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Gli elettori spesso si dichiarano prima di “sinistra” che di un’identità specifica. Da quanto tempo non sentite qualcuno dire: “sono socialdemocratico”, “socialista”, “comunista”, “per il socialismo di mercato”? Da qui occorre partire per una riflessione più ampia.
Il futuro della parola “sinistra”
L’idea di sinistra nasce durante la rivoluzione francese quando i rappresentati conservatori si sedettero alla destra e gli innovatori alla sinistra.
Col tempo diventò un costume abituale a tutte le assemblee.
Questa parola nel corso del ‘900 ha finito col rappresentare le varie forme di progressismo ed egualitarismo: radicali, social-liberali, socialdemocratici, socialisti, comunisti, gran parte del mondo anarchico.
L’egemonia marxista nella sinistra fu data sia dalla strategia di egemonia gramsciana, sia dalla presenza dell’Unione Sovietica (quindi dalla creazione di un dottrinarismo con problemi conseguenti nelle varie eresie: Albania, Jugoslavia, Cina) e creò un clima per cui chi era di quella parte si definiva automaticamente “comunista” pur non essendolo spesso.
Comunista era colui che era contro l’ingiustizia sociale, per la parità dei diritti, contro la tradizione, per la laicità. I più ricorderanno l’uso che Berlusconi faceva del termine.
Con la caduta dell’URSS e la fine del marxismo dottrinario (e il generale riflusso) siamo arrivati al presente dove il Partito Democratico può sentirsi di centrosinistra pur insistendo su privatizzazioni, precarizzazione, usando la stessa retorica e quindi pensiero della destra.
Tutto nasce da un fraintendimento.
Gli elettori spesso si dichiarano prima di “sinistra” che di un’identità specifica. Da quanto tempo non sentite qualcuno dire: “sono socialdemocratico”, “socialista”, “comunista”, “per il socialismo di mercato”?
Tutto è racchiuso nell’espressione “sinistra” dentro cui ricadono Pannella, Pecoraro Scanio, Landini, Toni Negri, Prodi, qualcuno direbbe anche Renzi.
Ormai sinistra è un termine che non basta più o che è svuotato del senso originario. Posso essere marxista, ma non favorevole ai diritti civili o posso essere favorevole ai diritti civili, genericamente favorevole al mondo del lavoro, ma contro la pressione fiscale e quindi contro lo stato sociale.
Ad esempio, in Francia, la sinistra è molto divisa sulla questione del velo nei luoghi pubblici (anche la destra).
Il conflitto sembra non essere più economico, ma culturale. Questo è l’esito di 30 anni di neoliberismo, la neutralizzazione del conflitto sociale e lo spostamento in un campo etico.
Non parliamo di salario, ma di diritti. Sembra quindi che il grosso del conflitto verta su una linea verticale e non orizzontale: conta di più il diritto del singolo o il diritto del gruppo?
Altro punto è il peso della scienza (più spesso tecnica). La scienza si presenta come neutrale, ma non lo è e non solo per l’uso che se ne fa, ma anche perché portatrice di una visione-mondo che ci influenza nelle scelte politiche, economiche e sociali. La questione climatica o vaccinale ne sono prova. Si inserisce una linea obliqua: quanto ci si fida delle istituzioni scientifiche ufficiali (che attenzione, si propongono come “scienza” oggettiva, ma solo solamente “la scienza condivisa in questo momento”)?
Abbiamo quindi una linea tra comunità e individuo, una lungo tradizione e progresso, una lungo fiducia nelle istituzioni scientifiche (scienza) o il dubbio (talvolta paranoide), infine la vecchia linea della lotta di classe (di cui nessuno parla più).
Il mondo è un posto più complesso e tutti ci formiamo opinioni su tutto. Negli anni 50, i membri di un partito non polemizzavano attorno un vaccino (e quindi attorno a un’egemonia epistemologica) o attorno la gestazione per altri. Questo processo di aumento delle informazioni, genera complessità e fa smarrire il dibattito: la militanza si spacca.
Diciamoci la verità, per avere un aumento di stipendio non importa essere vaccinati o credere che la terra sia tonda, basta essere coesi, cosa che non riusciamo più a fare presi da altre priorità; figurarsi la rivoluzione: nel dopo rivoluzione faremo i vaccini o no? Che faremo col cambiamento climatico?
Questa è stata in parte una scelta politica (conseguenza diretta del neoliberismo): la distruzione della verità condivisa. Si tratta di una duplice arma, mettere in discussione tutto è utile per abbattere i valori della classe dominante anche dove non sembra (scienza), ma al contempo il rischio di scadere in un soggettivismo paranoide è altrettanto grande.
Rimane il fatto che non si riesce più a organizzare un gruppo critico, probabilmente il primo passo è studiare tutta questa complessità e diffondere gli strumenti per leggerla, ma rimane improbabile che i più ne siano capaci (per questo esistono le classi dirigenti).
Si arriva qui al problema della contemporaneità: tutti siamo esperti di qualcosa e in molti abbiamo studiato qualche anno, siamo degli idioti che pensano di saperla lunga e non ci rendiamo conto di avere poche competenze per commentare le cose che commentiamo (io per primo).

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