Politica e non politica, o sulla fascinazione di Giorgia Meloni sugli italiani

Si continua a dire che il successo di Giorgia Meloni consista nella capacità di comunicare, di sapersi porre in sintonia con la “pancia” degli italiani. Ma in cosa consiste questa “pancia”?

Sulla fascinazione di Giorgia Meloni sugli italiani

Ha fascino Giorgia Meloni? Si usa dire che esso consista nella capacità di comunicare, di sapersi porre in sintonia con la “pancia” degli italiani. Non di tutti, ovviamente, ma di molti.

In cosa consista questa “pancia” è la cosa che mi interessa capire e delineare.

Qualcosa mi dice che abbia a che fare con qualche ragione “etnica”. Cioè con qualcosa che ha a che fare con una certa italianità. Insomma Meloni in un altro paese, metti la Francia, la Danimarca o l’Inghilterra non avrebbe la stesa capacità di presa. Allora perché solo qui in Italia?

Le ragioni possono essere molteplici: siamo una democrazia giovane, l’illuminismo come corrente filosofica e come movimento politico ci ha toccato di striscio. L’esperienza Murattiana è emblematica a tale riguardo! La rivoluzione risorgimentale nella sua pienezza fu esercitata e voluta da una parte elitaria del paese. La stessa resistenza al nazifascismo non fu propriamente di massa, etc.

Cos’è in definitiva che è venuto a mancare, che gli altri paesi, specie nord europei, hanno che noi non abbiamo? Secondo me è una moderna cultura dello Stato. Lo Stato come entità astratta capace di rappresentare il luogo dei diritti e dei doveri collettivi.

Noi siamo più facilmente attaccati ad una idea di “Clan”, dove l’autorità non è astratta ma ben più concreta, il capo clan. Di qui tanti atteggiamenti più volte manifesti: il familismo amorale, il leghismo, il qualunquismo, il voto di scambio, le mafie, etc. Questa cultura del clan molto spesso si confonde con lo Stato attraverso un certo modo di intendere e fare politica. Altre volte purtroppo come sappiamo diventa antistato. Da questo punto di vista si potrebbe leggere persino il fascismo come il periodo dove questa cultura ha raggiunto il suo massimo apice. Si, la cultura del clan così intesa è espressione di fascismo!

La democrazia, cioè la moderna cultura dello Stato, richiede capacità di astrazione.

Richiede cioè la capacità di comprendere l’altro da me. Di capire che ci sono diritti e doveri da esercitare in rispetto dell’altro da me. Attraverso la mediazione di quel qualcosa di astratto che è lo Stato. Non posso esercitare la mia volontà, singola o di gruppo usurpando il diritto altrui, violando le regole di convivenza.

Questa cultura del clan viene persino sbandierata come “liberale”. Sarebbe liberale per esempio non pagare le tasse. Non pagare le tasse invece è quanto di più “clanico” ci possa essere. Perché in questa maniera si riconosce come giusto solo il proprio personale o di gruppo (tutti i lavoratori autonomi per esempio) tornaconto. Salvo magari pretendere dallo Stato, cioè dagli altri, interventi protettivi come scuole, strade, sicurezza, cura della salute, etc. Questa è la cultura del corporativismo! Cos’altro se no?

Ci sono altre forme attraverso le quali la cultura clanica si manifesta? Si, come è facile immaginare.

Si manifesta per esempio nel quotidiano. Ne sono esempio la ricerca di privilegi, la rinuncia ai propri diritti di cittadinanza sottomettendosi al favoritismo, l’atteggiamento di delega politica, espressioni del tipo: ”sono tutti uguali”. Infatti essa denuncia una separazione tra la “politica” e il “cittadino”. Denuncia una rinuncia alla partecipazione come strumento per esercitare il proprio essere parte del gioco al pari di tutti gli altri, senza delega ad alcuno.

Anche espressioni di “protesta” spontaneistica sono tipiche di culture non pienamente democratiche.

Non basta protestare. È necessario partecipare per un cambiamento basato sulla proposta e sulla consapevolezza e che il mio sacrosanto diritto non va a discapito dell’interesse di tutti per “costruire” più Stato, cioè più “Nazione” e meno clan.

Insomma la democrazia è capacità di astrazione e come tale essa ha luogo non nella “pancia” ma nella testa dove capi bastone “fascinosi” non hanno spazio.

Certo la “politica” in questi ultimi anni ha fatto di tutto per isolarsi dal cittadino. Bisogna però consapevolmente capire che non è con meno politica che si esce da questa situazione ma con più politica.

Più partecipazione significa più civiltà. La politica intesa quindi non come luogo di meri desideri o di meri rivendicazionismi. Essa deve essere il luogo delle speranze dotate di consapevolezza della proposta e delle opportunità. Non solo il luogo dei sogni e dei miti ma della progettualità. La Sinistra quindi è anche su questo terreno che deve battere la destra, cioè dando concretezza con programmi giusti, uomini e donne credibili, ad un progetto di democrazia partecipata regno della “politica di tutti”, battendo la “non politica” della cultura clanica.

 

 

 

 

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Donato Lamacchia
Donato Lamacchia
Attivista nel PCI all'epoca di esistenza di quel partito, interessato al dibattito sull'evoluzione della sinistra nell'era dei cambiamenti digitali.

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