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lunedì, Luglio 4, 2022

Quello che non capiamo della guerra russa in Ucraina e perchè l’esito è inevitabile

Uno degli errori più scellerati che si possano commettere, in guerra è immaginare che l’avversario si comporterà esattamente come tu prevedi si comporterà perché tu, nelle stesse condizioni, ti comporteresti così. Che è quello che sta più o meno capitando con le analisi occidentali della guerra russa in Ucraina.

Di Francesco Dall’Aglio*

Quello che non capiamo della guerra russa in Ucraina

Premessa iniziale e fondamentale: questa è una delle pochissime guerre, dopo la seconda guerra mondiale, in cui i due contendenti hanno un livello tecnologico considerabile alla pari (escludendo naturalmente l’arma nucleare e sistemi d’arma specifici: parlo di livello del combattente-tipo), e in cui le armi dell’uno possono infliggere danni sostanziosi alla controparte per un periodo di tempo continuativo, naturalmente a parità (o almeno in non troppo grande inferiorità) di effettivi.

Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo visto pochissime guerre di questo tipo, e nessuna (con la parziale eccezione della campagna delle Falkland) combattuta da potenze occidentali.

Conflitti del genere sono stati, ad esempio, la guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), o la guerra di dissoluzione jugoslava.

In linea di principio gli eserciti occidentali (nei quali va incluso Israele) si sono abituati a guerre, anche prolungate, nelle quali dispongono di un vantaggio tecnologico incolmabile che sopravanza la maggiore quantità di truppe a disposizione dell’avversario.

Questo vantaggio tecnologico è, di regola, l’aviazione, oltre che la marina ove utilizzabile.

Gli eserciti occidentali si sono dunque strutturati su reparti relativamente piccoli, armati molto pesantemente e con grande mobilità, con proiezione strategica altissima (vanno loro a casa del nemico, non avviene mai il contrario) in grado di operare in profondità oltre le linee.

Questo dopo che il superiore, e inarrivabile, potenziale di fuoco dell’aviazione ha distrutto fin dal primo giorno del conflitto ogni possibilità operativa del nemico, colpendo i centri di comando, gli aeroporti (ove presenti), le difese antiaeree (ove presenti), i concentramenti di truppe e le infrastrutture militari e civili utilizzabili a suo vantaggio.

Anche la Russia, nella sua campagna in Siria, si è comportata e si comporta allo stesso modo.

Questo ha portato gli analisti a considerare, erroneamente, che anche l’esercito russo sia strutturato come un esercito occidentale. Questa cosa non è vera, ed è la causa principale dei fraintendimenti, chiamiamoli così, sul conflitto in Ucraina.

La dottrina del blietzkrieg

L’idea alla base della dottrina tattica occidentale è quella che ho espresso nel paragrafo precedente: una guerra di movimento e di operazioni speciali.

Le radici di questa dottrina possono essere ricercate, con tutti gli aggiustamenti del caso, nella dottrina tattica tedesca della seconda guerra mondiale, quella che volgarmente si chiama blitzkrieg.

Si tratta di grandi movimenti avvolgenti delle truppe meccanizzate e corazzate, creazione di sacche con le quali frantumare la capacità operativa del nemico, uso intensivo dell’aviazione, attenzione spasmodica al perfezionamento tecnologico dei propri armamenti.

Quando i generali della Wehrmacht catturati durante il conflitto hanno cominciato a scrivere le (molto edulcorate) memorie delle loro galoppate sul fronte orientale, che lo stato maggiore USA ha posto alla base della propria dottrina tattica di contrasto all’URSS durante la guerra fredda, questi capisaldi sono stati considerati tuttora validi.

Forse il martirio patito dalla Wehrmacht sul fronte orientale avrebbe dovuto consigliare maggiore cautela nel riprodurre questo tipo di strategia, ma così non è stato.

Del resto la causa della sconfitta è stata attribuita, dai principali responsabili della stessa trasformatisi nel frattempo in stimati e ascoltati consiglieri militari, alle scellerate decisioni di Hitler e allo strapotere numerico dell’Armata Rossa.

E poi, appunto, hanno smesso, dopo avere portato l’esercito ucraino a spasso per tutto il paese, sempre dove volevano loro, e se ne sono andati da buona parte del territorio che avevano occupato.

Ed è cominciata la guerra “strana”, almeno per noi: quella in cui hanno deciso che non c’era più bisogno di subire perdite, perché l’esercito ucraino aveva perso buona parte del materiale di cui era dotato e c’era poco rischio di una controffensiva.

Ed è entrata in campo l’artiglieria, che è, come in tutte le guerre di attrito, la vera stella del conflitto.

Il Donbass è, dopo la linea del cessate il fuoco che separa Corea del Nord e Corea del Sud, l’area più militarizzata del mondo.

Dal 2014 i due contendenti hanno costruito sistemi di trincee chilometrici, postazioni e batterie che si coprono a vicenda, una rete di bunker, fortificazioni, killing fields e campi minati che rispondono a un unico obiettivo: in caso di invasione l’esercito nemico deve a vere a disposizione pochi punti di ingresso, e ognuno di essi deve essere un bagno di sangue.

