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I negoziati USA-Iran non sono distensione: sono la guerra continuata per vie diplomatiche. L’Iran punta a separare Washington da Tel Aviv. Il MoU è già una vittoria di Teheran. I prossimi sessanta giorni diranno quanto è profonda la frattura.
Il tavolo dei negoziati come campo di battaglia
Esiste una tendenza consolidata nell’analisi geopolitica occidentale a considerare la diplomazia come l’opposto della guerra: il momento in cui le armi tacciono e la ragione prende il sopravvento. È una visione rassicurante e sostanzialmente falsa. Quello che si sta consumando tra Washington e Teheran nei negoziati seguiti al memorandum d’intesa non è la fine di uno scontro: è la sua prosecuzione su un terreno diverso, con strumenti diversi e con una posta in gioco che non è diminuita ma si è semmai allargata. La diplomazia, in questo caso, è davvero la continuazione della guerra con altri mezzi — e chi la legge come semplice distensione sta perdendo la parte più interessante dello spettacolo.
Eppure, a guardare la sostanza di ciò che è accaduto, il dato più rilevante non riguarda né i contenuti del memorandum né le concessioni reciproche: riguarda il processo stesso. Per la prima volta in decenni, gli Stati Uniti hanno condotto una trattativa con Teheran senza che Tel Aviv potesse esercitare un diritto di veto preventivo sull’agenda. Non perché Israele abbia smesso di provarci — le pressioni, le fughe di notizie calcolate, i sabotamenti tattici sono stati documentati e continui — ma perché Washington ha scelto, sia pure obtorto collo, di andare avanti lo stesso. Questo non è un dettaglio procedurale ma una rottura di paradigma. L’autonomia negoziale americana rispetto all’alleato israeliano non è mai stata garantita: si è sempre trattato di una variabile dipendente dall’intensità della pressione interna e dal costo politico del dissenso. Che quella pressione abbia ceduto, anche solo parzialmente, sotto il peso delle conseguenze militari ed economiche del conflitto, dice qualcosa di più profondo sullo stato dell’alleanza di qualsiasi dichiarazione ufficiale. La diplomazia, in questo senso, non ha prodotto un accordo: ha prodotto un dato di realtà che nessuna retorica potrà facilmente riassorbire.
Il potere ricattatorio di Israele e il suo logoramento
Per decenni Israele ha esercitato all’interno del sistema politico, economico e mediatico statunitense un’influenza che va ben oltre la normale dinamica tra alleati. Non si tratta di una lettura cospirazionista: è la descrizione di un meccanismo che chiunque abbia frequentato Washington con sufficiente attenzione conosce bene. Quel meccanismo ha permesso a Tel Aviv di orientare la dottrina strategica americana in Medio Oriente molto al di là dei propri confini, subordinando spesso gli interessi complessivi degli Stati Uniti a quelli particolari di Israele. La guerra scatenata dal 28 febbraio in poi, con le sue fasi successive e la sua escalation progressiva, ha portato quelle contraddizioni a un punto di rottura che la gestione ordinaria non poteva più contenere.
La tregua negoziale dell’8-10 aprile è stata accolta da Teheran e dall’Asse della Resistenza come una vittoria strategica rilevante, e da Israele come un primo tradimento americano — definizione che dice tutto sulla natura del rapporto e sulle aspettative di Tel Aviv rispetto alla propria capacità di condizionamento. I ripetuti tentativi israeliani di sabotare quella tregua attraverso operazioni sotto falsa bandiera non hanno fatto che accelerare il processo di separazione visibile tra le due agende.
Il MoU non è nato in una sala climatizzata tra diplomatici pazienti: è stato estorto in un momento in cui la minaccia di una nuova escalation era concreta, con l’IDF che puntava su Dahieh e la prospettiva di un’ulteriore spirale bellica sui siti militari ed economici americani rimasti nella regione. Washington non ha firmato perché convinta ma perché il costo di non farlo era diventato insostenibile.
È una differenza che gli analisti atlantisti tendono a glossare con l’eufemismo della «soluzione negoziata», ma che Teheran conosce perfettamente e capitalizza con precisione: un accordo ottenuto sotto pressione vale quanto la pressione che lo ha generato, e quella pressione non è scomparsa con la firma. È semplicemente cambiata di natura, trasferendosi dal piano militare a quello diplomatico.
Il MoU è quindi meno un punto di arrivo che una leva: la prova che Washington può essere mossa quando il prezzo dell’immobilismo supera il prezzo del conflitto con Tel Aviv. Teheran ha incassato questa informazione. La userà.
Sessanta giorni di guerra diplomatica
Nei sessanta giorni che seguiranno, chi si aspetta una progressione ordinata verso un testo finale resterà deluso. Non perché i negoziatori manchino di volontà, ma perché la trattativa serve a entrambe le parti anche come strumento di misurazione reciproca: ogni richiesta iraniana più alta del previsto è un sondaggio sulla soglia di resistenza americana, ogni concessione americana è un dato che Teheran registra e trasforma in precedente.
Non si tratta di capricci negoziali né di tatticismi di bassa lega. È una guerra di attrito condotta con il linguaggio dei comunicati e degli ultimatum, e in quanto tale segue le stesse leggi della guerra vera: vince chi ha più riserve strategiche, non chi ha ragione.
La variabile più instabile resta israele. Tel Aviv non ha alcun interesse a un accordo che non la veda come arbitro dei propri termini, e dispone ancora di strumenti sufficienti per alzare il costo politico interno di qualsiasi concessione americana. Ma ogni tentativo israeliano di bloccare il processo erode ulteriormente la fiducia di Washington nella gestibilità dell’alleanza, e produce l’effetto opposto a quello cercato: invece di fermare i negoziati, li radicalizza, spingendo gli Stati Uniti verso posizioni sempre meno compatibili con le priorità di Tel Aviv.
È il meccanismo che Teheran ha compreso prima di chiunque altro, e che sta usando con una pazienza che i suoi avversari continuano a sottovalutare. La diplomazia, in fondo, premia chi sa aspettare meglio di chi sa sparare.

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