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giovedì 12 Maggio 2022
PolisLavoro, diritti, economiaSgridare in pubblico un dipendente integra il reato di maltrattamenti

Sgridare in pubblico un dipendente integra il reato di maltrattamenti

Il datore di lavoro che offende nell’atto disgridare in pubblico il lavoratore alla presenza di altri soggetti (colleghi e clienti), incorre nel reato di maltrattamenti.

È maltrattamento Sgridare in pubblico un dipendente

I cosiddetti “cazziatoni” in pubblico fatti al dipendente integrano il reato di maltrattamenti. Questo è quanto ha statuito la Corte di Cassazione con Sentenza n. 2378 del 20.01.2022, in relazione alla fattispecie che vede un ristoratore ritenuto colpevole del reato di maltrattamenti per aver più volte offeso una propria dipendente alla presenza di clienti ed altri lavoratori.

L’art. 2106 c.c., attribuisce al datore di lavoro la potestà sanzionatoria. Lo Statuto dei lavoratori, art. 7 L. n. 300 del 20 maggio 1970, pone limiti a tale potere: il lavoratore deve essere messo in grado di conoscere quali sono i comportamenti sanzionabili e quali siano le specifiche conseguenze (sanzioni disciplinari) delle inosservanze.

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Il sistema di pubblicità considerato valido è quello dell’affissione delle norme in materia di sanzioni disciplinari. La mancata pubblicità comporta l’illegittimità dell’irrogazione delle sanzioni. Le sanzioni disciplinari sono stabilite dalla contrattazione collettiva nazionale integrata, da quella aziendale e dagli eventuali regolamenti aziendali.

Il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l’addebito e senza averlo sentito a sua difesa. Le sanzioni generalmente previste sono: richiamo verbale; richiamo scritto; multa; sospensione dal servizio e dalla retribuzione; licenziamento con preavviso; licenziamento senza preavviso.

In particolare, per quanto attiene il richiamo verbale, tale provvedimento non deve compromettere la dignità e la reputazione del lavoratore. Sul punto, sempre la Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare con la sentenza, sez. VI, 28/09/2016, n.51591:

“In tema di esercizio del potere di correzione e disciplina in ambito lavorativo, configura il reato previsto dall’art. 571 cod. pen. la condotta del datore di lavoro che superi i limiti fisiologici dell’esercizio di tale potere (nella specie rimproveri abituali al dipendente con l’uso di epiteti ingiuriosi o con frasi minacciose), mentre integra il delitto di cui all’art. 572 cod. pen. la condotta del datore di lavoro che ponga in essere nei confronti del dipendente comportamenti del tutto avulsi dall’esercizio del potere di correzione e disciplina, funzionale ad assicurare l’efficacia e la qualità lavorativa, e tali da incidere sulla libertà personale del dipendente, determinando nello stesso una situazione di disagio psichico” .

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Giuseppe Pennone
Giuslavorista napoletano, appassionato di pittura, ha collaborato con numerose riviste ed associazioni culturali in qualità di esperto di tematiche sociali quali lavoro, diritti negati e ambiente.

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