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Sconfitto su Hormuz e in vista di un midterm disastroso, Trump rispolvera lo spauracchio comunista. Tra insinuazioni di interferenze cinesi, querele ai giornalisti e nostalgia anni ’50, la Casa Bianca riscrive la realtà a colpi di post notturni. Il copione è vecchio, il rischio no.
Trump si scopre anticomunista: la nuova crociata elettorale nasce dalla sconfitta su Hormuz
Chi immaginava che il fiasco diplomatico-militare nello Stretto di Hormuz avrebbe indotto la Casa Bianca a un supplemento di prudenza si è sbagliato di grosso. La reazione di Trump davanti a un midterm che si annuncia punitivo non è la ritirata strategica, ma l’escalation retorica: se il nemico esterno non basta più a compattare l’elettorato, se ne fabbrica uno interno, riciclando un’etichetta vecchia di settant’anni. Il comunismo, spettro che si credeva archiviato con la Guerra Fredda, torna utile come minaccia esistenziale “la più grave dai tempi della fondazione degli Stati Uniti”, dichiarazione che meriterebbe l’Oscar alla sceneggiatura più che un articolo di cronaca.
Il meccanismo, per chi segue la vicenda trumpiana da più di un ciclo elettorale, è collaudato: individuare un nemico assoluto e intercambiabile — migranti, iraniani, oggi i comunisti, domani chissà — attorno al quale costruire l’identità eroica del presidente-giustiziere. Il bersaglio di questa fase è l’ala progressista del Partito Democratico, riemersa proprio mentre i sondaggi promettono guai seri al partito repubblicano. Funzionale alla narrazione anche il sospetto, rilanciato da FBI e National Intelligence, di un’interferenza cinese nelle elezioni del 2020: cinque anni dopo i fatti, il tempismo dell’allarme dice più della sostanza dell’accusa.
L’autocrate compiaciuto e la stampa come cassa di risonanza
A restituire la fisiologia interna di questo teatro ci pensa Regime Change, il libro-inchiesta di Maggie Haberman e Jonathan Swan: un ritratto impietoso di un comandante in capo circondato da cerchie concentriche di cortigiani il cui unico mestiere è l’assecondamento. Persino i dettagli più minuti, un’assistente il cui compito consiste nello stampare articoli lusinghieri da consegnare al capo nel corso della giornata, restituiscono l’immagine di un potere costruito sull’autocelebrazione permanente. Non stupisce che segretari generali NATO e leader alleati abbiano imparato a intonare lo stesso repertorio di piaggeria compiacente: funziona, e costa poco.
Le conferenze stampa diventano così l’agorà di un solipsismo che si autoalimenta: sale da ballo, colonne corinzie, vittorie elettorali passate e future enumerate con la stessa disinvoltura, mentre la stampa embedded trascrive diligentemente ogni sortita come se fosse cronaca politica ordinaria. Il problema non è solo la vanità del personaggio, ma la sua capacità di trasformare l’autoreferenzialità in narrazione ufficiale dello Stato.
Nel racconto trumpiano il mondo abita un presente perenne, sganciato dalla storia, scritto e riscritto nottetempo a colpi di post. Non è ammesso contraddittorio: chi lo esercita — giornalisti in testa — viene bollato come disfattista, quando non trascinato in tribunale con querele miliardarie o, come accaduto di recente, colpito da mandati di comparizione. Il caso dei cronisti del New York Times convocati per aver raccontato l’aereo-regalo del Qatar, abbandonato in Europa per carenze di sicurezza, chiarisce bene il perimetro della tolleranza presidenziale verso l’informazione indipendente.
La variante comunista, rilanciata già in occasione del 4 luglio, non è un colpo di scena casuale ma l’ennesima riscrittura di un canovaccio che fonde propaganda elettorale e delegittimazione preventiva del voto. Gli Stati Uniti del 2026 non sono quelli del maccartismo delle origini, ma il nome stesso del movimento, Make America Great Again, tradisce l’ambizione nostalgica dei suoi militanti: restaurare un’America immaginata di settant’anni fa, fatta di Cadillac, sobborghi bianchi, mogli sottomesse e funzioni religiose della domenica, con neri e ispanici ammessi solo come manodopera invisibile.
Un sogno regressivo, per sua natura destinato al fallimento come ogni progetto reazionario del secolo scorso. La vera incognita, semmai, non è se questo copione crollerà sotto il peso delle sue contraddizioni, ma quanto a lungo durerà l’incubo prima di farlo, e quante macerie lascerà dietro di sé.

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