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A un anno dalla caduta di Assad, la Siria resta prigioniera di violenza, povertà e interferenze esterne. Tra attentati, crisi economica e occupazione israeliana nel sud, la promessa di pace si è trasformata in un nuovo equilibrio armato.
Siria, un anno senza Assad: la pace promessa e la guerra reale
A dodici mesi dalla fuga della famiglia Assad verso Mosca, la Siria avrebbe dovuto voltare pagina. Così almeno suggeriva la retorica dell’“alba nuova”, celebrata nelle piazze e amplificata dalle diplomazie occidentali, sempre pronte a scambiare la caduta di un regime per la nascita automatica di uno Stato.
La realtà, come spesso accade, si è incaricata di smentire l’illusione. L’anniversario è stato segnato non da stabilità e ricostruzione, ma da un attentato sanguinoso a Homs: una moschea colpita durante la preghiera del venerdì, otto morti e oltre venti feriti. Un promemoria brutale: il “dopo Assad” non coincide affatto con la fine della violenza.
La parabola che ha portato Ahmed al-Sharaa dalla guida di un fronte ribelle alla presidenza è stata rapida, quasi cinematografica. Aleppo è caduta per prima, poi Hama, Homs e infine Damasco, in una progressione che ha dissolto l’Esercito nazionale siriano come un residuo di un’epoca già finita. Nella Grande Moschea degli Omayyadi, al-Sharaa ha invocato unità e riconciliazione, presentandosi come garante di una Siria pluralista e finalmente reintegrata nel consesso internazionale. Un compito non semplice per un leader che deve ancora scrollarsi di dosso l’ombra dei suoi trascorsi jihadisti e la diffidenza di una popolazione stremata.
Il dopo Assad: povertà, sanzioni e promesse sospese
Per oltre un decennio la Siria è stata strangolata da sanzioni occidentali, formalmente dirette contro il regime ma nella pratica ricadute sulla popolazione. La fine di Assad avrebbe dovuto segnare anche la fine di quell’isolamento. Qualcosa si è mosso: alcune misure restrittive sono state allentate, i Paesi del Golfo hanno annunciato investimenti, le cancellerie hanno ripreso a parlare di “ricostruzione”. Ma tra annunci e realtà c’è di mezzo un Paese in macerie.
Secondo la Banca Mondiale, servirebbero oltre 200 miliardi di dollari per rimettere in piedi infrastrutture, servizi essenziali, città intere. Per ora, quei miliardi restano sulla carta. Nel frattempo, milioni di siriani vivono in condizioni di insicurezza alimentare, senza elettricità stabile, con un accesso all’acqua e alle cure sanitarie degno di uno Stato fallito.
Non stupisce che molti osservatori notino un inquietante déjà-vu: le stesse condizioni socio-economiche che alimentarono la rivolta del 2011 stanno riemergendo, aggravate da quattordici anni di guerra.
Israele nel sud: la sovranità a sovranità variabile
Se il nord e il centro del Paese oscillano tra speranza e frustrazione, il sud della Siria vive una realtà diversa: quella di un’occupazione militare israeliana sempre più esplicita. Mentre a Damasco si celebrava l’anniversario, a Beit Jinn, villaggio sunnita ai piedi del monte Hermon, si seppellivano tredici civili uccisi durante un raid dell’esercito israeliano. Tel Aviv parla di operazioni di sicurezza contro presunti miliziani islamisti; gli abitanti parlano di contadini e pastori trascinati fuori dalle case nel cuore della notte.
Dal 2025 la cosiddetta zona cuscinetto tra Siria e Israele, istituita dopo la guerra del 1973, è stata progressivamente svuotata di significato. Attraverso incursioni, controlli e nuove basi, Israele ha esteso il proprio controllo lungo l’arco meridionale del Paese, dalle alture del Golan fino al confine giordano. Un’occupazione di fatto, giustificata di volta in volta con la protezione delle minoranze druse o con la necessità di prevenire minacce. Argomenti elastici, utili a legittimare qualsiasi intervento.
Gli attacchi aerei contro le forze governative siriane – inclusi bombardamenti nei pressi del palazzo presidenziale e, a luglio, contro il Ministero della Difesa a Damasco – hanno segnato un salto di qualità. Il bilancio degli scontri tra milizie beduine e fazioni druse è stato devastante: migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati. Il tutto sotto lo sguardo impotente delle Nazioni Unite, pronte a condannare ma incapaci di incidere.
In questo vuoto di potere, Israele ha trovato spazio per consolidare i propri interessi strategici, trasformando il sud della Siria in una sorta di zona tampone permanente. Che in alcune proteste compaiano bandiere israeliane dice più sulla disperazione delle comunità locali che su un reale consenso. È il gesto estremo di chi si sente abbandonato da tutti, Damasco compresa.
Un anno dopo Assad, la Siria non è un Paese pacificato ma un territorio frammentato, esposto a interferenze esterne e incapace di garantire sicurezza e diritti ai propri cittadini. La dittatura è caduta; l’ordine non è arrivato. E mentre la comunità internazionale discute di transizione, sul terreno continuano a parlare le armi.

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