aviazione. A portare la notizia alla luce non sono stati comunicati ufficiali — le IDF non hanno risposto alle richieste di chiarimento né del Jerusalem Post né di Yedioth Ahronoth — ma immagini satellitari che mostrano danni evidenti a un hangar. La cosa più rivelatrice, tuttavia, è la chiosa con cui Yedioth ha concluso il proprio resoconto: “il presente rapporto viene pubblicato previa approvazione della censura militare”. Una trasparenza involontaria sull’opacità del sistema.
Il Libano, jolly geopolitico di Netanyahu
Il Libano così torna a svolgere la funzione che gli è stata assegnata da tempo: quella di valvola di pressione regolabile. Netanyahu ha compreso che mantenere attivo il fronte libanese gli garantisce una leva negoziale e, soprattutto, la possibilità di far salire la temperatura regionale ogni volta che le trattative si avvicinano a un punto per lui scomodo. Gli “intransigenti” iraniani, dal canto loro, hanno esplicitamente condizionato qualsiasi accordo sul programma nucleare alla sorte di Hezbollah: finché Beirut brucia, Teheran ha un alibi per non trattare.
Il risultato è che sul Libano meridionale e su Beirut sud si applica senza variazioni il metodo già sperimentato a Gaza: ordini di evacuazione con scarso preavviso, bombardamenti su aree densamente abitate, terra bruciata. L’estensione degli sgomberi forzati a Tiro — e il fatto che l’ordine abbia riguardato anche le comunità cristiane — segnala che non esistono più zone protette da considerazioni confessionali o diplomatiche.
Sul fronte delle minacce, Teheran ha alzato ulteriormente il tiro. Il vicepresidente del Parlamento iraniano e il comandante della Forza Quds hanno evocato la possibilità di bloccare il corridoio di Bab el-Mandeb, l’accesso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez: uno scenario che avrebbe conseguenze economiche globali immediate e che viene agitato con una frequenza inversamente proporzionale alla probabilità di attuazione — ma che, proprio per questo, mantiene un valore di deterrenza non trascurabile.
Trump, nel frattempo, incassa sondaggi negativi in vista delle elezioni di metà mandato e ha bisogno di un accordo che sembri una vittoria. Netanyahu, che di vittorie vere ne ha poche da mostrare, ha bisogno del contrario. È questa asimmetria — più che qualsiasi dinamica militare — il vero nodo della crisi.

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