Questa strategia, non a caso messa a punto con la consulenza degli istruttori statunitensi, inglesi e dell’Europa occidentale, prevede però che all’inizio si verifichi un evento senza il quale tutto il resto ha poco senso: ossia che il nemico avanzi.

Con quelle grandi manovre avvolgenti di cui sopra che però, in un territorio fortificato e saturo di armi anticarro e antiaeree, in condizioni di parità tecnologica e superiorità numerica (ulteriormente aumentata dal fatto che difendere è già di suo un moltiplicatore di forze), sarebbero condannate all’insuccesso, all’imbottigliamento nei pochi varchi di ingresso, nella rotta.

Tutto il piano strategico ucraino è stato incentrato su questo: lascia che arrivino. Μολὼν λαβέ. Gli infliggeremo talmente tante perdite, per tutti i motivi elencati sopra, che l’offensiva naufragherà.

Saranno obbligati a fermarsi, noi attaccheremo a nostra volta, li obbligheremo alla ritirata e al negoziato. Ma non sono arrivati.

E hanno invece cominciato, con la metodicità dell’orso (alcuni stereotipi sono molto corretti) che demolisce l’alveare, a demolire con l’artiglieria e l’aviazione (sulla questione dell’aviazione faremo un post a parte) le difese ucraine.

E una volta demolite, e solo in quel caso, attaccano – con due sole eccezioni, Mariupol e Popasna, perché era necessario assumerne il controllo, perdite o non perdite.

Questa strategia, ovviamente, e ce lo diciamo dagli inizi di marzo, ha però un grande limite: prima o poi finiranno le munizioni. Ecco, no. Non le finiscono. Così come non finiscono i carri armati, i trasporto truppe, gli elicotteri.

Così come, occupando metodicamente il territorio, tengono le linee logistiche cortissime, ed evitando grandi sacche eliminano il rischio di dover combattere su due fronti, contro quelli di dentro che cercano di venire fuori e contro quelli di fuori che vogliono rompere l’accerchiamento.

Una sola cosa potrebbero finire, gli uomini: e infatti quelli sono gli ultimi a entrare in azione.

Paradossalmente, l’esercito che nel nostro pregiudizio non ha il minimo interesse a salvaguardare la vita dei suoi soldati, perché costano poco, li protegge per quanto possibile, letteralmente comprando la loro vita coi colpi dell’artiglieria e prendendosi tutto il tempo che serve per avanzare di qualche metro al giorno; mentre l’esercito organizzato all’occidentale non ha, ormai, altro che uomini da gettare nella mischia, e non ha più tempo.

Perché non finiscono le munizioni?

Perché si sono preparati a questa guerra. Esattamente questa guerra, una guerra che noi non combatteremmo mai, che in fondo non abbiamo mai combattuto da quando esiste la NATO: una guerra in parità tecnologica, contro un avversario più numeroso, sul suo territorio.

E hanno capito ciò che noi, evidentemente, ci rifiutiamo di capire. Una guerra del genere non la vinci con le avanzate.

La vinci eliminando fisicamente il nemico, ‘demilitarizzandolo‘ (anche questo vizio, quello di non ascoltare i nemici quando parlano, non ce lo leviamo. Era il primo punto della “operazione speciale“, la ‘demilitarizzazione’ dell’Ucraina. Cosa pensavamo fosse, se non questo?).

E per eliminarlo non servono le superarmi, basta riempirsi i magazzini di armi a bassa tecnologia, basta usare, letteralmente, la roba vecchia. Sparagni e accumparisci, come si dice da queste parti.

Il 90% dei colpi di artiglieria sparati dai russi sono ‘semplici’ munizioni HE (High Explosive).

Nulla di sofisticato. Vuoi mettere i nostri proiettili a guida laser? Bellissimi. Ma ne puoi sparare 50.000 al giorno, come fanno i russi? Ovviamente no.

Costerebbero una cifra spropositata, persino più spropositata dei nostri spropositati bilanci della difesa.

E poi, quando prendi il controllo del territorio dopo che non c’è rimasto più nulla, vanno bene pure i T-64. I T-90 te li tieni da parte, casomai si renda necessaria qualche azione di forza senza preparazione d’artiglieria.

Questa è la guerra che stanno combattendo ora: una guerra vecchio stile, se vogliamo. Una guerra al risparmio (tranne che di munizioni: ma quelle, appunto, costano poco).

Ma è una guerra che stanno vincendo, e non contro l’Ucraina: contro di noi. La loro dottrina tattica contro la nostra. E la nostra le sta prendendo.

 

Nella foto, un’immagine esplicativa della metodicità dell’orso: gli effetti di tre settimane di bombardamenti d’artiglieria su Dovhen’ke, un villaggio nell’oblast di Kharkiv a sud di Izyum, dove c’era un concentramento di truppe e un deposito di munizioni.
Metro per metro, un colpo dopo l’altro, nessuna perdita, a “costo” praticamente zero.

* Francesco Dall’Aglio, ricercatore dell’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze   di Sofia (Bulgaria).

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